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La vita di Gesù attraverso la corretta interpretazione dei Vangeli | ||
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| Non è scopo di questo intervento apportare nuovi elementi alla disamina del Messianismo all’interno dell’ebraismo1. Quello che interessa è mettere in luce la figura del Messia così come emerge dai testi ebraici, con particolare riguardo all’attesa messianica del I secolo d.C., per poter rispondere successivamente alla domanda: Gesù fu il Messia? La tradizione messianica Ancora oggi, dopo oltre un secolo e mezzo di studi dedicati all’argomento, gli studiosi sono consapevoli di essere ben lungi dall’aver esaurito e risolto il problema: alla sua base infatti permane l’elevata incertezza sull’origine dell’Antico Testamento: quante sono le tradizioni in esso confluite? In che modo vanno letti molti passi chiave degli scritti più antichi? Quando vennero redatti i vari testi dell’Antico Testamento e in che modo sono stati modificati con il passare dei secoli? Tutte domande ai quali studiosi di scuole diverse rispondono in modo spesso contrastante e a nostro modesto giudizio non sempre pienamente convincente. La stessa incertezza coinvolge l’attuale dibattito tra gli stessi studiosi israeliani su quale sia la figura di Messia che oggi si deve attendere il mondo ebraico2. Ulteriore difficoltà viene posta da quel vastissimo campo di studi ancora poco esplorato che riguarda i rapporti intercorsi tra il primitivo popolo ebraico e le culture originarie di appartenenza, cioè quel grande mondo indo-mesopotamico, sul quale poca luce è stata finora gettata, mentre sembrano più chiari, grazie agli studi degli ultimi anni, i rapporti con la cultura egizia. Tuttavia, una base di partenza sembra essere stata stabilita con buona sicurezza. Il termine Messia (Mashiach) non compare quasi mai nella Bibbia: nei profeti si trova in Is 45,13 a proposito di Ciro, in Ab 3,13 in un contesto liturgico4; in Lv 4,3-5 è usato in riferimento al sacerdote consacrato.
È stata la tradizione jahwista (J), giudaico-gerosolimitana, a concentrare la sua attesa sulla discendenza davidica e sul modello davidico e regale. L’ideologia regale si fonda essenzialmente sulla figura del re Saul prima, ma rigettato, David poi (e soprattutto, da cui il nome), il consacrato di Dio5, il Suo unto: ma anche all’interno di questa stessa tradizione si trovano resistenze nella figura-ponte di Samuele (1Sam 8, nel quale si vorrebbero intravedere, in maniera tuttavia troppo estrema, elementi di un “partito anti-monarchico”), cosa che ha indotto gli studiosi a ipotizzare l’unione di due tradizioni diverse, quella del nord che non riteneva la regalità un mezzo divino di sopravvivenza, e quella del sud che al contrario individuava nella dinastia davidica l’elemento mediatico tra uomo e Dio di sicurezza, pace e salvezza. Proseguendo nella linea J fondamentale diventa per la comprensione e il futuro sviluppo del messianismo regale la profezia di Nathan in 2Sam 7/1Cr 17: «la dinastia davidica viene ora proiettata indefinitamente, attraverso la figura-chiave di Salomone, nella perenne sopravvivenza del popolo biblico»6. Solo dopo questo passaggio è possibile comprendere pienamente l’azione del profeta Isaia, che nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si erge come il più autorevole interprete, nonché creatore, del pensiero davidico-gerosolimitano: viene così elaborato il concetto della “grande Gerusalemme”7, nella quale la casa di David e il tempio salomonico diventano il luogo privilegiato della presenza di Dio. Si era inoltre radicalizzato lo scontro tra i profeti e i rappresentanti del potere politico (i re del nord) e quelli del potere religioso (i sacerdoti dei santuari8): il giudizio di Dio non poteva che essere punitivo nei confronti dei trasgressori della Legge; ma mentre profeti come Amos e Osea avevano parlato, a proposito del giorno di YHWH9, il primo di un resto di salvati10, il secondo di ritorno e restaurazione11, Isaia introduce il tema della mediazione della dinastia davidica, tema svolto nel cosiddetto “Libro dell’Emmanuele” (letteralmente “Dio con noi”, Is 7-11). Emerge così da questa scuola, fin dai primi discepoli isaiani, «il prototipo di un re-modello che incarnerà le doti più alte del vero re davidico, che dà sicurezza al suo popolo (Is 9,1-6; 11,1-9)»12. Contemporaneamente a Isaia, un altro profeta, Michea, indicherà come luogo di nascita del futuro re messianico Efrata-Betlemme, come lo stesso David (Mi 5,1-2). Il messianismo davidico verrà ripreso da varie scuole in contesti ed epoche diverse. Significativa la sua inclusione all’interno del pensiero geremiano (Ger 23,5-6 // 33,15-16), orientato maggiormente verso un messianismo profetico, che indica nei discepoli di Geremia una linea davidica. Nel dopo-esilio, il duplice messianismo emerge in profeti quali Aggeo e Zaccaria, nella linea di Ger 33,17-18, nelle figure del governatore Zorobabele13 e del sacerdote Giosuè14; per non parlare della duplice attesa, riscontrabile nella letteratura qumranica, della tribù di Levi o aronnide e della tribù di Giuda.
Definire la figura del profeta in ambito biblico è compito non facile, se consideriamo l’importanza della sua autorità tanto in campo politico quanto in quello religioso. Figure simili a quella del profeta nel mondo medio-orientale antico si possono individuare nel divinatore mesopotamico o arameo e nel mago egizio: ma mentre questi ultimi erano semplici funzionari all’interno dei palazzi o dei templi, il profeta è principalmente l’uomo di Dio, l’interprete autorevole della Torah, amante e servitore del suo popolo15, che come tale si impone ai re e ai sacerdoti o qualsiasi altra autorità. Questa grande autorità del profeta deriva direttamente da figure quali Mosè e Samuele, la prima appartenente alle origini religiose nel deserto16, la seconda all’insediamento nella terra promessa, con particolare riguardo a 1Sam 8 dove viene chiaramente stabilita la derivazione del re dal profeta17. È probabile che questa visione, appartenente alla cosiddetta “teologia del nord” (o Elohista, E, propria al territorio al nord di Giuda e Gerusalemme) sia addirittura anteriore alla dinastia davidica politicamente imposta da Gerusalemme, o quanto meno contemporanea. Questa interpretazione politico-religiosa che viene portata avanti dai profeti del nord fin dal tempo di Elia, si scontra con la storia deuteronomistica dei re d’Israele, infedeli a Dio e all’Alleanza18. In ogni caso, come abbiamo visto in precedenza, in Ger 23,1-8 ci troviamo di fronte all’unione dei due messianismi: con Geremia dunque, il messianismo profetico si inserisce in quella linea deuteronomistica che si protrarrà nella storia d’Israele fino all’epoca del NT, nel quale Giovanni Battista era scambiato con Elia19 (come d’altronde lo stesso Gesù) e con Il profeta (da identificarsi quasi certamente con Geremia, del quale si erano perse le tracce durante l’assedio di Nabucodonosor e del quale si aspettava dunque un ritorno negli ultimi tempi).
Una revisione della figura messianica si ebbe nel giudaismo del post-esilio, quando come unico garante dei diritti d’Israele rimase il clero del secondo tempio gerosolimitano: questo aspetto è storicamente facilmente intuibile dal fatto che la politica generale degli achemenidi nell’organizzazione delle satrapie, se prevedeva tolleranza religiosa, non consentiva una autonomia amministrativa o politica al popolo ebraico. L’ascesa del sacerdozio come modello messianico dunque si pone in linea diretta con il declino del messia regale-davidico20 e con la debole speranza della discendenza davidica21, per arrivare alla rappresentazione grandiosa del sommo sacerdote Simone II, figlio di Onia, in Sir 50. La fine tragica degli oniadi, unitamente al sorgere di movimenti contrapposti al clero e al sinedrio di Gerusalemme, produrrà una grave crisi nella prima metà del II sec. a.C. Tra questi movimenti contrapposti, i più importanti furono sicuramente il movimento enochiano e quello qumraniano, che potrebbe porsi in relazione con il primo oppure con l’essenismo più in generale22. Quali che siano stati i motivi di questa improvvisa decadenza, rimane innegabile l’apporto della grande tradizione sacerdotale (P) che condensò il vasto patrimonio liturgico e cultuale del secondo tempio23, tracciando un quadro teologico nel quale emerge la figura centrale del sommo sacerdote, chiaramente improntata ad un messianismo sacerdotale: Es 19,1; Lv 4,3.8-9; 21-23; Nm 18,18-19; 25,12-13. Con Ag e 1Zc 1-8 ci troviamo di fronte al passaggio definitivo dal messianismo regale-davidico, verso cui si aspirava, al messianismo sacerdotale, questo invece effettivo, che in ogni caso continueranno a vivere parallelamente almeno fino a Qumran, dove per altro il messianismo sacerdotale della tribù di Levi (Ml 2,4-7) prevale su quello davidico (tribù di Giuda), essendo lo stesso fondatore del movimento (definito nei MMM “Maestro di Giustizia”, per il quale però ogni tentativo di identificazione con un personaggio conosciuto dalle fonti si è rivelato inconcludente) proveniente dalla classe sacerdotale gerosolimitana.
L’ultima fase del messianismo biblico assume connotati e aspetti di difficile risoluzione24, tutt’ora al vaglio degli studiosi, a causa di non poche connessioni che vanno chiaramente riportate sull’asse Babilonia-Persia-Media Palestina25. La delusione per l’attesa del Messia che tardava ad arrivare, produsse fin dal II sec. a.C. uno spostamento dalla parola profetica26 a quel movimento prettamente popolare individuabile nella «corrente apocalittica», fatta di visioni e apparati immaginifici, volti a cogliere i segni del divino nell’interpretazione drammatica del corso degli eventi umani e delle sue catastrofi, che diede luogo nel corso di quattro secoli (fino al II sec. d.C.) all’imponente produzione della letteratura apocalittica27. Il tema sapienziale comincia a prendere piede dagli inizi della decadenza del carisma profetico, quale si avverte nell’epoca persiana e poi tolemaica (V-III sec. a.C.): caratteristica di questo tema è la personificazione della sapienza, verso una concezione di saggezza che doveva guidare il popolo d’Israele sulla retta via28. Questa Saggezza prende corpo in Pr 1-9: 1,20-33; 8,1-36; 9,1-9; viene proiettata in Dio in Gb 28 o Sir 24; Bar 3,9-4,44; infine in Sap 6-9 come qualità o proprietà divina29. Nel NT la Sapienza viene equiparata a Gesù Cristo30. La letteratura apocalittica, unitamente al tema del culto del tempio gerosolimitano (centrale dell’apocalittica del Medio Giudaismo), delineerà nel tempo liturgie celesti31. Ulteriore proliferazione di questa letteratura si avrà con le rivolte maccabaiche, che porteranno alla concretizzazione di figure quali l’Eletto, il Giusto, il Santo, il Figlio dell’uomo32, figura quest’ultima più tipica e originale delle altre, complessa tanto nella letteratura canonica dell’AT e NT che in quella apocrifa, rivestita di un particolare aspetto escatologico all’interno del messianismo biblico (come appare in Dn 7-12), inserita nel contesto extra-biblico nella problematica generale dell’origine del male nel mondo e al ricorso all’aiuto divino per una sua vittoria a vantaggio dei giusti. Resta tuttavia completamente da chiarire il sostrato storico-culturale dal quale origina questa figura del Figlio dell’uomo: da una parte l’ideologia achemenide tesa all’unificazione del mondo di allora (una globalizzazione ante-litteram), che al momento del suo fallimento nell’incorporazione della cultura mediterranea, vedrà nell’Occidente il sorgere di un principio del male (nel quale non a caso tramonta il sole), dall’altra la stessa ideologia ripresa ma rovesciata da Alessandro Magno, che parte da Occidente per la conquista dell’Oriente, così come verrà ripresa da Roma, e nuovamente ripresa e rirovesciata da Bisanzio prima e dall’Islam poi. Di qui la nascita del Figlio dell’uomo, «figura cosmica e celeste, che deve risollevare le sorti compromesse dell’umanità. Ora, ricondurre l’insorgere di questa immagine al Medio Giudaismo, o anche alla stessa cultura iranica può essere plausibile, ma ci chiediamo fino a che punto risolutivo. Sappiamo infatti che anche nella letteratura induista e sanskrita dei Rigveda33 c’è la figura dell’uomo cosmico, Prajapathy, dove appunto Praja significa “uomo” e Pathy “salvatore”. È nato direttamente da Dio ed è inviato nel mondo in preda al male per salvarlo: alla fine sacrifica se stesso per salvare il mondo34»35. Ma qui si ritorna al punto di partenza, e cioè alla necessità di approfondire tutti quei collegamenti culturali che coinvolgono anche il campo strettamente biblico (nonostante la carenza di fonti dirette), per poter ricostruire in maniera completa la storia culturale del popolo ebraico e determinare tutti i contatti, le successioni e le eventuali derivazioni che vedono protagonisti i popoli di quell’incredibile, vasto e complesso mondo che furono il Medio-Oriente e l’Oriente del mondo antico.
1 Chi ben conosce questo sito certamente avrà capito che il nostro scopo è quasi esclusivamente quello di divulgare nella maniera più corretta e completa possibile i risultati cui giungono gli studiosi di tutto il mondo riguardo alle origini del cristianesimo... 2 Per una messa a punto sulla cultura moderna del fenomeno, si vedano i seguenti volumi: J. Taubes, Messianismo e cultura. Saggi di politica, teologia e cultura (Saggi blu), Milano: Garzanti 2001; J. Taubes, Il prezzo del messianesimo (Quaderni Quodlibet 9), Macerata: Quodlibet 2000, corredato dello scambio epistolare in polemica con G. Scholem e del capitolo conclusivo di E. Stimilli, “Il messianismo come problema politico”. 3 Isaia 45:1 «Dice il Signore del suo eletto, di Ciro». 4 Abacuc 3:13 «Sei uscito per salvare il tuo popolo, / per salvare il tuo consacrato». 5 Cfr. 1Sam 24,7; 26,9; 2Sam 1,14. 6 Boschi, op. cit., p. 51. 7 Isaia 2:1 «Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme». 8 Cfr. Am 7,10-17 lo scontro tra Amos e il sacerdote Amasia di Bethel. 9 Am 5,18-20; Sof 1,14-18; Ger 13-16; 14,39; Gl 2,1-2. 10 Am 3,12; 5,15; 9,8-10; inoltre moltissimi altri passi attraversati trasversalmente da questo tema. 11 Os 2,1-3.16-25; 3,5; 14,2-9. 12 Boschi, op. cit., p. 53. 13 Ag 1,12-15; 2,21-23. 14 Zc 4,2; 6,9-15. 15 Cfr. C. Grottanelli, Profeti biblici (Scienze delle religioni), Brescia: Morcelliana 2003. 16 Per il tema del deserto, cfr. B.G. Boschi, Israele nel deserto. Esodo, Levitico, Numeri. Una storia di liberazione (La Bibbia nelle nostre mani), Cinisello Balsamo (MI): S. Paolo 2000. 17 1Samuele 8:5 Gli dissero: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli». 18 Impossibile escludere a priori che alla base di questo scontro vi siano state manovre elaborate in Egitto per mantenere il controllo del regno del nord in vista dell’uso della via maris. Cfr. Boschi, op. cit., p. 55 nota 58, 19 Cfr. Mc 1,6; Mt 3,4. 20 Es 34,23-28; 44,3; 46,2. 21 Ag 2,25; Zc 6,12; 9,9-10. 22 Riguardo al movimento enochiano, si vedano gli studi di G. Boccaccini. 23 Ultima parte di Es (25-30; 35-40); tutto Lv; Nm 1-10; 15-19; 26-30. 24 Per una veloce introduzione alla tematica, vd. Boschi, op. cit., pp. 59-61. 25 Cfr. E. Albrile, “Enoch e l’Iran: un’ipotesi sull’origine dell’apocalittica”, Nicolaus 22 (1995), pp. 91-136. 26 Cfr. Sal 74,9 e 1Mac 9,27 sulla mancanza di profeti in Israele. 27 Cfr. E. Noftke, Introduzione alla letteratura mediogiudaica precristiana, Torino: Claudiana 2004. 28 Cfr. G. Stemberger, Il Midrash. Uso rabbinico della Bibbia. Introduzione, testi, commenti, Bologna: EDB 1992 per la costituzione del genere midrashico del giudaismo e delle stesse origini cristiane in relazione all’evoluzione di questo tema. 29 Cfr. P.P. Zerafa, The Wisdom of Job (Studia Universitatis S. Thomae in Urbe 8), Roma: Herder 1978. 30 Cre. il Prologo di Gv con il logos. 31 “Abominio delle nazioni” e “Gerusalemme celeste”. 32 Per il tema messianico nell’apocalittica in generale, cfr. J.C. Vanderkam, “Messianism and Apocalipticism”, in J.J. Collins – B. Mc Ginn – S. Stein (edd.), The Encyclopedia of Apocalipticism, vol. I, New York-London: Continuum 2000, pp. 193-228. 33 Come nel X Libro (Mendelem), il primo dei quattro Libri dei Veda. 34 C. VII (Ashtaka) del X Libro, v. 90. 35 Boschi, op. cit., p. 65. Ma viene da chiedersi fino a che punto è possibile trovare un “parallelismo”: per coloro che dovessero intendere male questa ipotesi del Boschi, aggiungiamo che Gesù non nasce direttamente da Dio, ma per mezzo di Maria; non sembra trasparire dal NT che Gesù considerasse il mondo in preda al male e che sia venuto a salvarlo alla maniera magari di un eroe greco; infine non sacrifica autonomamente se stesso per salvare il mondo, ma compie la volontà del Padre per portare la Salvezza (= il Regno di Dio) agli uomini. Quindi non è Gesù che sacrifica se stesso, ma Dio che sacrifica Suo Figlio. |
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