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Molto spesso, anche nella letteratura moderna, si sente dire che Giovanni il Battista, dalla Chiesa riconosciuto come il precursore di Cristo, il quale presso di lui trascorse probabilmente del tempo, è stato un esseno. Benché questa affermazione, come dimostreremo, non sia supportata da alcuna prova se non un'errata interpretazione delle fonti tanto neotestamentarie quanto qumraniche, viene presentata come fatto accertato e indiscutibile, come una verità tacitamente accettata dal mondo accademico. Al contrario, cercare un pretesto per collegare Gesù alla setta degli Esseni serve probabilmente solo a vendere qualche copia in più della pubblicazione sulla quale si scrive. Noi ("a gratise"), cercheremo di far capire ai nostri lettori quale sia la verità su questi fantomatici collegamenti.
Chi era Giovanni il Battista
Libro XVIII:116 - 2. Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell'esercito di Erode fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista.
Libro XVIII:117 Erode infatti aveva ucciso quest'uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessario se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo insinuando che l'anima fosse già purificata da una condotta corretta.
Libro XVIII:118 Quando altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado, Erode si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.
Libro XVIII:119 A motivo dei sospetti di Erode, (Giovanni) fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell'esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode.
Questo passo è tratto dall'opera dello storico ebreo Giuseppe Flavio Antichità Giudaiche, libro 18, 116-119. Costituisce la prova inconfutabile dell'esistenza del personaggio di Giovanni detto Battista citato nei vangeli (cfr. Mc 6,17-29; Mt 14,3-12; Lc 3,19-20). La fortezza di Macheronte si trova in alto sulle montagne a oriente del Mar Morto. Erode Antipa era uno dei quattro tetrarchi che avevano ereditato il governo della Giudea da parte di Erode il Grande: in particolare, Antipa ebbe il governo della Galilea e della Perea dal 4 a.C. al 39 d.C., anno del suo esilio a Lione.
Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che il Battista era solito battezzare (da qui il suo soprannome) di fronte a Gerico, «al di là del Giordano» (Gv 1,28; 10,40), e precisamente a Betania, cioè "casa delle barche" a motivo del grande traffico di barche che traghettavano persone e merci da uno sponda all'altra del Giordano. Nel corso degli anni, scritture posteriori hanno confuso il luogo di predicazione di Giovanni con la Betania (casa dei malati) che si trova in un villaggio sito sul Monte degli Ulivi vicino Gerusalemme, credendo trattarsi di un errato uso del nome. Sempre il quarto vangelo menziona un altro luogo di battesimo di Giovanni, «Enon presso Salim» (Gv 3:23), che si trova nel territorio della Decapoli a occidente del Giordano, corrispondente alla provincia di Samaria: tuttavia questa indicazione non sembra vada tenuta in grande considerazione, in quanto il "territorio dalle molte sorgenti" (appunto Enon) si trovava sulla sponda orientale del luogo di attraversamento, una località che dunque doveva fare concorrenza a Betania. Questa errata identificazione trovò peraltro motivo di esistere grazie al fatto che dal IV sec. d.C., i raid dei beduini rendevano difficile e pericoloso effettuare pellegrinaggi sul luogo dove Giovanni battezzava: dunque i luoghi di culto cristiani vennero spsotati definitivamente sulla sponda occidentale opposta del Giordano, e già il pavimento musivo di una chiesa di Madaba a oriente del Giordano realizzato verso il 565 d.C. e che rappresenta la più antica carta geografica della Palestina, pone questi luoghi di culto sulla sponda occidentale.
Inoltre, solo se Giovanni operava sulla sponda orientale del Giordano, dunque in Perea, poteva essere arrestato da Erode Antipa, poiché solo in quella regione aveva poteri giurisdizionali. Su questo dato geografico dunque non possono sussistere dubbi, ed è anche il punto di partenza per comprendere tutta l'opera di Giovanni Battista.
Questo in quanto nel luogo in cui operava, transitava un'antica strada commerciale che raggiungeva da Gerusalemme i territori a oriente del Giordano passando per Gerico. Qui, dato il grande traffico di persone e merci, sia a guado che su barche, «Giovanni poteva inveire con forza contro gli ebrei che sorprendeva impegnati in giorno di sabato nei loro viaggi commerciali, contro i doganieri che pretendevano al passaggio del confine più di quanto era loro dovuto o contro i soldati avidi di accrescere le loro fortune personali con azioni militari nel territorio del vicino» (cfr. Lc 3,10-14) osserva H. Stegemann (Stegemann 1995, p. 306).
Ma l'accusa di Giovanni non risparmiò davvero nessuno: attaccò apertamente il proprio sovrano Erode Antipa, reo di aver sposato una parente in violazione delle leggi della Torah, cosa che procurerà lui la condanna a morte sancita dal re stesso (cfr. Giuseppe Flavio ma anche Mc 6,17-29; Mt 14,3-12; Lc 3,19-20). Definì i suoi contemporanei ebrei religiosi «razza di vipere» (Mt 3,7-9; Lc 3,7-8): se non si fossero convertiti in tempo sarebbero andati incontro a un'imminente eterna dannazione.
Ma la scelta del luogo non fu determinata da motivi meramente pratici: se avesse voluto incontrare molta gente, sarebbe stato per lui molto più produttivo spostarsi lungo il paese di Israele; se avesse avuto bisogno di molta acqua, avrebbe avuto una vasta possibilità di scelta tra laghi e corsi di fiumi forniti di acqua durante tutto l'anno, senza dimenticare fontane e bagni privati e pubblici in città come Gerusalemme o Gerico. Dunque perché Giovanni «battezzava nel Giordano» (Mc 1,5-9; Mt 3,6; cfr. Lc 3,2-3; Gv 1,28; 10,40) e «nel deserto»? La soluzione risiede unicamente nella tradizione biblica: infatti, in Gs 4,13-19[1], era attraverso il Giordano che il popolo di Israele era stato introdotto nella Terra Santa da Giosuè, dopo l'uscita dall'Egitto. Giovanni voleva mettere il popolo di Israele davanti al passaggio nel futuro tempo della salvezza, dal momento che la sola appartenenza alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe (cioè il popolo eletto) non aveva assicurato loro la partecipazione personale alla salvezza (cfr. anche 1Cor 10,1-13; Eb 3,1-4,13; Gv 6,30-35.47-51). Giovanni praticava quindi un battesimo di conversione alla volontà di Dio, alla completa osservanza della Torah e al corrispondente stile di vita (preghiere, digiuni e opere di carità) descritto dalla Legge (cfr. Mc 2,18; Mt 9,14; Lc 3,11; 5,33; 11,1; ma anche il discorso della montagna di Gesù in Mt 6,1-18).
Non è escluso che Giovanni si considerasse, lui chiamato dal Signore nel deserto, l'ultima possibilità che il popolo di Israele, gravido di peccati e peccatori, aveva di raggiungere la salvezza, concetto che ha trovato un posto fondamentale anche presso cristiani, mandei e musulmani.
«Giovanni Battista simboleggiava l'analogia fra il presente di Israele e la situazione dell'antica generazione del deserto già con il suo aspetto personale» (Stegemann 1995, p. 309). Secondo lo stile beduino, come un perfetto pellegrino del deserto, indossava un mantello di peli di cammello con una cintura di cuoio ai fianchi e si nutriva di cavallette e miele selvatico (Mc 1,6; Mt 3,4). Il suo comportamento non aveva niente in comune con i gaudenti «mangioni e beoni» del tempo di Gesù (Mt 11,18-19; Lc 7,33-34). In realtà, questo stile di vita non aveva nulla di particolare: le cavallette fritte nell'olio di oliva erano considerate un'autentica leccornia: solo gli abitanti del deserto potevano permettersele con tanta abbondanza, così come gli abitanti delle città potevano usufruire del pane quotidiano. Le sue vesti simboleggiavano la condizione peregrina di Israele nel deserto, e non avevano nulla di invidiare alle vesti di lino o lana e alle sciarpe di stoffa degli altri. Al tempo stesso, egli voleva ricordare con il suo abbigliamento quello del profeta Elia (2Re 1,8; cfr. Zc 13,4). Ma in realtà Giovanni non proponeva il suo stile di vita come genere alternativo a quello "normale"... Questo aspetto viene sottolineato da Gesù stesso, che ai suoi contemporanei ebrei chiede: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento?
Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano degli abiti sontuosi e vivono in delizie stanno nei palazzi dei re». Non v'è alcun dubbio che queste due domande siano retorico-negative e preparatorie alla terza domanda che richiede una risposta positiva: «Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e uno più di un profeta» (Lc 7,24-26; cfr. Mt 11,7-9).
A quel tempo, il profeta era colui che preannunciava qualcosa che sarebbe accaduto in futuro. Nel linguaggio ricco di immagini del Battista, la vicinanza di questi avvenimenti viene espressa con duna similitudine (Mt 3,10-12; Lc 3,9-17). E non è escluso che quanto Giovanni preannuncia Colui che avrebbe battezzato «in Spirito Santo e fuoco», questa figura non fosse né il Gesù storico né alcun'altra figura messianica, ma Dio stesso, di cui egli si considerava l'annunciatore e colui che preparava la strada... Per comprendere la figura storica del Battista, forse più importante è il rinvio a Is 40,3 presente in Malachia 3,1 [2], certamente escluso da qualsiasi sospetto di rielaborazione del testo da aprte dei cristiani, piuttosto che la citazione di Isaia rielaborata in chiave cristiana e finita sulle labbra del Battista solo nell'ultimo Vangelo (Gv 1,23) e prima di allora solo come affermazione su di lui (Mc 1,2-3; Mt 3,3; Lc 3,4-6). È pur vero che lo stesso passo di Isaia si trova anche nel Benedictus di Zaccaria, inno composto dai seguaci del Battista in sua lode e forse del tutto immune dall'interpretazione cristiana (Lc 1,76). Sempre per quanto riguarda Luca, la "vocazione del Battista" (Lc 3,2-6) è da considerarsi letteraria: forse l'evangelista voleva colmare una lacuna unica (dal momento che normalmente per i profeti dell'AT viene tramandato un racconto di vocazione: cfr. Is 6; Ger 1; Ez 1-3, ecc. Neanche Giuseppe Flavio si preoccupa di fornire indicazioni al riguardo), a partire dal materiale a sua disposizione (Mc 1,2-4 e Lc 1,5-25.59-79).
In realtà, la raccolta biblica dei profeti sembra suggerirci i motivi che hanno caratterizzato l'entrata in scena e la predicazione del Battista. I motivi del giudizio attraverso il fuoco e della conversione (Ml 3,2-3.7.19); la scure posta alla radice dell'albero e il ventilabro per la vagliatura del grano (Ml 3.19a-b); la presa di posizione nei confronti del culto sacrificale del Tempio di Gerusalemme (Ml 3,3-4.8-10; cfr. ivi cc. 1-2). Giovanni era già «messaggero dell'alleanza» (Ml 3,1), prima di essere così riconosciuto dai cristiani: la sua vocazione gli ha imposto al tempo stesso il ruolo di Elia come ultimo sollecitatore prima del Giudizio di Dio (Mc 6,14-15; 8,28; 9,11-13; Mt 11,14; 16,14; 17,9-13; Lc 1,17; 9,19; Gv 1,21.25). A questo ulteriore elemento di identificazione con Elia, si può aggiungere il 2Re 2,1-18: era lecito aspettare il ritorno del profeta dal punto in cui era asceso al cielo, cioè sulla sponda orientale del Giordano.
Ma il battesimo giovanneo non presenta alcuna derivazione veterotestamentaria: Paolo si riferisce alla nube e al passaggio attraverso il mare al momento dell'uscita di Israele dall'Egitto (1Cor 10,1-2), ma in questo caso si tratterebbe di un battesimo amministrato direttamente da Dio. Né serve l'amato riferimento alla guarigione del generale siriano Naaman grazie al suo bagno nel Giordano (2Re 5,1-19): primo perché l'immersione è "settuplice", secondo perché era stato mandato da Eliseo, discepolo e successore di Elia, il quale era comunque rimasto a casa propria.
Dunque, Giovanni fu il primo a comportarsi in questo modo: il primo cioè a trasformare la frequente pratica di riti di purificazione condotti in maniera del tutto autonoma da parte delle persone. Ed è dal Battista che i discepoli di Gesù, e forse il Maestro stesso (Gv 3,25-26; 4,1-3), devono aver ripreso la pratica del battezzare (data l'assenza, come visto, di altri riferimenti relativi all'introduzione di questo rito), che fin dagli albori della cristianità non è un bagno di purificazione rituale ma un essere battezzati (1Cor 6,11; Rm 6,3, etc. etc.) da parte di altri cristiani (1Cor 1,14-16; At 8,38; 10,48, etc. etc.).

[1] Giosuè 4:19 Il popolo salì dal Giordano il decimo giorno del primo mese e si accampò a Ghilgal, all'estremità orientale di Gerico.
[2] Malachia 3:1 «Ecco, io vi mando il mio messaggero,
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