Gianantonio Borgonovo
La notte e il suo sole. Luce e tenebre nel Libro di Giobbe. Analisi simbolica, Roma, Editrice Pontificio Istituto Biblico, 1995 (Analecta Biblica, 135). Un vol. di pp. 498.
 

copertina del libro

 

Il presente volume è la tesi presentata all'Istituto Biblico per ottenere la laurea e pubblicata per il dottorato in Sacra Scrittura. Scopo di una tesi è di dimostrare che il candidato sa lavorare in campo scientifico, e su questo punto l'ορera è egregia. La bibliografia che conta 1250 autori, tutti citati nelle note, il riferimento ai passi biblici in ebraico, greco e all'occorrenza nelle lingue orientali cοn i caratteri propri, stanno ad indicare l'immensa erudizione dell'Autore. Ma una tesi vuole presentare qualche punto nuovo, e qui l'erudizione è posta al servizio dell'analisi simbolica del libro di Giobbe, argomento nuovo, pur nell'immensa letteratura su questo capolavoro di poesia e di problematica teologica. Il titolo può sorprendere, e in realtà lo si comprende solo nel corso dell'opera: è un'allusione al mito del sole che durante la notte continua il suo viaggio nelle tenebre, fino ad arrivare alla luce del nuovo giorno. L'analisi simbolica non ha uno scopo puramente letterario; fin dal principio si indica qual è il punto di arrivo dell'opera: «A partire dal tragitto simbolico percorso a fianco del poeta, potremo ricollocare l'innovazione del libro di Giobbe entro la sua tradizione propria, quella che ha prodotto e portato in sé il libro. Nasce dal mondo possibile progettato e creato dai simboli il tentativo di dare un apporto propriamente teologico alla cοmρrensiοne del Dio biblico, ponendo in relazione la figura di Dio a cui approda il simbolismo del dramma giobbiano con le altre teologie della Bibbia ebraica» (p. 45).

Il libro si apre con un capitolo introduttivo: Approssimazione al fatto simbolico e introduzione al metodo di lavoro. Contro Spinoza, il simbolo non si contrappone al metodo storico-critico, ma rettamente inteso lo completa. IΙ simbolismo è studiato sotto diversi aspetti da autori moderni, che l'Α. passa in rassegna, fra cui C.G. Jung, M. Eliade e P. Ricœur, fermandosi su Gilbert Durand, di cui nel seguito dell'opera si servirà della terminologia del Regime diurno e del Regime notturno.

Il c. II sui Presupposti critici risolve i problemi posti dagli esegeti su ciò che appartiene al poema originario, dando la sua risposta che nel complesso si mostra originale. Anzitutto sostiene la coerenza del prologo ed epilogo in prosa con la parte poetica. Nel prologo il «senza motivo» (2,3) è connesso con le successive discussioni degli amici che vogliono troνare i motivi nella colpevolezza di Giobbe. Nell'epilogo, la sentenza finale (42,7-9), dove Dio stesso interviene a dar ragione a Giobbe contro le tesi degli amici, è la risposta al più volte invocato arbitro e «vindice». In secondo luogo, sostiene l'inesistenza di un terzo ciclo di discorsi (cc. 22-27), contro l'opinione più comune. Viceversa l'inno alla Sapienza (c. 28) viene rivendicato alla stesura originaria del poema, con argomenti filologici: è un'anticipazione di elementi che ricorrono nei discorsi finali di Dio. Invece i discorsi di Elihu con molti aυtori vengono eliminati dal disegno originale, portando criteri, oltre che di contenuto, anche filologici. I discorsi di Dio vanno tutti mantenuti. In questo contesto (pp. 81-83) l'A. enuncia la sua intuizione fondamentale: «Il Dio che parla dalla tempesta non appare nella corte celeste o in un tribunale umano, ma nella creazione. La nostra ipotesi è che questo contrasto significhi il punto di arrivo teologico cui il dramma vuole condurre: per comρrendere il Dio dell'alleanza occorre considerare anche il Dio della creazione. Ad una teologia dell'alleanza (cfr. Dt e dtr) che non prendeva direttamente in considerazione la creazione, Giobbe (il libro o l'autore) si opporrebbe affermando che una teologia della storia può essere rettamente compresa senza estremismi solo nel quadro della teologia della creazione» (p. 81). Nello stesso contesto vi è la dimostrazione della sua interpretazione di 42,6: «Avevo udito di te per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò detesto polvere e cenere, ma ne sono consolato» (p. 83). «Di fronte a un tale Dio, Giobbe continua a rifiutare la sua situazione di «polvere e cenere», ma ne è consolato, perché nonostante tutto, Dio è dalla sua parte» (p. 82). Nella lunga nota a p. 81 l'A. giustifica la sua interpretazione. Ma si dimentica di dire che «polνere e cenere» non possono indicare, come nell'interpretazione comune, pentimento su polvere e cenere. Polvere e cenere si trova in Gen 18,27: «Αrdisco parlare at mio Signore, io che sono polvere e cenere». Così in Sir 10,9 e in Giobbe stesso 30,19: «Mi ha gettato nel fango, sono diventato polvere e cenere». Invece il binomio penitenziale è «sacco e cenere» (Est 4,3. 31; Gdt 4,16; 9,1; Is 58,5; Ger 6,26). L'A. riconosce che «in questo si concentra l'opzione interpretativa di ciascun commentatore; è daννero il caso tipico d'interazione tra comprensione e spiegazione, tra ermeneutica e filologia» (nota 6 a p. 83). Questo vale naturalmente anche per la sua interpretazione. In questo contesto viene sottolineata anche la valorizzazione della trama dell'attesa di un incontro con Dio (9,32-33; 13,13-23; 16,18-22; 23,2-9) a cui si aggiunge l'esegesi del famoso passo 19,25-27, che la Volgata intende della risurrezione, in contrasto con la tematica di tutto il poema. Dopo un excursus su L'ironia nel libro di Giobbe, si riassume in un quadro sintetico ciò che secondo i presupposti critici dell'A, appartiene alla trama originale del poema.

II c. III inizia la parte analitica con l'esame degli interventi di Giobbe. Il criterio dell'Α. in questo e nei capitoli successivi non è quello di passare in rassegna tutti i passi, ma solo alcuni presi come significativi. Prende come «ouverture» il c. 3, di cui dà la traduzione giustificata filologicamente da numerose note, con discussione sui termini oscuri, e lo fa seguire dall'analisi retorica e dall'analisi simbolica. Segue poi la scelta dei passi dove è sempre Giobbe che parla, e la scelta è fatta in base a tre registri: cosmico e cosmogonico, etico-ideologico e sapienziale, esistenziale e metafisico. Il registro cosmico mette in evidenza la potenza di Dio rivelata nella creazione. Ogni testo è accompagnato dall'analisi filologica, il cui valore, come in tutti i casi in cui è applicata, è indipendente dall'analisi retorica e simbolica che viene in seguito. I testi esaminati sono 9,2-24 e 26,5-13. Il registro etico-ideologico e sapienziale evidenzia la difficoltà fondamentale del libro di Giobbe: se Dio è onnipotente, il che è fuori discussione, come mai il giusto Giobbe soffre terribilmente? A ciò si aggiungono le ingiustizie umane, per cui Dio aρparirebbe indifferente. Sotto questo aspetto è preso in considerazione 23,2-24,25. Il registro esistenziale e metafisico descrive la sofferenza personale di Giobbe e il non senso della vita umana; i testi esaminati sono 13,28-14,22 e 10,1-22. Non riferiamo nei particolari l'analisi simbolica. Solo notiamo che a prevalere è il Regime diurno con le sue caratteristiche, che l'A. con altri, chiama diairetiche, cioè antitesi, opposizione, chiarezza. Alla chiarezza dell'onnipotenza divina si oppone la chiarezza dell'innocenza di Giobbe e delle ingiustizie umane.

Il c. 1V analizza gli interventi degli amici. Introduce la visione di Elifaz, 4,12-21, la «notte rivelatrice», nella quale una figura misteriosa pronuncia una sentenza che sarà ripresa nei successivi interventi degli amici: «L'uomo può forse essere innocente davanti a Eloah? un mortale può essere puro davanti al suo Creatore?». Seguono analogamente ai discorsi di Giobbe i tre registri. Il registro cosmico e cosmogonico è illustrato da 25,2-6 (Bildad): come al solito al testo filologicamente giustificato, fanno seguito l'analisi retorica e simbolica, per completare la quale viene analizzato 5,2-8 (Elifaz). Nei due passi si evidenzia la potenza divina, ma nel secondo appare il lato positivo: Dio è potente nel difendere l'oppresso contro il prepotente. Il registro etico-ideologico e sapienziale è il più ribadito dai discorsi degli amici: Dio castiga i cattivi, quindi Giobbe ha peccato; c'è una via di salvezza, si penta e il Signore userà misericordia. II testo è costituito da 11,2-20 (Sofar), a cui seguono le analisi retorica e simbolica: i tentativi dell'uomo di mettersi contro Dio sono falliti e mettono in evidenza la miseria umana. L'analisi simbolica rivela anche qui la prevalenza del Regime diurno. Alla onnipotenza di Dio si mette in contrasto la situazione dell'uomo: nessuno è giusto, quindi giustamente Dio castiga. Tutto è chiaro, solo che non corrisponde all'esperienza di Giobbe.

Il c. V, che ha per titolo: L'interludio e i discorsi di Dio, comprende due parti: nella prima analizza il c. 28, considerato come una preparazione e una anticipazione dei concetti contenuti nei discorsi di Dio, che vengono commentati nella seconda parte. Del c. 28 il testo tradotto e giustificato filologicamente è seguito dall'analisi retorica e poi da quella simbolica. «Ιl luogo della sapienza è l'incontro tra la domanda dell'uomo e la rivelazione di Dio» (p. 283). L'analisi simbolica rivela il Regime notturno, ma in questa notte in cui sono immersi i misteri del creato, l'uomo scopre di essere parte del creato e di essere un partner di Dio, da cui aspetta la luce. La seconda parte del capitolo si limita ad analizzare il c. 38,2-38, che intitola Dov'è la via in cui abita la luce? Come al solito, al testo filologicamente giustificato segue l'analisi retorica e l'analisi simbolica, nell'ambito della quale si distinguono delle sottosezioni dai titoli: il tempo, le leggi, la dialettica, lo spazio, il mistero. Il Regime notturno è portato alla massima tensione nei vv. 38,19-21, che possono essere parafrasati: «Dove sta la luce (il sole) quando si trova nel luogo delle tenebre?» (p. 311). «Come il sole rinasce dal grembo notturno e di notte l'uomo può sperare nella luce del mattino, perché anche la notte è parte di quell'ordine cosmico voluto e custodito dal Creatore, così la vita può presentare momenti oscuri di non conoscenza, ma malgrado questo l'uomo deve continuare a sperare in JHWH» (p. 314). Dopo una nota sul simbolismo di Behemot e Leviatan, segue il commento a 40,1-14, a cui l'A. dà il titolo L'ironia dell'eroico (p. 319). «Visto che JΗWΗ non agisce con l'onnipotenza di El, sia Giobbe stesso a prendere il suo posto così da poter ricevere alla fine da JHWH un inno di lode» (p. 323). L'ironia con cui Dio si rivolge a Giobbe dimostra che l'onnipotenza di Dio non è come quella di El, cioè che possa trascriversi da un'altra figura divina.

Il capitolo conclusivo ha per titolo Dire Dio e riprende i punti emersi nelle analisi, mettendo in evidenza la loro connessione. Si divide in quattro sezioni: l. Il tragitto simbolico del libro di Giobbe. «La struttura simbolica predominante nei discorsi di Giobbe con gli amici e nelle risposte di questi a Giobbe appartengono al Regime diurno dell'immagine. Di contro, la struttura simbolica prevalente nel c. 28 e nei due discorsi di JΗWΗ con le rispettive risposte di Giobbe appartengono, in massima parte, al Regime notturno. Il tragitto simbolico all'interno del dramma è dunque dinamico» (p. 328). 2. Dai simboli al simbolo (p. 331). «L'avventura spirituale di Giobbe [...] sta proprio nel comprendere la sua situazione particolare in analogia alla vicenda cosmica, che viene interpretata come creazione in divenire, fondata sull'essere del suo Creatore, eppure distinta da Lui» (p. 331). Giobbe alla fine comprende di essere lui stesso un simbolo immerso nel dinamismo della creazione, e questo gli dà modo di cambiare la figura della divinità. 3. La hokmâ e la figura di Dio (p. 334). Giobbe è condotto a comprendere che il luogo della Sapienza è lui stesso, che ne riceve da JHWH la rivelazione. La hakmâ ha una valenza notturna, da cui deriva la sua valenza sintetica (unisce le tenebre alla luce) e drammatica. «Quanto accade nella creazione va considerato anzitutto nella cornice della finitudine e della creaturalità, un divenire che nel dramma assunse la figura simbolica della hοkmâ» (p. 336). 4. La teologia della creazione (p. 336). Il contributo teologico originale del libro di Giobbe sta nella teologia della creazione, che è in dialettica di opposizione alla teologia dell'alleanza della tradizione profetica e deuteronomistica. Questa si basa sull'intervento di Dio nella storia, per cui c'è un patto che promette la prosperità in cambio della fedeltà. Dapprima in senso collettivo, da Ezechiele (c. 18) viene portata sul piano individuale; è un progresso, ma pone il problema trattato da Giobbe. La risposta è che prima della teologia dell'alleanza vi è quella della creazione, legata alla finitudine e al divenire. I discorsi di Dio non sono una risposta fisica a un problema morale, essi affermano il completo controllo di Dio sυlla creazione. Ma la creazione, per il fatto stesso di essere creatura, è soggetta alla finitudine e alla dinamica del divenire. D'altra parte questo essere soggetta al cambiamento apre a Giobbe una porta di speranza. Dio che interviene a dialogare con Giobbe, come questi aveva desiderato, mostra che è dalla parte dell'uomo.

Con questo capitolo conclusivo si chiude il laνoro di cui ho messo in evidenza il percorso, con la speranza di non aver tradito il pensiero dell'Α. Ma il libro non finisce qui. Seguono 89 pagine di Bibliografia (pp. 341-430), un dizionario minimo dei termini meno comuni (pp. 431-32), l'indice alfabetico degli autori citati (pp. 433-48), e l'indice delle citazioni bibliche. Seguono diversi altri indici: degli apocrifi, di Qumran, della letteratura giudaica, dell'Antico Vicino Oriente, della letteratura vedica e indù, delle letterature classiche, di vari (pp. 449-71). Segue un indice dei vocaboli discussi nel commento filologico, di cui sono in caratteri originali i vocaboli ebraici, arabi, copti, etiopici, siriaci e naturalmente greci e latini; gli altri, desunti da altre lingue e dalle iscrizioni, in trascrizione (pp. 472-82). Vi è un indice dei simboli (pp. 483-85) e infine un indice analitico di tutti gli argomenti trattati nell'opera (pp. 486-94). Così il libro è completo e mοstra non soltanto l'erudizione, ma anche l'ordine e la precisione dell'Α. nella stesura della sua opera.

Enrico R. Galbiati (da Aevum 1, anno LXXIII, 1999)

 
 
 
 
  © Simone Gianolio 2006. Pagina on-line dal 04/07/2006 |