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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Una lettura del libro della Genesi
 Messaggio Inviato: giovedì 1 ottobre 2009, 18:57 
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Iscritto il: mercoledì 2 gennaio 2008, 20:57
Messaggi: 183
Località: Roma
A volte, la lettura di alcuni passi biblici lascia alquanto interdetti: se il Dio biblico è il Dio della misericordia e del perdono, com’è possibile che in alcune occasioni si comporti da re spietato? Questa domanda apparentemente senza risposta ci porta a concludere che alcuni passi andrebbero forse rivisti oppure non tenuti in debita considerazione. Ma di fronte alla Genesi, per quanto si possa bollare come mito, come letteratura l’aspetto storico narrato, non si può tralasciare di certo l’aspetto teologico, il vero fulcro ed il vero messaggio dell’intero racconto: il suo valore religioso è infatti fondamentale. Quantifichiamo subito il problema qui trattato: Dio crea l’uomo “a propria immagine e somiglianza†(Gn 1,26), ma lo punisce con la cacciata dall’Eden (Gn 3,24) nel momento in cui, avendo mangiato della mela offertagli dalla donna, egli “diventa simile†a Dio. La domanda sorge spontanea: come può Dio punire l’uomo che diventa come Lui se già in principio egli viene creato come Lui? Sono evidenti due situazioni: da una parte la contraddittorietà di Dio, dall’altra la netta sproporzione tra la trasgressione e la punizione.
Qui è tuttavia in gioco il senso stesso del libro biblico: innanzitutto l’uomo non viene creato insieme agli altri animali e confuso con essi, ma viene elevato al di sopra di essi in virtù della sua somiglianza con Dio che agli altri esseri viventi viene negata: è in grado di pensare, di vincere i suoi istinti animali, di comandare sul resto del creato e soggiogarlo (Gn 1,28). Proprio perché pensa ed è dunque in grado di scegliere, riceve anche un comando, quello di non mangiare il frutto di un albero, l’albero della conoscenza del bene e del male: ancora una volta, come può l’uomo non conoscere il bene ed il male se è fatto ad immagine e somiglianza di Dio? La differenza qui si fa più complessa: l’uomo del Genesi è come un bambino, che immerso nella sua società e nei suoi valori di riferimento è in grado di percepire l’errore ma non di quantificare il danno provocato. Dunque, questo superiore livello di conoscenza, questo ulteriore livello che rende l’uomo adulto, è il pieno compimento della somiglianza con Dio. L’uomo è l’unica creatura divina dotata di libero arbitrio (quindi di pensiero): ma per questo, sarebbe bastato un qualsiasi comandamento, una qualsiasi proibizione. Invece, è la conoscenza del bene e del male che Dio proibisce all’uomo di acquisire.
Vengono alla mente le parole del Vangelo di Giovanni, nelle quali Gesù si rivolge a Nicodemo indicandogli che bisogna regredire alla condizione di bambini per poter entrare nel Regno dei Cieli: affidarsi e fidarsi serenamente e pienamente di Dio. Eppure è stato proprio l’uomo a scegliere la via più difficile: acquisendo la “conoscenza adulta†del bene e del male, perde in qualche modo l’immortalità garantitagli dalla condizione di somiglianza con Dio acquisendo quella di mortalità, entrando di fatto in uno stato di decadenza rispetto allo stato di giustizia originale, nella quale sarà confinato per sempre (cacciato dall’Eden l’uomo non può più mangiare dell’albero della vita, Gn 3,21).
È possibile dunque chiudere il cerchio: l’uomo è l’immagine di Dio sulla Terra, è la Sua più alta rappresentazione, è il Suo “capolavoroâ€. A Sua immagine e somiglianza sono le categorie del pensiero ebraico che l’autore del testo ha utilizzato per esplicitare questa condizione: qualcosa di molto vicino ma anche di differente rispetto al soggetto di riferimento. L’uomo è superiore alle altre creature, è dotato di libero arbitrio, è dotato di pensiero, è dotato della facoltà di comandare e soggiogare il creato: Dio lo rende simile a Lui mantenendo la prerogativa assoluta di decidere (quindi non soltanto di conoscere) ciò che è bene e ciò che è male: l’uomo sa che è sbagliato mangiare dell’albero proibito (come un bambino capisce il senso di trasgressione nell’agire in contrasto con le regole del genitore), ma non rientra nelle sue competenze il decidere cosa è bene e cosa è male. Quando l’uomo viene vinto dal peccato (libero arbitrio) ed acquisisce questa ultima facoltà che lo rende “uguale a Dioâ€, apprende la scelta morale ma al tempo stesso si separa dal Dio della vita (divenendo mortale), comprendendo il dolore e la sofferenza causata da questa nuova condizione di decadenza e di separazione. La nudità non è dunque una condizione soltanto fisica, ma soprattutto morale: l’uomo prova vergogna della sua nuova realtà, tenta di nasconderla, ma è Dio che come Padre Misericordioso interviene rivestendolo (Gn 3,21), donandogli cioè un nuovo segno di dignità.
Si può ora fare un passo ulteriore: l’azione peccaminosa di Adamo ed Eva si genera dalla tentazione del serpente, nell’antico Oriente simbolo sessuale ma anche simbolo dell’idolatria dei cananei, quindi il falso dio (che per la sua astutezza è diventato ben presto simbolo del Diavolo, cioè di una creatura superiore). L’uomo non crede nelle parole di Dio, accettando le insinuazioni del serpente (Gn 3,4-7) aspira ad arrivare al Suo livello a Suo dispetto, di propria iniziativa, di fatto rifiutando l’unico limite impostogli: l’aver scelto di farsi da solo e di non affidarsi totalmente al Dio creatore, anche questo rafforza la gravità del peccato e contribuisce alla durezza della pena.
Dal punto di vista eziologico, questo brano della Genesi come il resto del libro vanno inquadrati nelle concezioni e nelle categorie di pensiero di un popolo vissuto probabilmente oltre 3000 anni fa (il problema della datazione delle fonti, delle tradizioni e della redazione biblica è attualmente ancora aperto), e non vanno dunque analizzate sulla scorta delle conoscenze moderne. Dal punto di vista teologico e religioso, il testo rimane tra i più belli della letteratura di tutti i tempi, con il suo carico di originalità, di universalismo, di dramma dell’uomo nei suoi rapporti con Dio.

_________________
«Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione». E. Burke


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