Costantino e la Chiesa
Da diverso tempo una certa parte di studiosi cercano di far figurare il primo imperatore cristiano come il vero fondatore del cristianesimo: colui che avrebbe stabilito il canone del NT, colui che avrebbe deciso politicamente la divinità di Gesù, colui che insomma avrebbe cambiato il corso della storia sulla base di un non meglio precisato disegno superiore. Cercheremo di spiegare come queste ricerche non siano soltanto un insulto alla figura di un uomo comunque straordinario, ma anche e soprattutto un insulto alla verità della storia...

 

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Fino a non molto tempo fa, l'anno 313, data dell'editto di Milano col quale gli imperatori Licinio e Costantino autorizzavano i cristiani a praticare liberamente la loro religione, veniva considerato come lo spartiacque che divide in due momenti contrapposti la vicenda del rapporto, nel mondo antico, tra impero e chiesa: un primo momento caratterizzato da ostilità, il secondo invece da aperto favore. Il progresso degli studi storici ha portato attualmente ad un importante, primo, punto di arrivo tra gli studiosi: questa interpretazione dell'editto milanese, oltre che semplicistica appare anche inesatta. Esistono almeno due importanti precedenti storici sulla libertà di culto che i Romani concessero ai cristiani.

Nell'aprile del 311 l'imperatore Galerio si ammalò gravemente: attribuendo la malattia alla sua persecuzione contro i cristiani, aveva emanato un editto di tolleranza che accordava loro libertà di culto, sperando di placare così il loro dio (morirà tuttavia dopo poco tempo).

Ma già almeno 50 anni prima, nel 261, l'imperatore Gallieno (figlio dell'imperatore Valeriano) emanava un editto di restituzione. Il perché di questa decisione è presto detto: migliaia di uomini dell'impero erano deportati nello stato sasanide; la maggior parte dei deportati erano cristiani, destinati ad alimentare la diffusione del cristianesimo nelle zone di deportazione - nella Susiana (dove furono adibiti alla costruzione della "diga di Cesare", cosiddetta perché il lavoro si considerava compiuto in nome dell'imperatore romano che fu appunto deportato in Susiana, a Vahi Andiok Shaburh = Gundishahpur), nella Perside, nella Babilonia - e a modificare la visione che i sudditi di queste parti dell'impero avevano rispetto all'apparato statale: dallo studio dei testi orientali emerge chiaramente la sensazione che questo stato romano, il cui imperatore aveva perseguitato i Cristiani, appariva, alla considerazione dei Persiani, un "impero di Cristiani". Nella Cronaca di Seert si legge: «i deportati romani ottennero in Persia un benessere maggiore che nella loro patria, e per la loro opera il cristianesimo fece proseliti in Oriente». Di fronte alla strana situazione di uno stato di Cristiani (specie, come detto, nella parte orientale) con politica anticristiana, che poneva l'imperatore di fronte ad una condizione di estraneità rispetto ai suoi sudditi, Gallieno trasse le conseguenze: la persecuzione fu sospesa; si restituirono i cimiteri e le proprietà ai Cristiani; si restituì libertà di culto. Fatta ovviamente salva la tradizione legata al fatto che un imperatore romano non poteva essere cristiano (questo almeno fino al 312).

Con questo editto di tolleranza, l'ellenista Gallieno permetteva che il mondo romano-ellenistico riprendesse quella che appariva, ormai, la sua impronta nuova ma insopprimibile: l'impronta della rivoluzione spirituale monoteistica (detta "monarchica"), che aveva sconvolto e penetrato quel mondo. L'editto sarebbe stato poi revocato nel 303, quando Diocleziano e i suoi colleghi avrebbero dato inizio all'ultima persecuzione prima della sopra ricordata decisione di Galerio del 311.

Tuttavia l'azione di Costantino impresse una svolta epocale nella politica statale romana: «ma considerare meramente politiche quelle motivazioni, significa far ragionare un imperatore del tardoantico come un uomo politico del nostro tempo, con evidente anacronismo» [1].

A ben vedere, agli occhi di un romano dell'epoca, la decisione dell'imperatore appariva un vero azzardo: da una parte la fallimentare azione di violenza contro i cristiani, i vistosi limiti della grande riforma di ordine amministrativo ed economico voluta da Diocleziano, la macchinosa struttura dell'amministrazione imperiale; dall'altra il fatto che i cristiani costituivano ancora una evidente minoranza: pagani erano gli strumenti essenziali del potere (esercito e burocrazia), nonché la grande maggioranza della classe politicamente e socialmente egemone; i sentimenti anticristiani ampiamente diffusi tra gli intellettuali e più in generale l'estraneità religiosa e culturale della comunità dei cristiani agli ideali dell'ellenismo e della romanità. Insomma l'imperatore giocava una carta incerta e pericolosa, che per sua fortuna si rivelò alla lunga vincente. A livello letterario, Lattanzio ed Eusebio di Cesarea celebrarono il nuovo corso con il dovuto, notevole, entusiasmo: Costantino diveniva il rappresentante in terra del Logos divino, iniziatore di un'era di pace messianica.

Inoltre, in quanto capo dell'impero, una volta venute meno le ostilità che fino a quel tempo contraddistinsero i rapporti tra l'impero e i cristiani, diveniva anche suprema autorità della religione cristiana, così come lo era della religione pagana. Ma se da parte sua, l'imperatore pensò realmente di assumersi un incarico privo di complicazioni, quale era la carica di pontifex maximus (carica che da sempre la religione tradizionale dello stato romano, con la sua funzione politica, attribuiva all'imperatore), fece male i suoi calcoli. Sebbene l'apparato "burocratico" della Chiesa fosse più snello di quello imperiale, la sua struttura del II e III secolo (un complesso di comunità ognuna delle quali all'interno era organizzata monarchicamente sotto il governo del vescovo ma all'esterno era indipendente rispetto alle altre) sembrava la più adatta al perpetuarsi senza fine dei contrasti sia dottrinali che disciplinari che fin dagli inizi accompagnarono la sua storia, senza dimenticare le polemiche che venivano rivolte verso pagani e giudei. Di fronte ad una tale situazione, il ruolo giocato dall'autorità di Costantino poteva risultare determinante: come capo supremo realmente super partes , egli era in possesso degli strumenti idonei affinché le decisioni da lui approvate fossero imposte al complesso di tutte le chiese. Ma sebbene inizialmente i fatti sembrassero dargli ragione, forse in seguito Costantino si accorse di aver sottovalutato quei contrasti che da oltre due secoli affliggevano l'ekklesia.

E difatti, solo pochi mesi dopo la pubblicazione dell'editto milanese del 313, l'imperatore si vide costretto a intervenire per risolvere la crisi donatista, che da qualche anno affliggeva le Chiesa d'Africa, provocata dagli strascichi dell'ultima persecuzione: l'intervento imperiale fu richiesto espressamente dai donatisti stessi (seguaci di Donato), in aperta opposizione all'elezione del diacono Ceciliano a vescovo di Cartagine. Costantino decise di mantenere la controversia in ambito religioso: da qui la decisione di demandare la risoluzione del contrasto all'autorità religiosa, nella fattispecie al vescovo di Roma, Milziade, coadiuvato da tre vescovi della Gallia. «A questo punto va precisato che in precedenza, nel corso del III secolo, il prestigio di cui il vescovo di Roma godeva nell'ambito di tutta la cristianità aveva cominciato a evolversi in senso embrionalmente giurisdizionale, pur tra contrasti e con limitazioni varie. La nuova politica inaugurata da Costantino determinò un fermo momento di arresto nel graduale evolversi di questa politica, in quanto quel potere su tutta la chiesa, cui il vescovo di Roma aspirava e cercava gradualmente di conseguire, Costantino lo attribuì tutto alla sua persona, e tutto in una volta [2]. Dunque per il momento il primato del vescovo romano era un primato meramente onorifico: tuttavia Milziade prese al balzo la palla offerta dall'imperatore: convocò a Roma un vero e proprio concilio di vescovi in prevalenza italiani che, tenuto sotto la sua presidenza, ne confortasse l'autorità.

Ovviamente, il concilio di vescovi si espresse a favore della Chiesa di Ceciliano. I donatisti però si appellarono nuovamente all'imperatore. Costantino, dopo aver compreso con quale libertà Milziade aveva interpretato il suo munus , convocò un nuovo concilio ad Arles, al quale furono invitati solo vescovi della Gallia: Milziade si ritrovò così completamente emarginato, ma anche i vescovi gallici si espressero in favore di Ceciliano: la loro decisione fu dunque approvata in via definitiva dall'imperatore. Appena nel 314 dunque, trascorsi pochissimi mesi dall'editto milanese, Costantino fece capire subito in che modo intendesse governare la chiesa: egli non aveva alcuna intenzione di contestare l'autorità religiosa rappresentata a seconda dei casi dal papa romano o dal concilio dei vescovi: ma qualunque decisione venisse da loro presa, era facoltà dell'imperatore renderla effettiva; questa esclusiva prerogativa in qualsiasi importante affare di natura religiosa, trasformava ogni decisione in legge, il che poteva comportare anche sanzioni di carattere penale a danno di chi risultasse soccombente.

[1] Manlio Simonetti: Costantino e la Chiesa , in "Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente", cat. mostra tenutasi a Rimini nel 2005, p. 57.

[2] M. Simonetti, art. cit. , p. 59.