Pius-Ramon Tragan
La preistoria dei Vangeli. Tradizione cristiana primitiva, Fontanella di Sotto il Monte (BG): Servitium editrice 1999 (Quaderni di Ricerca 72). Un volume di 205 pp.
 

copertina del libro

 

«Questo saggio è frutto della messa per iscritto, con parziale rielaborazione, di un corso tenuto dall'Autore nel secondo semestre dell'anno accademico 1998-99 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano, in collaborazione con la Cattedra di Storia del Cristianesimo antico e, più in generale, col Dipartimento di Scienze della storia e della documentazione storica» (p. 6).
Fin dalla presentazione, curata da Remo Cacitti e Maria Cristina Bartolomei, veniamo a conoscenza di un risultato nuovo nella storia degli studi: «sappiamo oramai che i Vangeli non sono l'opera di quattro autori che li avrebbero scritti come ora li conosciamo» (p. 5). Questa frase, inserita un po' a caso all'interno della presentazione, a quanto mi risulta non è supportata da alcuno studio che sia definito serio e attendibile: siamo coscienti che le ipotesi personali restano personali e come tale vanno rispettate, ma questo è un campo dove affermazioni poco attendibili non sono concesse, specialmente quando vengono ammantate di un'aura quasi di sentenza inappellabile, che in questo campo di studi non ha motivo di esistere. Se i vangeli fossero stati rimaneggiati nel corso del tempo (affermazione, ripetiamo, non supportata da alcun dato documentale, anzi al contrario la papirologia ci ha aiutato a chiarire il contrario), ogni studio su di essi sarebbe del tutto inutile, tanto più uno studio che si prefigge di indagare la "tradizione cristiana primitiva" che soggiace alla formazione dei Vangeli. E in modo particolare, se sono stati rimaneggiati, nulla può essere più detto sulla loro data di composizione: a quel punto, le presunte profezie ex-eventu sulla distruzione del tempio, l'ipotetica situazione della chiesa in Matteo, le paure e le insicurezze dei missionari come appaiono dalle opere di Luca, nulla potrebbero aiutarci sulla loro data di composizione, come invece di sbracciano ad assicurare gli esegeti del metodo storico-critico, ai quali il Tragan certamente appartiene.

Il libro. Si articola in quattro capitoli:

  1. Le fonti storiche

  2. Le origini della tradizione evangelica

  3. I primi movimenti del Cristianesimo e la tradizione orale

  4. I primi documenti scritti

L'autore dunque percorre un cammino a tutto campo lungo le testimonianze pervenuteci o ricostruibili riguardo la storia del cristianesimo primitivo. Inizialmente, troviamo una sistematica e sintetica presentazione di tutti i documenti attualmente riconducibili ad eventi o persone del Nuovo Testamento: dalle iscrizioni su pietra riguardanti Pilato e Quirino, alle testimonianze di Giuseppe Flavio, da quelle rabbiniche a quelle degli storici romani. Nella seconda parte del capitolo, l'autore presenta una breve introduzione ai contesti socio-religiosi giudaico ed ellenistico. Non siamo però particolarmente convinti della influenza che le religioni misteriche avrebbero esercitato sul cristianesimo primitivo: infatti dobbiamo distinguere tra "convivenza" e "influssi" di un pensiero sull'altro. In tal senso ad esempio, il cristianesimo arriva a Roma prima del mithraismo, il quale peraltro venne rifiutato in Grecia. Un conto dunque è l'ambiente storico-culturale nel quale i cristiani operavano, un altro è affermare che la teologia cristiana sia stata elaborata prendendo in prestito o imitando altri culti (per giustizia è necessario aggiungere che questo è quanto traspare dall'opera, più che quanto venga esplicitamente detto dall'autore). Il poco spazio a disposizione comunque non rende giustizia ad un argomento così arduo e complesso, e poche righe in un agile saggio possono causare una certa confusione e una certa incertezza nel neofito. Nella terza ed ultima parte, Tragan si sofferma finalmente sugli scritti cristiani del Nuovo Testamento: dopo aver sottolineato l'interesse degli evangelisti a trasmettere l'interpretazione teologica degli eventi piuttosto che nel formulare un resoconto oggettivo dei fatti, l'autore analizza velocemente quelle che definisce due teorie "fuorvianti" (pp. 75-80). Da una parte gli studi iniziati dalla scuola scandinava a partire da B. Gerhardson (Memory and Manuscript. Oral tradition and Written Trasmission in Rabbinic Judaism and Early Christinity, Uppsala 1961) e continuati fino, da ultimo, a R. Riesner. Tragan pone due obiezioni apparentemente convincenti contro questa ipotesi (che prevede una trasmissione abbastanza fedele delle parole e dei gesti di Gesù, "a memoria diremmo", da parte della comunità primitiva, confluiti poi negli scritti neotestamentari): la prima che i discepoli non seguirono Cristo ma vennero scelti, per sua volontà, da Gesù stesso; rimane però da stabilire quanto i discepoli potessero abbandonare il proprio lavoro e la propria casa solo perché invitati da uno sconosciuto che passa per la strada: è evidente che Gesù scelse i discepoli, ma che furono questi ultimi a scegliere di seguirlo (un aspetto tuttavia poco chiarito nei Vangeli stessi, che in questo caso si limitano a riportare la chiamata e la risposta dei discepoli, ma non il "contorno" degli eventi). Seconda obiezione: eventi particolari della futura predicazione cristiana, e gli stessi Vangeli con il ricordo di discepoli disorientati, inadeguati e a volte in disaccordo con le parole di Gesù, sarebbero una prova contro il fatto che i discepoli potessero memorizzare in forma ripetitiva l'insegnamento del maestro. Tuttavia anche in questo caso bisogna considerare che gli stessi discepoli chiamavano Gesù Maestro, investendolo quindi di una certa autorità, e che resta difficile ipotizzare che dopo gli eventi pasquali, sempre i discepoli non avessero ripreso tutto il materiale a loro disposizione (ricordi e quant'altro) per rileggerlo e comprenderlo alla luce dei nuovi eventi, proprio in virtù del fatto che non l'avevano compreso in precedenza. Dunque, non una memorizzazione meccanica tout court ogni volta che Gesù parlava, ma che si fosse instaurato un circuito di ricordi all'interno della comunità originaria non può essere escluso a priori: nel suo monumentale commento al Vangelo di Marco (citato peraltro a p. 116), R. Pesch avanza l'ipotesi, documentandola con buone argomentazioni per altro, che il nucleo della Passione di Cristo che nel Vangelo comincerebbe fin dal versetto 8,27 facesse parte di un più antico "vangelo della comunità primitiva" redatto già intorno alla fine degli anni 30 (Pesch propone il 37). Inoltre non vediamo come la predicazione che gli apostoli pretendevano di far derivare da fatti storici non si basasse su eventi, fatti e parole reali.
La seconda teoria criticata è quella di C.P. Thiede (Testimone oculare di Gesù. La nuova sconvolgente prova sull'origine del vangelo, Casale Monferrato: Piemme 1996). Il Thiede è stato uno degli studiosi più attivi negli anni '90 del secolo scorso nel divulgare le prove documentali (in particolare il 7Q5 e il P64) a sostegno dell'ipotesi che i vangeli siano stati scritti molto prima dell'anno 70, probabilmente addirittura prima delle lettere paoline (44-45) quello di Marco. Tragan definisce «del tutto infondata» questa teoria appoggiandosi alla più classica datazione del P64 alla metà del II secolo. In tal modo però, ignora completamente tutte quelle che sono le prove papirologiche e gli studi condotti dal Thiede sui papiri sopra citati che lo hanno spinto a datare questi scritti in un periodo compreso tra il 50 ed il 70 del I sec. d.C., definendoli «supposizioni altamente insicure». Per quanto riguarda il 7Q5, attualmente la maggior parte degli studiosi onesti ne riconosce l'appartenenza ad una antica copia del Vangelo di Marco, e in ogni caso nessuna identificazione diversa ha una forza argomentativa pari a questa. Infine, ci sembra che il rifiuto di queste ipotesi sia da ricondursi al fatto che «la critica storia andrebbe in pezzi di fronte all'evidenza letteraria di papiri così primitivi». Ci sembra dunque che la frettolosità con la quale questi studi vengono definiti con l'espressione «forte carica apologetica» sia più figlia della volontà di non voler ammettere di aver sbagliato piuttosto che altro. Ma su questo argomento ci siamo soffermati su altre sezioni del sito, alle quali rimandiamo.
In ogni caso, il Tragan conclude questo capitolo affermando che nonostante tutto è completamente sbagliato affermare la non storicità dei testi del Nuovo Testamento, e che è comunque possibile risalire ad una «base assai solida per ritrovare non poche caratteristiche della predicazione del Gesù terreno».

Nel secondo capitolo del libro, vengono presentati i principali criteri con i quali l'esegesi si accosta agli scritti neotestamentari per ricostruirne la genesi, la storia, le tradizioni e la storicità. Si passa quindi a presentare i "tratti salienti della persona e dell'opera di Gesù": sintettizando con una frase la Sua vita, Gesù era «alieno da un attegiamento politico sovversivo, il suo insegnamento mirava a superare l'interpretazione nomistica della legge mosaica e riproporre, secondo lo stile dei grandi profeti, un'interiorizzazione teologica ed etica della legge stessa» (p. 91). Nella seconda parte del capitolo, Tragan affronta il tema della proclamazione pasquale: l'iniziale scoramento degli apostoli, la loro rinnovata fede di fronte alle «esperienze estatiche delle cosiddette visioni di Gesù vivo dopo la sua morte», la proclamazione dunque del Gesù risorto («si tratta di un evento che in se stesso trascende il tempo e lo spazio. È un evento "meta-storico"»). Questa predicazione, secondo l'autore, può essere attendibile: la persistenza dei nomi topografici, il fatto che i discepoli furono persone normali in grado di testimoniare la loro esperienza di fede a prezzo della propria vita rendono difficile «affermare semplicemente che si tratta di una leggenda apologetica tardiva» (p. 96). Si passa quindi all'analisi della predicazione apostolica, in particolare la "tradizione orale [e le] tradizioni diverse" (terza parte del capitolo), nel quale il Tragan offre una interpretazione sistematica della tradizione che soggiace all'annuncio della parola: le apparizioni, la risurrezione, le confessioni di fede, la passione, i miracoli (per i quali l'autore giustamente segnala, contro la persistenza di certe teorie queste si "fuorvianti", che «non esiste - oggi non più - una posizione radicale che neghi la possibilità del fatto miracoloso», come in passato aveva fatto il Bultmann. In tale contesto, quello evangelico, è necessario recuperare la tradizione approcciando ai testi in modo semiotico e narrativo: miracolo dunque può essere una determinata lettura di un evento tutto sommato ordinario, miracolo può essere l'inserimento di quella lettura nel testo e nella predicazione per avere maggiore presa nel contesto giudaico ed ellenistico di primo secolo che attribuiva grande potere a determinati taumaturghi: quindi la ricostruzione del contesto storico-religioso e del messaggio teologico del miracolo, rifiutando «una posizione radicale che neghi la possibilità del fatto miracoloso [e] senza escludere un possibile nucleo storico»), gli apoftegmi e le epifanie. Il capitolo si chiude con una disamina delle ricezioni diverse (giudeo-cristiani palestinesi, samaritani, giudei della diaspora, pagani del mondo classico) e della pluralità delle origini, contraddistinta da diversi gruppi impegnati nella predicazione del Cristo: riprendendo la proposta di François Vouda, Tragan presenta una divisione in quattro categorie, e cioè a) Pietro e i dodici, b) Giacomo, il "fratello del Signore", c) gli apostoli, d) Paolo.

Il terzo capitolo riprende e sviluppa compiutamente quanto accennato alla fine del secondo: in tal modo, è possibile avere una panoramica completa sulla predicazione e sulla ricezione del messaggio cristiano nelle quattro modalità viste precedentemente, alla quale si aggiunge come quinta categoria Paolo, il quale per primo sistematizza e programma una predicazione su larga scala.

Il quarto capitolo chiude il cerchio: come all'inizio sono state prese in considerazione le "fonti pagane" sulle origini cristiane, ora tocca ai primi scritti cristiani. Un breve sguardo alla letteratura paolina prima di addentrarci in quella che dagli studiosi è definita "fonte Q". Analizzandone l'origine, Tragan ne fa discendere i contenuti portanti dai predicatori itineranti della Galilea, i quali avrebbero messo in scriptis, nel corso del tempo,  il contenuto della loro predicazione. Ciò sarebbe evidente dal contenuto ipotizzabile della fonte Q (ricordiamolo, un teoria letteraria utilizzata per spiegare la genesi dei Vangeli sinottici, in particolare Luca e Matteo), tutto basato sulla predicazione e sul tema della missione cristiana, che gli esegeti fanno generalmente risalire all'attività delle chiese palestinesi galilaiche degli anni 50. Come si presenta la fonte Q, il materiale in essa presente e come arriva nei Vangeli costituiscono gli argomenti delle pagine successive. La terza parte del capitolo affronta il tema del "Vangelo di Tommaso". Tragan fa risalire la composizione di questo testo in un ambiente siriaco tra gli anni 90-120, ma la tradizione che soggiacerebbe al testo risalirebbe anch'essa agli itineranti galilei, e dunque anch'essa alla metà del I sec. d.C. Chiude il capitolo un breve accenno alla tradizione su Tommaso apostolo e il carattere di questo scritto, frutto tuttavia di uno «sviluppo tradizionale e redazionale assai complesso» (p. 176).

Alla fine di questo percorso, tre pagine presentano le consuete "osservazioni finali". Quattro sono i punti che l'autore si era assunto come finalità del suo lavoro, quattro punti che lui stesso così riassume:

  1. «Superare una visione "semplice e pacificante" della chiesa primitiva ed evitare una storia della predicazione cristiana, quindi della formazione dei Vangeli, come appare nell'opera di Luca, autore degli Atti degli Apostoli».

  2. «Mettere in rilievo che il processo della formazione dei Vangeli implica fasi assai diverse».

  3. «Il "poligenismo" della predicazione cristiana parte evidentemente da una radice unica, Gesù di Nazaret, e dall'esperienza della sua glorificazione post-mortem».

  4. «L'importanza delle scelte metodologiche per ricostruire questa trama storica».

Supera invece le finalità del saggio investigare «come è stata possibile la nascita di un fenomeno così insolito [...] e come si può giustificare la sua forza di espansione e la coerenza di un messaggio che è sopravvissuto ad una opposizione persistente, [...] malgrado la diversità delle presentazioni di uno stesso fatto» (p. 181).

In "appendice" troviamo una selezione di documenti tratta da: R. Penna, L'ambiente storico-culturale delle origini cristiane, Bologna: EDB 1991³.

Occorre ora chiudere la recensione con delle osservazioni personali. Questa pubblicazione mantiene volontariamente, per volontà dello stesso autore, il carattere orale originario delle lezioni tenute all'Università. Per questo, il linguaggio è molto scorrevole, e risulta un agevole compendio dei risultati ai quali il metodo di analisi storico-critico è giunto nel corso della sua storia. Risultati spesso contestati, sui quali un nuovo dibattito è stato aperto negli ultimi anni, ma la cui validità resta imprescindibile per una corretta comprensione delle origini del cristianesimo. Una storia nata e cresciuta in un preciso ambiente culturale, che tuttavia è riuscita a spaziare incredibilmente attraverso tutto l'impero romano e, come ricorda l'autore alla fine del testo, è sopravvissuta alle obiezioni interne e alle persecuzioni esterne divenendo uno dei cardini del pensiero della attuale società occidentale: già questo dato invita ad una forte riflessione chiunque si accosti allo studio del cristianesimo. Una storia che non sarebbe mai stata scritta, se coloro che l'hanno tramandata non avessero avuto un preciso appiglio storico, quel Gesù di Nazaret vissuto agli inizi del primo secolo della nostra èra.

L'autore: nativo di Esparraguera, presso Barcellona, ha compiuto studi teologici, filosofici e biblici a Roma, Monaco di Baviera, Gerusalemme e Strasburgo. Già ordinario di Esegesi del Nuovo Testamento, è ora (1999, n.d.r.) professore emerito della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma, e docente presso le Università di Barcellona e Milano (statale).

 
 
 
 
  © Simone Gianolio 2006. Pagina on-line dal 03/08/2006 |