Costantino e la Chiesa
Da diverso tempo una certa parte di studiosi cercano di far figurare il primo imperatore cristiano come il vero fondatore del cristianesimo: colui che avrebbe stabilito il canone del NT, colui che avrebbe deciso politicamente la divinità di Gesù, colui che insomma avrebbe cambiato il corso della storia sulla base di un non meglio precisato disegno superiore. Cercheremo di spiegare come queste ricerche non siano soltanto un insulto alla figura di un uomo comunque straordinario, ma anche e soprattutto un insulto alla verità della storia...

 

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Il concilio di Nicea

 

Nel Concilio di Nicea (maggio-giugno 325) si riproponeva il grande travaglio che aveva segnato la storia del cristianesimo dalla gnosi in poi.

Il punto cruciale delle controversie era stato sempre il problema cristologico. Come era possibile, razionalmente parlando, che Cristo, il Logo (=Verbo giovanneo), «patisse» la Passione e «sentisse» la Risurrezione? È concepibile che il Logo-Dio possa patire e soffrire come un uomo? E ancora: quali sono i rapporti tra il Logo e Dio?

Le varie "diocesi" della Chiesa primitiva avevano dato sempre risposte diverse: agli inizi del IV sec. era ancora viva la crisi della Chiesa orientale verificatasi ai tempi del vescovo antiocheno Paolo di Samosata, secondo cui il Logo era entrato in Cristo «come in un tempio» (un concetto simile all'espressione della Pistis Sophia , secondo la quale Gesù, privo di anima, aveva al posto di essa la forza divina).

Già il sinodo del 268 aveva condannato i teologumeni del vescovo "zenobiano" di Antiochia: a Nicea la condanna viene confermata per i seguaci del vescovo Paolo.

Ma il motivo fondamentale del primo grande Concilio della storia era un altro: ad Antiochia, i discepoli del presbitero Luciano (i «Coullukianisti») cercavano di dare forma ad un altro monarchianesimo subordinaziano; tra questi, spiccava l'insegnamento del presbitero di Alessandria, Ario. Questi predicava che il Logo si era incarnato ma non fatto uomo ( sarkoqe±v oÇk enanqrwpoqe°v ): vale a dire negava che Cristo avesse anima umana, ma poneva, al posto dell'anima umana in Cristo, il Logo stesso. La conseguenza era ovviamente importante: il Logo era fattura e fondazione del Padre, ma non era coeterno col Padre: questa dottrina detta del «Logo ktisma » aveva come corollario il culmine della dottrina ariana: «ci fu un tempo in cui il Logo non era». Veniva così sostanzialmente a cadere il concetto di Trinità, una delle dottrine principali della Chiesa.

Ma il Concilio di Nicea ribadiva definitivamente e per la terza volta una condanna già espressa dal vescovo Alessandro di Alessandria verso i teologumeni di Ario (formulati nella sua opera Qeleia ) e da una Sinodo alessandrina del 318, e confermata dalla Sinodo antiochena dei primi del 325.

L'azione di Alessandro nei confronti di Ario peraltro, gli provocò severi rimproveri da parte dell'imperatore Costantino: la lettera inviata ad Alessandria è riprodotta in extenso da Eusebio nella sua Vita Constantini (II, 64-72), scritta nel 337. Alessandro, agli occhi del “politico” Costantino tutto proteso alla ricerca dell'unità nell'impero (unità da ricercarsi anche grazie ai cristiani), non avrebbe mai dovuto porre un problema tanto complesso sull'interpretazione di un passo dell'Antico Testamento (Pr 8,22). Ario, da parte sua, non avrebbe dovuto rispondere. La lettera ai due destinatari venne indirizzata al vescovo spagnolo Ossio di Cordova, che aveva accompagnato l'imperatore nella campagna militare in Oriente ( Vita Costantini II, 63 e 73). Ossio naturalmente valutò la gravità della controversia alla luce della sua formazione teologica occidentale e finì per assecondare le posizioni del vescovo Alessandro. Come era prevedibile, gli ariani (tra i quali soprattutto Filostorgio, in HE XII, 75-77 e 80) interpretarono con evidente malignità l'atteggiamento di Ossio: sebbene le critiche fossero per lo più gratuite, l'immediato prendere le parti di Alessandro da parte di Ossio (e sotto certi aspetti non poteva che essere così: Alessandro era vescovo di una grande sede, Ario un semplice presbitero) non teneva conto dell'esigenza di cercare di approfondire i termini del contrasto nella sostanza dei fatti, tenendo anche conto dei potenti "protettori" di cui godeva Ario. Una sinodo riunita ad Alessandri si risolse in un insuccesso: benché fosse ribadita la condanna al pensiero di Ario, questi era troppo sicuro della sua teologia per lasciare ad un occidentale il compito di valutarla.

L'insuccesso del vescovo spagnolo impose la prospettiva di un Concilio [1] (Eusebio, in Vita Costantini III, 4-5, ricorda le linee essenziali del programma del Concilio). Così, all'inizio del 325, Costantino inviò a tutta la cristianità una lettera di convocazione che attribuiva ai vescovi il privilegio dell' evectio , il diritto di utilizzare i mezzi di trasporto destinati alla posta imperiale, il cursus publicus. Inizialmente l'imperatore scelse la località di Ancira, al centro dell'Anatolia: ma le evidenti difficoltà geografiche e il rischio di mettere in primo piano l'avversario più accanito di Ario, il vescovo Marcello, fecero cadere la decisione finale su Nicea: la città della Teognide, era peraltro accessibile dal mare e situata a 50 km da Nicomedia, residenza dell'imperatore. I vescovi furono accolti nel palazzo imperiale, dove tennero le riunioni. La grande solennità dell'inaugurazione del Concilio avvenuta il 20 maggio del 325 è ben descritta da Eusebio (Vita Costantini III, 10): un particolare degno di nota riguarda l'imperatore stesso, che, ancora catecumeno, rifiutò di sedersi prima che i prelati prendessero posto.

Dopo i convenevoli d'apertura (il discorso fu forse pronunciato da Eusebio di Cesarea oppure da Eustazio, titolare della sede episcopale più prestigiosa dell'Oriente), l'elezione di Ossio come presidente dell'assemblea, e il banchetto offerto da Costantino ai vescovi, cominciarono i lavori conciliari.

«L'imperatore non fu presente alle discussioni, mentre un alto funzionario del Palazzo, Filomeno, sorvegliava i lavori e controllava le operazioni di votazione. I funzionari palatini, sollecitati dai vari partiti ecclestiatici, intervennero mantenendo una posizione di secondo piano. Così Eusebio di Nicomedia riuscì a guadagnare utili appoggi alla causa di Ario. Dopo le sessioni conciliari, l'amministrazione civile si incaricò di pubblicare o di trasmettere le sentenze: la lettera sinodale sulla data della Pasqua, la lettera indirizzata ad Alessandria. Costantino non interferì direttamente nelle decisioni teologiche del concilio, ma favorì una soluzione che ricostituisse l'unità della chiesa senza indicarne i termini precisi». Il numero dei partecipanti non è attestato uniformemente. Erano però certamente più di 250, tra cui 14 corepiscopi: Eusebio parla di più di 250 partecipanti, Eustazio di 270 padri sinodali, Costantino e Atanasio ne attestato 300; Ilario di Poitiers fissò il numero dei presenti a 318, probabilmente prendendo spunto dal numero dei servi di Abramo (Gn 14,14). La maggioranza della delegazione era costituita da vescovi provenienti dall'Oriente e dall'Egitto; per l'Occidente furono presenti Ossio e due delegati romani, i presbiteri Bito e Vincenzo. L'Illirico inviò dieci rappresentanti. Rufino attesta che gli ariani portarono con loro alcuni filosofi: e in effetti la presenza del sofista Asterio è attestata in diverse fonti.

Anche altre regioni esterne all'impero inviarono dei loro rappresentanti: un vescovo dalla Persia, un altro dal Caucaso, insieme ad alcuni prelati del Ponto e della Gothia. Con questa massiccia presenza di uomini d'Oriente, la lingua dei dibattiti non poteva non essere il greco: anche per questo, l'intervento di un imperatore latino all'interno dei dibattiti teologici non poteva che essere estremamente limitato.

«Al Concilio di Nicea furono rappresentate tutte le varie correnti della teologia del tempo. I subordinazionisti costituivano una minoranza attiva e in fermento. Eusebio di Nicomedia ne era il portavoce. Un gruppo di Palestinesi, con una ventina di prelati, insieme ad Eusebio di Cesarea avevano posizioni più moderate. Alessandro e Ossio dominarono l'assemblea, appoggiati da Macario di Gerusalemme e da tutti i vescovi che avevano già assunto un atteggiamento ostile ad Ario. Eustazio di Antiochia era il punto di riferimento, per quanto fosse sostenitore di disposizioni più originali. Marcello di Ancira, da parte sua, assunse un atteggiamento di estrema opposizione antisubordinazionista. La diversità delle prospettive dottrinali era all'origine delle difficoltà di fronte alle quali i sostenitori di Ario finirono per trovarsi».

Non è questa la sede per approfondire il dibattito altrimenti noto come "la guerra della i ": una fazione affermava che Gesù era simile a Dio (in greco homoiousios ) e l'altra che Gesù era della stessa sostanza di Dio (in greco homoousios ). Sottolineiamo solamente che a quei tempi la i in questione aveva l'effetto di una vera e propria bomba.

In sintesi, da un punto di vista strettamente storico, alla dottrina ariana si contrapponeva il concetto del Logo «incarnato e fatto uomo»: dunque «l'Unigenito era generato non fatto, coeterno col Padre e consustanziale col Padre». Veniva così stabilmente formulato il dogma trinitario. Ma gli ariani, benché rivelatisi subito ben pochi all'interno del Concilio, dimostrarono una decisione ed un'abilità dialettica che rese realmente difficile ad Alessandro e ai sostenitori moderati della dottrina del Logos, che pure erano in maggioranza, di imporre una soluzione che, nell'ambito della loro dottrina, escludesse le punte radicali di Ario: ciò «li costrinse a cercare l'appoggio dei non molti monarchiani presenti al concilio, tra i quali emergeva, oltre il moderato Eustazio di Antiochia, anche Marcello di Ancira, che professava un monarchianismo di tipo radicale».

Principali difensori della tradizione ecclesiastica furono dunque Eustazio, Marcello e il diacono Atanasio di Alessandria: altri vescovi, come Eusebio di Cesarea (biografo ufficiale dell'imperatore Costantino), pur seguace della dottrina "origeniana" e dunque sostanzialmente avversario della dottrina di Atanasio e Marcello, si allinearono alle decisioni del Concilio. Per loro era infatti inaccettabile che il Figlio di Dio, in quanto homoousios col Padre, ne partecipava non soltanto della sostanza ma anche dell'ipostasi. Tale sbilanciamento monarchiano, rese necessaria un'approvazione probabilmente indotta dall'intervento personale di Costantino. Ma non siamo in grado di stabilire se e in quale misura l'imperatore fosse stato consigliato al riguardo di tale decisione, davvero la più importante e gravida di conseguenze.

Il personale intervento dell'imperatore, ebbe come corollario il fatto che l'approvazione del simbolo niceno diventasse legge: dunque, chiunque avesse rifiutato di condannare Ario e di approvare il simbolo, sarebbe stato condannato non solo ecclesiasticamente mediante la scomunica, ma anche civilmente mediante l'esilio.

Ovviamente, di fronte ad una legge imperiale, solo due vescovi libici (oltre ad Ario), ebbero il coraggio di opporsi: i tre furono condannati ed esiliati. Ma una buona parte dei vescovi della maggioranza si allontanò dal concilio con un sentimento neanche tanto velato di insoddisfazione: come detto, essi erano aderenti al Logos, e non potevano accettare una professione di fede di evidente interpretazione monarchiana.

Tra le altre decisioni del Concilio ricordiamo brevemente:

•  la definitiva organizzazione episcopale della Chiesa: tre seggi metropoliti supremi (Roma, Alessandria, Antiochia) e quattro metropoliti con posizione speciale (Efeso, Palestina, Cappadocia ed Eraclea in Tracia). Bisanzio venne momentaneamente esclusa, in quanto appena un anno prima (324) l'imperatore aveva pensato di fare di quella città «la nuova Roma»;

•  la condizione degli ecclesiastici ;

•  la questione pasquale: trionfava definitivamente il concetto romano di Pasqua di resurrezione e si proibivano le forme giudaizzanti "protopaschite".

Al riguardo della "guerra della i " sopra menzionata, è importante sottolineare nuovamente che la cosiddetta "imposizione politica" di Costantino, nell'accezione di molti sedicenti storici, non è mai avvenuta: egli si dichiarò ep°skopov tòv ektçv , cioè sovrintendente dei laici (e solo di questi!) senza sovrapporsi alle dispute teologiche del tutto indipendenti degli episcopi. Questo si evince da almeno quattro questioni fondamentali:

•  La dottrina di Ario era stata più volte condannata da diversi vescovi e da almeno due Sinodi: anzi Costantino sentì il bisogno di convocare un Concilio dopo appena sei mesi dalla Sinodo di Alessandria, che confermava ufficialmente e per la seconda volta la condanna della dottrina di Ario. Quindi l'imperatore doveva nutrire qualche simpatia per questi insegnamenti, tanto più che la decisione conciliare sembrava a lui troppo vicina alla corrente del «Patripassianesimo», anche questa peraltro già bollata come eretica.

•  La sorellastra Costanza, vedova di Licinio, era di convinzioni ariane.

•  Costantino nel corso del tempo si avvicinerà alle dottrine di Ario.

•  Come visto, l'affermazione che il Figlio di Dio era homoousios , vale a dire della stessa sostanza e ipostasi di Dio Padre, poteva a ben vedere essere interpretata in senso monarchiano: in tal modo, sarebbe stata anche questa invisa alla maggioranza dei padri conciliari, aderenti alla dottrina del Logos, e perciò foriera di future complicazioni (come vedremo).

Ad ulteriore conferma troviamo due eventi successivi, nei quali un ruolo fondamentale venne giocato da Eusebio di Nicomedia, vescovo ariano:

nel 330 Eustazio di Antiochia fu deposto da una sinodo e per almeno un cinquantennio il seggio fu nelle mani di elettori di fede ariana;

nel 335 una sinodo costantinopolitana depose Marcello di Ancira. La stessa sinodo si occupò anche di Atanasio (divenuto vescovo di Alessandria), mandato in esilio a Treviri con l'accusa di aver impedito l'invio dell' annona civilis nella «nuova Roma».

Dulcis in fundo, sarà lo stesso Eusebio a battezzare Costantino.

 

[1] Molto dibattuta tra gli storici è la questione della paternità dell'iniziativa: mentre Eusebio sembra attribuire la scelta a Costantino più che altro per intento encomiastico, altre fonti la riportano ad Alessandro, altre ancora ad un accordo tra Alessandro e Ossio. Difficilmente la questione potrà arrivare ad una soluzione condivisa: è necessario sottolineare tuttavia come il dato eusebiano potrebbe essere davvero il più aderente alla realtà dei fatti: non esisteva in quel periodo infatti un personaggio di grande levatura dottrinale e politica che potesse davvero essere considerato super partes. «Ecco perciò che il ricorso al concilio appariva consigliabile, e Costantino era in grado di arrivare da solo a questa decisione, tanto più che, per diretta recente esperienza, egli conosceva bene questo istituto ecclesiastico». (M. Simonetti, art. cit. , p. 61).