| Il problema della cronologia della Settimana Santa affligge storici, studiosi e uomini di Chiesa da almeno 18 secoli: nessuno ancora oggi è riuscito a dare una spiegazione storicamente provata e inconfutabile di questa cronologia, ma benché probabilmente non si riuscirà mai in quest'opera, partendo dagli studi della dott.ssa Jaubert degli anni '50 del XX secolo, cercheremo di vedere e completare le sue tesi sulla base dei risultati delle più recenti ricerche moderne, vagliando possibilità e impossibilità delle varie proposte.
Un problema non di poco conto sulla storicità dei vangeli e sulla stessa storicità della vita di Gesù è la discordanza tra i tre vangeli sinottici e il quarto vangelo di Giovanni sulla data dell'Ultima Cena, e il conseguente succedersi di molteplici eventi nello spazio di pochissime ore. Non tutti sono a conoscenza di questo problema, come non tutti sono a conoscenza del fatto che la cosiddetta "cronologia breve" degli eventi appare non prima della fine del IV secolo, laddove la tradizione anteriore (almeno con la Didaché di inizi II secolo) usa la cosiddetta "cronologia lunga": cerchiamo di capire i perché dell'esistenza di queste due cronologie e i come gli studiosi abbiano cercato di farle quadrare.
È necessario dunque partire dai vangeli stessi, per evidenziare quelle che a molti storici appaiono delle contraddizioni, ma che, come dimostreremo, tali non sono se lette nel verso giusto.
Gli scarsi dati cronologici presenti nei Vangeli al riguardo concordano sull'evento principale: la morte di Gesù avvenuta in un venerdì (Mt 27,62; Mc 15,42; Lc 23,54; Gv 19,31). Discordano invece su altri punti importanti e, dal nostro punto di vista, decisivi:
- Mt 14,2 ci dice che i sinedriti stabilirono di non processare Gesù in un giorno di festa, ma lo avrebbero fatto arrestare alla vigilia di Pasqua;
- eventi quali le varie sedute davanti il Sinedrio, Pilato ed Erode, la persuasione della folla, il confronto con Barabba e la flagellazione si sarebbero svolti in 12 ore ca.;
- se poi consideriamo che Marco 15,25 ("interprete" del testimone oculare Pietro) e Giovanni 19,15 (testimone oculare egli stesso [1]) ci dicono che Gesù è stato crocifisso all'ora terza (le nove del mattino) il tempo sopra menzionato si riduce ad appena 9 ore;
- le norme del diritto processuale ebraico proibivano di tenere sedute giudiziarie la vigilia di un sabato o di un giorno festivo (Mishna, Sahn 4,1). Invece tutto si sarebbe svolto di venerdì, vigilia di un sabato che per giunta era giorno di festa;
- dal Sabato delle Palme alla sera del martedì gli evangelisti ci informano dell'intensa attività di Gesù, ma improvvisamente tacciono per i due giorni successivi che separano dall'Ultima Cena;
- i tre sinottici (Mt 26,27ss.; Mc 14,22ss.; Lc 22,7ss.) lasciano credere che Gesù avesse celebrato la Cena e fosse stato catturato, condannato e crocifisso il giorno di Pasqua, Giovanni dice esplicitamente che la mattina in cui Gesù fu giudicato da Pilato gli Ebrei non avevano ancora mangiato la Pasqua (Gv 18,28).
Sappiamo che cronologicamente parlando, i Vangeli di Luca e di Giovanni sono da preferirsi, ma sappiamo anche che laddove Luca presenti delle anomalie è necessario fare sempre riferimento a Giovanni, l'unico dei quattro evangelisti ad aver fatto parte dei 12 discepoli e di conseguenza l'unico ad avere informazioni di prima mano e "de visu" sugli eventi da lui narrati (sebbene alcuni storici ritengano il suo libro un testo prevalentemente "teologico" non direttamente redatto dall'apostolo ma da qualcuno della sua cerchia di discepoli). Ora dunque, sulla base delle informazioni finora proposte, la tradizione attuale e la lettura corrente dei tre sinottici sono da rivedere: il giorno dell'arresto non poteva essere il venerdì (cioè il giovedì notte secondo il nostro computo: giova ricordare come per gli Ebrei il giorno iniziasse al sorgere della terza stella della sera precedente).
Una spiegazione che, se provata, risolverebbe contemporaneamente i problemi sopra esposti, l'ha fornita, come è noto, Annie Jaubert, assistente alla Sorbona, nel suo libro La Date de la Cène (Paris, Gabalda 1957), nel quale riproduce e completa tre suoi precedenti articoli sull'argomento. Nell'ottobre del 1960 usciva un altro articolo della Jaubert, "Jésus et le calendrier de Qumran", pubblicato sulla rivista New Testament Studies. Partiremo dunque dalle basi offerte da questo studio, cercando di capire la validità della sua tesi, le possibilità e le impossibilità delle obiezioni formulate e delle ipotesi alternative.
Cominciamo il nostro viaggio da uno scritto apocrifo del III secolo, la Didascalia degli Apostoli: questa composizione venne scritta per ricordare ai cristiani il motivo storico del doppio digiuno del mercoledì e del venerdì ricordati dalla Didaché 8,1 (testo generalmente datato tra la fine del I secolo e l'inizio del II secolo, ma che secondo molti studiosi si basa su pratiche più antiche). Al capitolo 21 troviamo per ben tre volte attestato che Gesù fece Pasqua il Martedì; citiamo per brevità un solo brano:
«Quando era ancora con noi (Apostoli) prima della sua Passione, nel momento in cui mangiavamo la Pasqua con lui, ci disse: "Oggi, questa notte stessa, uno di voi mi tradirà". E ciascuno di noi gli diceva: "Sarei forse io, Signore?". Egli rispondendo ci disse: "È colui che tende la sua mano con me nel piatto". E Giuda Iscariota, che era uno di noi, si alzò per tradirlo. Allora nostro Signore ci disse: "In verità vi dico: ancora un po' di tempo e mi abbandonerete, poiché sta scritto: <colpirò il pastore del gregge e le pecore saranno disperse>". Giuda venne con gli Scribi e con i sacerdoti del popolo e consegnò loro nostro Signore Gesù. Questo ebbe luogo il mercoledì. Dopo aver mangiato la Pasqua, il martedì sera, andammo al Monte degli Ulivi, e nella notte essi presero nostro Signore Gesù. Il giorno seguente, che è il mercoledì, fu custodito nella casa del sommo sacerdote Caifa; quello stesso giorno i capi dei sacerdoti si riunirono e tennero consiglio per lui. Il giorno seguente, che è il giovedì, lo condussero dal Governatore Pilato e fu custodito presso Pilato la notte che segue il giovedì. Al mattino del venerdì lo accusarono di fronte a Pilato, ma non poterono fornire le prove di nessun fatto vero: addussero contro di lui dei falsi testimoni e chiesero a Pilato di metterlo a morte. Lo crocifissero quello stesso venerdì».
Come abbiamo detto in occasione di altri testi apocrifi tardi rispetto agli eventi che vogliono narrare [2], capita sempre di trovare riportate delle antiche tradizioni che affondano nella storia vera, la storia predicata dai 12 apostoli e dai seguaci del Cristo. La Didascalia, voce importante per la nostra ricerca, non è peraltro una testimonianza fuori dal coro: ad essa dà credito S. Epifanio, vescovo di Salamina († 403), mentre S. Vittorino di Pettau († 304), già un secolo prima di Epifanio, dimostra di dipendere da una fonte indipendente; ancora nel VI secolo, l'apocrifo Libro di Adamo ed Eva riporta la cronologia lunga. Va ricordato che se uno scritto apocrifo riporta eventi contrastanti con la tradizione vigente, se questi eventi sono magari avvalorati da qualche Padre della Chiesa antica e se è possibile, sulla base dei dati in nostro possesso, poterli confermare storicamente, è necessario dare a queste fonti tutto il credito e il rispetto che meritano. Inoltre, ammesso anche che le notizie della Didascalia siano un fenomeno di «storicizzazione» a scopo liturgico, rimane la solida obiezione della Jaubert: S. Vittorino riporta una tradizione indipendente, e poi una ricostruzione arbitraria sarebbe possibile soltanto dove la via fosse "libera", dove cioè non esistesse una tradizione contraria anteriore, più o meno radicata che essa fosse. Se i detrattori della cronologia lunga ipotizzano una tradizione viva nel II secolo della cronologia breve, la strada non era libera, e nessuno sarebbe riuscito ad imporre una storia della passione in flagrante contrasto con una tradizione viva. per di più su un tema così "scottante".
Peraltro la contestazione sull'eventuale "tradizione antica" legata alla cronologia breve viene subito a decadere all'esame delle fonti antiche (a differenza di quella lunga), e risulta chiaramente attestata solamente a partire dalla fine del IV secolo:
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non è testimoniata da S. Paolo, il quale afferma che l'Eucaristia venne istituita da Gesù «nella notte in cui fu tradito» (1Cor 11,23);
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non è testimoniata nelle antiche liturgie che, riprendendo l'espressione di S. Paolo, dicono «pridie quam pateretur» (e d'altronde la stessa espressione è utilizzata ancora oggi);
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la prima testimonianza della Pasqua al giovedì appare nello scritto di Ireneo Adversus Haereses e in quello di Apollinare Chronicon Paschale: ma leggendo attentamente i passi appare chiaro come fosse una privata deduzione a motivo esegetico;
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la prima testimonianza di una Cena al giovedì è del citato Epifanio, che la menziona per dichiararla errata.
È necessario a questo punto capire come potesse Gesù celebrare la Pasqua il martedì sera (se l'Ultima Cena non avesse carattere pasquale, sarebbero da spiegare altre incongruenze, come la presenza del vino, necessaria nei giorni di festa ed assolutamente indispensabile nella Pasqua).
Il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoc, il Documento Damasceno e alcuni frammenti di calendario rinvenuti a Qumran, attestano l'esistenza di un calendario solare, ad uso soprattutto degli ambienti essenici e contrapposto al calendario lunare ufficialmente seguito dal Tempio di Gerusalemme. Secondo il calendario solare, l'anno era di 364 giorni (52 settimane esatte): questa particolarità permetteva di avere date fisse, come nel caso del 1° giorno dell'anno, che cadeva sempre di mercoledì - giorno della creazione degli astri - esattamente come la Pasqua. Supponendo che Gesù avesse seguito il calendario solare, celebrando la Pasqua il martedì sera (dunque il mercoledì secondo il sistema ebraico), tutte le difficoltà cronologiche agli eventi sopra menzionati verrebbero a cadere. Lo studioso Giulio Firpo ha provato a portare delle prove archeologiche a sostegno di questa tesi: nel 1884 è stata ritrovata dagli archeologi la «Porta degli Esseni», esplicitamente citata da Giuseppe Flavio in un passo della sua Guerra Giudaica. Questa porta si trova nel settore sud-occidentale (Monte Sion) del Muro Primo di Gerusalemme (quello ancora in piedi ai tempi di Erode il Grande), nel quartiere degli esseni (riconoscibile dalla presenza delle vasche utilizzate per i riti di purificazione): uno dei sentieri che partivano da questa porta sembra condurre direttamente all'insediamento di Qumran. Gli Esseni erano gli "amici della porta accanto" dei primi giudeo-cristiani, e «un'antica tradizione cristiana indicano in questo luogo il centro di formazione e di espansione della Chiesa delle origini, collocandovi esplicitamente l'ambiente dove si svolse l'ultima cena e avvenne la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli» [3]. L'Ultima Cena sarebbe stata quindi una vera e propria Pasqua, celebrata senza l'immolazione dell'agnello in quanto si era già giunti alla definitiva rottura tra Gesù e le autorità giudaiche. Sebbene si possa concordare sull'importanza di questo quartiere cristiano accanto ad uno esseno, con l'implicazione che ne potrebbe derivare per la ben famosa grotta 7, non bisogna dimenticare le valide obiezioni sollevate da Meier: «Non si spiega adeguatamente perché Gesù avrebbe dovuto osservare un calendario settario o specificatamente qumranico per le principali feste del giudaismo», tanto più che altrove abbiamo dimostrato la totale diversità del pensiero del Cristo rispetto alle rigide regole «degli estremisti legalisti di Qumran» [4].
Siamo dunque di fronte ad un empasse:
- Gesù, ad accordare i Vangeli, non sembra aver seguito il calendario ufficiale del Tempio;
- d'altronde, non c'è alcuna ragione per la quale dovesse seguire il calendario solare esseno (in realtà non ve n'è neanche una che lo costringesse a seguire il calendario degli anziani farisei, o dei sadducei che controllavano e officiavano i riti nel Tempio);
- è però anche vero che la cronologia impostata sulla tradizione attuale è difficile da conciliare se vogliamo dare credito storico a ogni tradizione confluita nei vangeli.
Alcuni studiosi hanno cercato di ovviare al problema in più modi: Blinzler, nel suo libro Der Prozess Jesu (ed. it. 1951), ha tentato di dimostrare il carattere legale di quel processo nel quadro della cronologia di un giorno, legandolo al diritto sadduceo. Ma già negli anni '60 la Jaubert ha efficacemente risposto che nessuna tradizione e nessun testo avvalorano il collegamento col diritto sadduceo; inoltre, è vero che il diritto sadduceo è considerato molto severo, ma la severità non è sinonimo di ingiustizia: un processo che voglia definirsi legale non poteva essersi svolto frettolosamente, contro le stesse leggi ebraiche e senza l'ammissione di testimoni a carico. Tanto più che sono le stesse tradizioni rabbiniche, benché tarde, a ricordarci di come quando Gesù venne condannato, si chiamarono dei testimoni che potessero discolparlo, ma non venne nessuno. Ammettendo anche che questa tradizione tarda fosse stata appositamente redatta per discolpare i sacerdoti di una condanna ingiusta e frettolosa (d'altronde, l'apocrifo Vangelo di Pietro composto nel II secolo fa cadere tutta la colpa della condanna sui sacerdoti stessi, facendo apparire il governatore romano Pilato addirittura come colui che cercò in tutti i modi di salvare Gesù), dai vangeli non emerge nulla che possa avvalorare questa ipotesi, nemmeno dal ricostruito passo di Giuseppe Flavio riguardante Gesù. Peraltro il beneficio dell'invenzione cozza gravemente con la sua datazione: se i rabbini sentirono il bisogno di discolparsi per l'ingiusta condanna di un uomo al quale non attribuirono mai alcuna importanza, non lo avrebbero certo fatto nel III secolo, quando oramai i cristiani già si erano avviati ad essere una delle forze numericamente più importanti nell'ambito della religiosità dell'Impero Romano del tempo.
Thiessen e Merz invece notano che «ciò [il processo in una notte] si può anche storicamente immaginare poiché le autorità giudaiche non promossero alcun procedimento formale contro Gesù ma si limitarono ad interrogarlo e quindi a denunciarlo presso Pilato; ed è poco probabile che questi si sia dilungato a trattare il caso». Ma allora bisognerebbe cancellare il 60% degli eventi della Passione, negando dunque buona parte della storicità degli eventi così come raccontati dai tre vangeli sinottici in particolare.
È bene tuttavia ricordare che se fosse provato l'uso di un calendario solare, dunque anche esseno, da parte di Gesù, ciò non implicherebbe affatto considerarlo vicino né tanto meno inserito in quella comunità. Vediamo il perché. Abbiamo visto che il calendario di 364 giorni viene riportato anche nel Libro dei Giubilei: è quindi di tradizione antica, sicuramente precedente al I sec. a.C., e non c'è alcuna ragione per considerarlo esclusivamente settario. La stessa Mishna, menzionando alcune polemiche risalenti al periodo di Gesù, dimostra come fosse ancora vivo il ricordo di un calendario imperniato sui giorni della settimana molti decenni dopo il ritiro nel deserto dei sacerdoti esseni. C'è poi un aspetto interessante che potrebbe venirci in aiuto: Gesù ed alcuni suoi discepoli (sicuramente gli apostoli Andrea, fratello di Pietro, e Giovanni) avevano ascoltato la predicazione di Giovanni il Battista, il quale definì Farisei e Sadducei «razza di vipere» (Mt 3,7). Non è questo il luogo per chiarire i rapporti tra Gesù e il Battista, né l'influenza (ammesso che ci fosse stata) di quest'ultimo sul primo: resta però molto forte l'ipotesi di un'educazione del Battista presso la comunità essena di Qumran: Luca dice che fin da fanciullo «dimorava nei deserti» (Lc 1,80), ma da Giuseppe Flavio non solo sappiamo che non esisteva alcun centro d'educazione nel deserto, ma anche che i sacerdoti esseni erano soliti adottare i figli di altri in età assai tenera (Guerra Giudaica II, 8,2). Nel caso rimarrebbero da chiarire due punti: Giovanni Battista era figlio di un sacerdote del Tempio di Gerusalemme, che sappiamo benissimo essere decisamente inviso agli Esseni; se il Battista entrò nella comunità di Qumran, o non completò la formazione o rigettò alcuni dei precetti, avendo iniziato a predicare alle genti e nel deserto e a battezzare un rito di espiazione da compiersi una sola volta (laddove gli Esseni compivano più riti purificatori al giorno in vasche d'acqua e rifiutavano il contatto con gli impuri).
In ogni caso, è innegabile l'esistenza di più calendari al tempo di Gesù, né è possibile dimostrare che questi non ne conoscesse alcuni o fosse costretto a seguirne uno ben preciso: gli stessi Farisei e Sadducei seguivano calendari differenti, e non sembra da escludersi l'ipotesi che proprio nell'anno 30 (quando morì Gesù) fossero state celebrate più Pasque a seconda del calendario utilizzato da ogni setta.
A questo punto sorge una domanda: Meier giustamente ricorda come Gesù, in quanto ebreo, si rechi a Gerusalemme per la celebrazione delle feste (e non, per esempio, a Qumran), e come avesse sempre a che fare con le autorità di Gerusalemme (e non con quelle di altre sette concorrenti). All'obiezione risponde la stessa Jaubert: Gesù si reca a Gerusalemme certamente per le feste (come prescritto dalla Legge ad ogni ebreo), ma lo fa esclusivamente con l'intento di predicare alle folte schiere e non certo con il solo intento di ossequiosa osservanza delle regole e tanto meno del calendario lunare. È bene ricordare come gli stessi Esseni, sebbene non immolassero animali al Tempio, manifestavano il proprio rispetto per il santuario inviandovi offerte. D'altronde, Matteo e Marco non menzionano alcuna partecipazione di Gesù alla vita liturgica ufficiale: Egli si reca a Gerusalemme soltanto per «radunare i suoi figli» (Mt 23,37), per scacciare i profanatori dal Tempio (Mc 11,15) e per morirvi. Non è un caso che nonostante la predicazione di Gesù duri circa 3 anni, è il solo Giovanni a menzionare tre salite a Gerusalemme: ma l'ultimo evangelista obbedisce più a ragioni teologiche, e in ogni caso fin dall'inizio del Vangelo assistiamo alla rottura con le autorità ufficiali a motivo della profanazione del Tempio (Gv 1,14-17). Alla seconda salita Gesù viene "gratificato" del titolo di «samaritano» (=scismatico) e rischia ogni volta la morte. Alla terza salita, Gesù viene processato e condannato.
Un altra obiezione, fornita da autori tra i quali Ogg e R. Brown, è la seguente: com'è possibile una cena pasquale, senza l'agnello
regolarmente ucciso nel Tempio alla data ufficiale? Ancora la Jaubert risponde che ciò non è affatto necessario, per almeno due motivi ricorrenti nella stessa tradizione ebraica anteriore alla venuta di Gesù: gli Esseni ad esempio non celebravano la Pasqua lo stesso giorno dei Farisei; non tutti gli Ebrei potevano salire alla Città Santa, ed esistevano riti pasquali senza l'immolazione dell'agnello. Filone riporta l'usanza di un agnello immolato fuori dal Tempio: «I privati non portano all'altare le vittime e i sacerdoti non sacrificano, ma per ordine della Legge tutta la nazione agisce da sacerdote» (Vità di Mosé II, 224). Inoltre, un semplice ragionamento sul numero degli agnelli da immolare fa comprendere come fosse per molti impossibile osservare la Legge: J. Jeremias, nel suo lavoro Jerusalem zur Zeit Jesus (1923), tenendo conto del luogo relativamente ristretto degli atri dei sacerdoti e del numero esorbitante di agnelli da sacrificare in relazione alla popolazione e ai pellegrini, ridimensiona di molto le cifre fantastiche ricordate da Giuseppe Flavio e, tentando un computo realistico, riduce la mattanza a 18.000 agnelli. A parte la semplice considerazione numerica che un tale numero di agnelli non poteva coprire il "fabbisogno" delle famiglie presenti a Gerusalemme per la Pasqua, è evidente che negli atri del Tempio questo lavoro avrebbe richiesto non meno di 30 ore! Ma il tempo legale andava dalle 15 al tramonto, il che vuol dire non più di circa 4-5 ore: una semplice equazione matematica, abbassa il numero a ca. 3000 agnelli. È lecito dunque ipotizzare che se "tutta la nazione agisce da sacerdote" (Filone, cit.), così almeno la città di Gerusalemme valeva come luogo sacro.
Alla fine di questo breve excursus mettiamo a confronto in una tabella le obiezioni alle ipotesi della Jaubert e le sue riposte:
| Obiezioni allo studio della Jaubert |
Le risposte della dott.sa Jaubert |
| È verosimile che Gesù abbia celebrato la Pasqua nella stessa data dei circoli ebraici apparentati con Qumran? |
Il calendario sacerdotale di 364 giorni è di origine antica: l'eco era ancora presente al tempo di Gesù e non c'è alcun motivo per pensare che fosse esclusivamente settario |
| Come si può pensare che Gesù, avendo avuto frequenti contatti col tempio, seguisse un calendario diverso da quello ufficiale? |
Gesù sale a Gerusalemme con l'esplicita intenzione di ammaestrare quante più persone possibile. I suoi rapporti con i sacerdoti, sono sempre di contrasto, e mai di riverente osservanza. Inoltre, anche altri gruppi ebraici, pur nettamente in contrasto col Tempio, manifestavano il proprio rispetto per la Legge frequentando il santuario |
| Com'è possibile una Cena pasquale, senza l'agnello ucciso nel tempio alla data ufficiale? |
Sappiamo che Farisei e Sadducei erano in contrasto anche sulla data della Pasqua. Inoltre, usanze ebraiche confermano la presenza di riti pasquali con l'agnello sacrificato fuori del tempio, o addirittura senza agnello. Infine, il numero di agnelli della mattanza era assolutamente irrisorio rispetto all'elevato numero di famiglie presenti a Gerusalemme per celebrare la Pasqua |
| Le informazioni della Didascalia, composizione a scopo liturgico, offrono informazioni storiche inaccettabili e in contrasto con la tradizione |
Non vi è alcuna tradizione antica che confermi una Pasqua al giovedì se non a partire dalla fine del IV secolo, e viene espressamente smentita da S. Epifanio. L'esistenza di una Cena di Gesù al martedì sera (mercoledì ebraico) è invece attestata nel II -III secolo da due filoni indipendenti; una storia in palese contrasto con una viva tradizione non sarebbe stata neanche presa in esame |
| Gesù venne probabilmente processato secondo il rito sadduceo |
Questa affermazione non si appoggia a nessun testo. E in ogni caso, se di processo si tratta, non poteva essere ingiusto e contraddire le disposizioni della stessa Legge ebraica |
| Non si trattò di un vero processo, ma di una sommaria interrogazione seguita da un'altrettanto sommaria condanna da parte dell'autorità romana (critica moderna) |
Questa affermazione è in palese contrasto (=smentisce) gli stessi Vangeli, che parlano di più sedute davanti al Sinedrio, poi a Pilato, poi a Erode e infine di nuovo a Pilato, del confronto con la folla, della scelta di Barabba e della flagellazione, negandone sostanzialmente la storicità. |
Tra gli studiosi che hanno accolto le tesi della Jaubert, figura E. Ruckstuhl, il quale partendo dall'ipotesi del "calendario esseno" presenta la cronologia seguente [5]:
- Nella notte da martedì a mercoledì:
ultima cena;
arresto di Gesù dopo mezzanotte;
interrogatorio dinanzi ad Anna / rinnegamento di Pietro;
maltrattamenti di Gesù dai servi del sommo sacerdote.
- Nella giornata di mercoledì:
prima seduta del Sinedrio: formulazione delle accuse da presentare a Pilato;
presentazione delle accuse scritte a Pilato e prenotazione del processo per il giorno seguente.
- Giovedì:
seconda sessione del Sinedrio al mattino (=MC 15,1);
consegna di Gesù a Pilato;
apertura del processo romano: ascolto delle accuse;
visita a Erode Antipa;
ripresa del processo romano.
- Venerdì:
conclusione del processo con la faccenda di Barabba;
condanna di Gesù alla croce;
maltrattamenti di Gesù da parte dei soldati romani;
crocifissione.
[1] Sembra possibile affermare come il testo greco di riferimento, pubblicato da Nestle-Aland, sia errato: come ha dimostrato Sebastian Bartina S.J. nel suo articolo Ignotum episemon gabex, in "Verbum Domini" 36 (1958), pp. 16-37, i segni grafici che nel I secolo indicavano il 3 e il 6 nella scrittura gerca differivano per la sola inclinazione a sinistra o a destra dell'asta verticale. Quindi non deve sorprendere l'errore dei copisti nel trascrivere dai manoscritti più antichi, tanto più che ben otto codici maiuscoli e 4 minuscoli riportano appunto la variante "ora terza". La notizia verrebbe inoltre confermata da diversi Padri e scrittori ecclesiastici: tra questi ricordiamo Pietro Alessandrino († 311), che dice di aver letto sull'originale del Vangelo di Giovanni (alla fine del III secolo ancora conservato ad Efeso) «ora terza». Per conoscenza, citeremo l'intero passo: «Era la preparazione della Pasqua, verso l'ora terza (Gv 19,14), come riportano i libri più accurati e lo stesso testo originale scritto dalla mano dell'evangelista. Questo testo per grazia divina, è ancora conservato e venerato dai fedeli fino ai nostri giorni nella santissima Chiesa degli Efesini» (P.G. 18, 517).
[2] Vedasi il caso degli Atti di Pietro, composti intorno al 180, riportanti la tradizione di scritti neotestamentari composti su rotolo: cfr. C.P. Thiede: Il più antico manoscritto dei Vangeli?, 1987.
[3] Firpo G.: "Il terremoto del 31 a.C. in Palestina e la cronologia della Passione", in Fenomeni naturali e avvenimenti storici nell'antichità, a cura di M. Sordi («Contributi dell'Istituto di Storia Antica», vol. XV), Milano 1989.
[4] Meier
J.P.: Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, voll. I-III, Brescia 2001-2003, pp. 117. 120, 125.
[5] Ruckstuhl E.: Zur Chronologie der Leidensgechichte Jesu, I, in Jesus im Horizont der Evangelien, Stuttgart 1988, pp. 116s. |
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«Il tentativo della studiosa può essere considerato come un esempio di armonizzazione.
Se liquidarlo senza alcuna discussione, come fa Pesch, può apparire ingiustificato, altrettanto ingiustificato è accoglierlo come la soluzione del problema di quelle differenze, come fanno spesso gli storici del diritto».
Giorgio Jossa
«Non mi sembra esistano validi motivi per contestare lo studio della Jaubert»
È l'opinione di un grande studioso di ebraismo, Paolo Sacchi, riportata nel libro Gesù e la comunità di Qumran, a cura di J.H. Charlesworth |
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