«Questo saggio è frutto della messa per
iscritto, con parziale rielaborazione, di un corso tenuto
dall'Autore nel secondo semestre dell'anno accademico 1998-99 presso
la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di
Milano, in collaborazione con la Cattedra di Storia del
Cristianesimo antico e, più in generale, col Dipartimento di Scienze
della storia e della documentazione storica» (p. 6).
Fin dalla presentazione, curata da Remo Cacitti e Maria Cristina Bartolomei, veniamo a conoscenza di un risultato nuovo
nella storia degli studi: «sappiamo oramai che i Vangeli non sono
l'opera di quattro autori che li avrebbero scritti come ora li
conosciamo» (p. 5). Questa frase, inserita un po' a caso all'interno
della presentazione, a quanto mi risulta non è supportata da alcuno
studio che sia definito serio e attendibile: siamo coscienti che le
ipotesi personali restano personali e come tale vanno rispettate, ma
questo è un campo dove affermazioni poco attendibili non sono
concesse, specialmente quando vengono ammantate di un'aura quasi di
sentenza inappellabile, che in questo campo di studi non ha motivo
di esistere. Se i vangeli fossero stati rimaneggiati nel corso del
tempo (affermazione, ripetiamo, non supportata da alcun dato
documentale, anzi al contrario la papirologia ci ha aiutato a
chiarire il contrario), ogni studio su di essi sarebbe del tutto
inutile, tanto più uno studio che si prefigge di indagare la
"tradizione cristiana primitiva" che soggiace alla formazione dei
Vangeli. E in modo particolare, se sono stati rimaneggiati, nulla
può essere più detto sulla loro data di composizione: a quel punto,
le presunte profezie ex-eventu sulla distruzione del tempio,
l'ipotetica situazione della chiesa in Matteo, le paure e le
insicurezze dei missionari come appaiono dalle opere di Luca, nulla
potrebbero aiutarci sulla loro data di composizione, come invece di
sbracciano ad assicurare gli esegeti del metodo storico-critico, ai
quali il Tragan certamente appartiene.
Il libro. Si articola in quattro capitoli:
-
Le fonti storiche
-
Le origini della tradizione evangelica
-
I primi movimenti del Cristianesimo e la
tradizione orale
-
I primi documenti scritti
L'autore dunque percorre un cammino a tutto campo
lungo le testimonianze pervenuteci o ricostruibili riguardo la
storia del cristianesimo primitivo. Inizialmente, troviamo una
sistematica e sintetica presentazione di tutti i documenti
attualmente riconducibili ad eventi o persone del Nuovo Testamento:
dalle iscrizioni su pietra riguardanti Pilato e Quirino, alle
testimonianze di Giuseppe Flavio, da quelle rabbiniche a quelle
degli storici romani. Nella seconda parte del capitolo, l'autore
presenta una breve introduzione ai contesti socio-religiosi giudaico
ed ellenistico. Non siamo però particolarmente convinti della
influenza che le religioni misteriche avrebbero esercitato sul
cristianesimo primitivo: infatti dobbiamo distinguere tra
"convivenza" e "influssi" di un pensiero sull'altro. In tal senso ad
esempio, il cristianesimo arriva a Roma prima del mithraismo, il
quale peraltro venne rifiutato in Grecia. Un conto dunque è
l'ambiente storico-culturale nel quale i cristiani operavano, un
altro è affermare che la teologia cristiana sia stata elaborata
prendendo in prestito o imitando altri culti (per giustizia è necessario
aggiungere che questo è quanto traspare dall'opera, più che quanto venga
esplicitamente detto dall'autore). Il poco spazio a disposizione
comunque non rende giustizia ad un argomento così arduo e
complesso, e poche righe in un agile saggio possono causare una
certa confusione e una certa incertezza nel neofito. Nella terza ed
ultima parte, Tragan si sofferma finalmente sugli scritti cristiani
del Nuovo Testamento: dopo aver sottolineato l'interesse degli
evangelisti a trasmettere l'interpretazione teologica degli eventi
piuttosto che nel formulare un resoconto oggettivo dei fatti,
l'autore analizza velocemente quelle che definisce due teorie
"fuorvianti" (pp. 75-80). Da una parte gli studi iniziati dalla scuola
scandinava a partire da B. Gerhardson (Memory and Manuscript.
Oral tradition and Written Trasmission in Rabbinic Judaism and Early
Christinity, Uppsala 1961) e continuati fino, da ultimo, a R.
Riesner. Tragan pone due obiezioni apparentemente convincenti contro
questa ipotesi (che prevede una trasmissione abbastanza fedele delle
parole e dei gesti di Gesù, "a memoria diremmo", da parte della
comunità primitiva, confluiti poi negli scritti neotestamentari): la
prima che i discepoli non seguirono Cristo ma vennero scelti, per
sua volontà, da Gesù stesso; rimane però da stabilire quanto i
discepoli potessero abbandonare il proprio lavoro e la propria casa
solo perché invitati da uno sconosciuto che passa per la strada: è
evidente che Gesù scelse i discepoli, ma che furono questi ultimi a
scegliere di seguirlo (un aspetto tuttavia poco chiarito nei Vangeli
stessi, che in questo caso si limitano a riportare la chiamata e la
risposta dei discepoli, ma non il "contorno" degli eventi). Seconda
obiezione: eventi particolari della futura predicazione cristiana, e
gli stessi Vangeli con il ricordo di discepoli disorientati,
inadeguati e a volte in disaccordo con le parole di Gesù, sarebbero
una prova contro il fatto che i discepoli potessero
memorizzare in forma ripetitiva l'insegnamento del maestro. Tuttavia
anche in questo caso bisogna considerare che gli stessi discepoli
chiamavano Gesù Maestro, investendolo quindi di una certa autorità,
e che resta difficile ipotizzare che dopo gli eventi pasquali,
sempre i discepoli non avessero ripreso tutto il materiale a loro
disposizione (ricordi e quant'altro) per rileggerlo e comprenderlo
alla luce dei nuovi eventi, proprio in virtù del fatto che non
l'avevano compreso in precedenza. Dunque, non una memorizzazione
meccanica tout court ogni volta che Gesù parlava, ma che si fosse
instaurato un circuito di ricordi all'interno della comunità
originaria non può essere escluso a priori: nel suo monumentale
commento al Vangelo di Marco (citato peraltro a p. 116), R. Pesch avanza l'ipotesi,
documentandola con buone argomentazioni per altro, che il nucleo
della Passione di Cristo che nel Vangelo comincerebbe fin dal
versetto 8,27 facesse parte di un più antico "vangelo della comunità
primitiva" redatto già intorno alla fine degli anni 30 (Pesch
propone il 37). Inoltre non vediamo come la predicazione che gli
apostoli pretendevano di far derivare da fatti storici non si
basasse su eventi, fatti e parole reali.
La seconda teoria criticata è quella di C.P. Thiede (Testimone
oculare di Gesù. La nuova sconvolgente prova sull'origine del
vangelo, Casale Monferrato: Piemme 1996). Il Thiede è stato uno
degli studiosi più attivi negli anni '90 del secolo scorso nel
divulgare le prove documentali (in particolare il 7Q5 e il P64) a
sostegno dell'ipotesi che i vangeli siano stati scritti molto prima
dell'anno 70, probabilmente addirittura prima delle lettere paoline
(44-45) quello di Marco. Tragan definisce «del tutto infondata»
questa teoria appoggiandosi alla più classica datazione del P64 alla
metà del II secolo. In tal modo però, ignora completamente tutte
quelle che sono le prove papirologiche e gli studi condotti dal
Thiede sui papiri sopra citati che lo hanno spinto a datare questi
scritti in un periodo compreso tra il 50 ed il 70 del I sec. d.C.,
definendoli «supposizioni altamente insicure». Per quanto riguarda
il 7Q5, attualmente la maggior parte degli studiosi onesti ne
riconosce l'appartenenza ad una antica copia del Vangelo di Marco, e
in ogni caso nessuna identificazione diversa ha una forza
argomentativa pari a questa. Infine, ci sembra che il rifiuto di
queste ipotesi sia da ricondursi al fatto che «la critica storia
andrebbe in pezzi di fronte all'evidenza letteraria di papiri così
primitivi». Ci sembra dunque che la frettolosità con la quale questi
studi vengono definiti con l'espressione «forte carica apologetica»
sia più figlia della volontà di non voler ammettere di aver
sbagliato piuttosto che altro. Ma su questo argomento ci siamo
soffermati su altre sezioni del sito, alle quali rimandiamo.
In ogni caso, il Tragan conclude questo capitolo affermando che
nonostante tutto è completamente sbagliato affermare la non
storicità dei testi del Nuovo Testamento, e che è comunque possibile
risalire ad una «base assai solida per ritrovare non poche
caratteristiche della predicazione del Gesù terreno».
Nel secondo capitolo del libro, vengono
presentati i principali criteri con i quali l'esegesi si accosta
agli scritti neotestamentari per ricostruirne la genesi, la storia,
le tradizioni e la storicità. Si passa quindi a presentare i "tratti
salienti della persona e dell'opera di Gesù": sintettizando con una frase la Sua vita, Gesù era
«alieno da un attegiamento politico sovversivo, il suo insegnamento
mirava a superare l'interpretazione nomistica della legge mosaica e
riproporre, secondo lo stile dei grandi profeti,
un'interiorizzazione teologica ed etica della legge stessa» (p. 91).
Nella seconda parte del capitolo, Tragan affronta il tema della
proclamazione pasquale: l'iniziale scoramento degli apostoli, la
loro rinnovata fede di fronte alle «esperienze estatiche delle
cosiddette visioni di Gesù vivo dopo la sua morte», la proclamazione
dunque del Gesù risorto («si tratta di un evento che in se stesso
trascende il tempo e lo spazio. È un evento "meta-storico"»). Questa
predicazione, secondo l'autore, può essere attendibile: la
persistenza dei nomi topografici, il fatto che i discepoli furono
persone normali in grado di testimoniare la loro esperienza di fede
a prezzo della propria vita rendono difficile «affermare
semplicemente che si tratta di una leggenda apologetica tardiva» (p.
96). Si passa quindi all'analisi della predicazione apostolica, in
particolare la "tradizione orale [e le] tradizioni diverse" (terza
parte del capitolo), nel quale il Tragan offre una interpretazione
sistematica della tradizione che soggiace all'annuncio della parola:
le apparizioni, la risurrezione, le confessioni di fede, la
passione, i miracoli (per i quali l'autore giustamente segnala,
contro la persistenza di certe teorie queste si "fuorvianti", che
«non esiste - oggi non più - una posizione radicale che neghi la
possibilità del fatto miracoloso», come in passato aveva fatto il
Bultmann. In tale contesto, quello evangelico, è necessario
recuperare la tradizione approcciando ai testi in modo semiotico e
narrativo: miracolo dunque può essere una determinata lettura di un
evento tutto sommato ordinario, miracolo può essere l'inserimento di
quella lettura nel testo e nella predicazione per avere maggiore
presa nel contesto giudaico ed ellenistico di primo secolo che
attribuiva grande potere a determinati taumaturghi: quindi la
ricostruzione del contesto storico-religioso e del messaggio
teologico del miracolo, rifiutando «una posizione radicale che neghi
la possibilità del fatto miracoloso [e] senza escludere un possibile
nucleo storico»), gli apoftegmi e le epifanie. Il capitolo si chiude
con una disamina delle ricezioni diverse (giudeo-cristiani
palestinesi, samaritani, giudei della diaspora, pagani del mondo
classico) e della pluralità delle origini, contraddistinta da
diversi gruppi impegnati nella predicazione del Cristo: riprendendo
la proposta di François Vouda, Tragan presenta una divisione in
quattro categorie, e cioè a) Pietro e i dodici, b) Giacomo, il
"fratello del Signore", c) gli apostoli, d) Paolo.
Il terzo capitolo riprende e sviluppa
compiutamente quanto accennato alla fine del secondo: in tal modo, è
possibile avere una panoramica completa sulla predicazione e sulla
ricezione del messaggio cristiano nelle quattro modalità viste
precedentemente, alla quale si aggiunge come quinta categoria Paolo,
il quale per primo sistematizza e programma una predicazione su
larga scala.
Il quarto capitolo chiude il cerchio: come
all'inizio sono state prese in considerazione le "fonti pagane"
sulle origini cristiane, ora tocca ai primi scritti cristiani. Un
breve sguardo alla letteratura paolina prima di addentrarci in
quella che dagli studiosi è definita "fonte Q". Analizzandone
l'origine, Tragan ne fa discendere i contenuti portanti dai
predicatori itineranti della Galilea, i quali avrebbero messo in
scriptis, nel corso del tempo, il contenuto della loro
predicazione. Ciò sarebbe evidente dal contenuto ipotizzabile della
fonte Q (ricordiamolo, un teoria letteraria utilizzata per spiegare
la genesi dei Vangeli sinottici, in particolare Luca e Matteo),
tutto basato sulla predicazione e sul tema della missione cristiana,
che gli esegeti fanno generalmente risalire all'attività delle
chiese palestinesi galilaiche degli anni 50. Come si presenta la
fonte Q, il materiale in essa presente e come arriva nei Vangeli
costituiscono gli argomenti delle pagine successive. La terza parte
del capitolo affronta il tema del "Vangelo di Tommaso". Tragan fa
risalire la composizione di questo testo in un ambiente siriaco tra
gli anni 90-120, ma la tradizione che soggiacerebbe al testo
risalirebbe anch'essa agli itineranti galilei, e dunque anch'essa
alla metà del I sec. d.C. Chiude il capitolo un breve accenno alla
tradizione su Tommaso apostolo e il carattere di questo scritto,
frutto tuttavia di uno «sviluppo tradizionale e redazionale assai
complesso» (p. 176).
Alla fine di questo percorso, tre pagine
presentano le consuete "osservazioni finali". Quattro sono i punti
che l'autore si era assunto come finalità del suo lavoro,
quattro punti che lui stesso così riassume:
-
«Superare una visione "semplice e pacificante"
della chiesa primitiva ed evitare una storia della predicazione
cristiana, quindi della formazione dei Vangeli, come appare
nell'opera di Luca, autore degli Atti degli Apostoli».
-
«Mettere in rilievo che il processo della
formazione dei Vangeli implica fasi assai diverse».
-
«Il "poligenismo" della predicazione cristiana
parte evidentemente da una radice unica, Gesù di Nazaret, e
dall'esperienza della sua glorificazione post-mortem».
-
«L'importanza delle scelte metodologiche per
ricostruire questa trama storica».
Supera invece le finalità del saggio investigare
«come è stata possibile la nascita di un fenomeno così insolito
[...] e come si può giustificare la sua forza di espansione e la
coerenza di un messaggio che è sopravvissuto ad una opposizione
persistente, [...] malgrado la diversità delle presentazioni di uno
stesso fatto» (p. 181).
In "appendice" troviamo una selezione di
documenti tratta da: R. Penna, L'ambiente storico-culturale delle
origini cristiane, Bologna: EDB 1991³.
Occorre ora chiudere la recensione con delle
osservazioni personali. Questa pubblicazione mantiene
volontariamente, per volontà dello stesso autore, il carattere orale
originario delle lezioni tenute all'Università. Per questo, il
linguaggio è molto scorrevole, e risulta un agevole compendio dei
risultati ai quali il metodo di analisi storico-critico è giunto nel
corso della sua storia. Risultati spesso contestati, sui quali un
nuovo dibattito è stato aperto negli ultimi anni, ma la cui validità
resta imprescindibile per una corretta comprensione delle origini
del cristianesimo. Una storia nata e cresciuta in un preciso
ambiente culturale, che tuttavia è riuscita a spaziare
incredibilmente attraverso tutto l'impero romano e, come ricorda
l'autore alla fine del testo, è sopravvissuta alle obiezioni interne
e alle persecuzioni esterne divenendo uno dei cardini del pensiero
della attuale società occidentale: già questo dato invita ad una
forte riflessione chiunque si accosti allo studio del cristianesimo.
Una storia che non sarebbe mai stata scritta, se coloro che l'hanno
tramandata non avessero avuto un preciso appiglio storico, quel Gesù
di Nazaret vissuto agli inizi del primo secolo della nostra èra.
L'autore: nativo di Esparraguera, presso
Barcellona, ha compiuto studi teologici, filosofici e biblici a
Roma, Monaco di Baviera, Gerusalemme e Strasburgo. Già ordinario di
Esegesi del Nuovo Testamento, è ora (1999, n.d.r.) professore
emerito della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo S. Anselmo
di Roma, e docente presso le Università di Barcellona e Milano
(statale).
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