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PD-Universe: qui Fantasylandia, il nulla avanza

ottobre 7th, 2009
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Tempo fa si ebbe modo di mettere a nudo il modo in cui i dirigenti del PD osservano l’Italia: come fossero alieni venuti dallo spazio che nulla hanno a che fare con questo Paese. Alle elezioni di giugno 2009 infatti, nonostante fosse di tutta evidenza perfino ai cittadini del Burundi che il centrodestra aveva stravinto le elezioni, a sinistra si inventarono che le avevano vinte loro, poiché erano riusciti ad evitare che il Cavaliere sfondasse nell’Italia terracquea. Una arrampicata sugli specchi di proporzioni colossali, una doppia libidine coi fiocchi da ascoltare in panciolle seduti in poltrona con pop-corn, coca-cola e rutto libero…

Ieri ho assistito del tutto allibito alla performance di StraordiDario Franceschini in quel di Ballarò (dal minuto 20:00): ancora una volta infatti si appalesa come i politici di centrosinistra vivano in un mondo tutto loro, in una Fantasylandia in cui interpretano il ruolo di cavalieri impavidi, senza paura e senza macchia, costretti loro malgrado a randellare a destra e a manca per sconfiggere il Mostro di Arcore e tutti i suoi scagnozzi dediti alle peggiori nefandezze ed illegalità per ripristinare il Bene Supremo. Se fosse una favola rischierebbe perfino di avere un certo successo nelle librerie del Globo.

Ma è davvero necessario rileggere velocemente i suoi pensieri: “Ho la forza e l’orgoglio di difendere Prodi“, “Quando Berlusconi vince le elezioni diventa il Padrone dello Stato“, “La destra vuole togliere di mezzo tutti gli intralci ed i fastidi” (parlamento, stampa, magistratura, costituzione, etc.), “Berlusconi è un autoritario insidioso e pericoloso“, “Dobbiamo difendere le regole democratiche del Paese“, “C’è grande preoccupazione nell’immaginarsi cosa potrebbe succedere se la Corte Costituzionale bocciasse il Lodo Alfano” (si, da Arcore partono le testate nucleari!), “La destra al governo è portatrice di principi di illegalità“, e così via seguitando. E poi si chiedeno perché perdono le elezioni…

Tutto questo avrebbe potuto essere vero 15 anni fa, nel 1994, quando Berlusconi scendeva in campo: dopo tutto questo tempo una lettura così semplicistica non è più accettabile, a meno di non voler pensare che decine di milioni di Italiani sono degli emeriti ebeti dall’encefalogramma piatto. E purtroppo la cosa sconcertante è che questo assunto è proprio ciò che loro pensano: come ha detto l’ex fascista-razzista Giorgio Bocca ad Annozero loro si sentono come la minoranza illuminata che deve guidare questi stolti immaturi verso un futuro radioso, anzi l’unica capace di guidarlo perché chi è fuori dal recinto rosso è per ciò stesso un imbelle. Povera sinistra, che non è più in grado di distinguere la propaganda dalla politica e che da mesi vive oramai in un pantano antipolitico e per ciò stesso antidemocratico. Il massimo è stato raggiunto quando sono stati presentati gli ultimi sondaggi, di cui riporto uno screen:

sondaggiSecondo LeggenDario Franceschini ed il suo compagno di merenda Rodotà, questi sondaggi sarebbero frutto dell’informazione imbavagliata ed appiattita: Berlusconi fa in modo che in televisione finiscano solo le notizie a lui gradite, ergo per cui la gente viene distolta dai reali problemi del Paese, quindi non li conosce quindi non sa quanto sia cattivo ed incapace il Mostro di Arcore. E qui ovviamente mi ricollego a quella farsa della manifestazione di sabato 3 ottobre a Roma, sulla quale basterebbe rileggere cosa ha dichiarato il segretario del consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino e il direttore de L’Avanti Piero Sansonetti, per capire fino in fondo cosa fosse realmente quella piazza. Questa è davvero da consigliare al posto dei manifesti dei bei tempi di Pamela Anderson a grandezza naturale. Basterebbe guardare i dati sotto gli occhi di tutti:

Lunedi: Gad Lerner su LA7, 2 ore di trasmissione in prima serata

Martedi: G. Floris su RaiTre, 2+ ore di trasmissione in prima serata, S. Dandini su Rai Tre, 1h30m di trasmissione in seconda serata

Mercoledi: S. Dandini su Rai Tre, 1h30m di trasmissione in seconda serata

Giovedi: M. Santoro su Rai Due, 2+ ore di trasmissione in prima serata, S. Dandini su Rai Tre, 1 ora di trasmissione in seconda serata

Venerdi: S. Dandini su Rai Tre, 1 ora di trasmissione in seconda serata

Sabato: F. Fazio su Rai Tre, 1h30m di trasmissione in preserata

Domenica: L. Annunziata su Rai Tre, 30m di trasmissione nel post-pranzo, F. Fazio su Rai Tre, 1h30m di trasmissione in preserata, M. Gabanelli su Rai Tre, 2 ore di trasmissione in prima serata (prima di lei Iacona su Rai Tre, altre 2 ore di trasmissione in prima serata)

Ogni settimana l’italiano medio può sorbirsi qualcosa come circa 18 ore di trasmissione condotte da giornalisti di sinistra (con 4 prime serate su 7). Nel corso della stagione si aggiungono poi trasmissioni come quelle della Gialappa’s Band che non mancano mai di punzecchiare Berlusconi pur lavorando a Mediaset, le trasmissioni di Maurizio Crozza su LA7, il programma di I. D’Amico Exit sempre su LA7 che non manca neanche lei di mandare in onda inchieste contro le scelte del Governo. I politici di sinistra li vediamo poi le seconde serate dal lunedi al giovedi sia a Porta a Porta su Rai Uno sia a Matrix su Canale 5. A tutto questo bisogna aggiungere i lettori della carta stampata, ed è noto a tutti che i giornali più venduti sono La Repubblica ed il Corriere della Sera, 2.500.000 milioni di lettori al giorno a testa seguiti tra i giornali non sportivi da La Stampa con oltre 1 milione di lettori: è lecito dunque affermare che se a questi aggiungiamo i vari Unità, Liberazione, Il Manifesto, Il Fatto e le centinaia di testate locali di orientamento di centro/sinistra, almeno 4,5-5 milioni di persone ogni giorno dovrebbero esere compiutamente informate su quello che il Cavaliere vorrebbe nascondere. Per non parlare dell’oceano “internet”, terra di conquista rossa, ormai balzato in testa alle principali fonti di informazione. A meno di non voler considerare Lerner, Santoro, Floris, Gabanelli, Dandini, De Bortoli, Mauro e tutta la combriccola come gente che non ha la libertà di pubblicare e mandare in onda tutto ciò che vuole. Soltanto vivendo a Fantasylandia si può fotografare l’Italia come ieri hanno fatto Franceschini e Rodotà, ma come più in generale fa l’intellighenzia sinistra del Paese: per nascondere la propria debolezza e la propria inconsistenza, per occultare il nulla politico delle loro menti, utilizzano la TV come arma di distrazione di massa, cioè cercando di convincere il mondo intero che loro non vincono le elezioni perché il Cavaliere è un dittatore che controllando l’intera informazione italiana lobotomizza il cervello del popolo…

Povera Italia con questa opposizione indegna ed incapace di ricoprire il suo ruolo: il suo compito sarebbe quello di incalzare il Governo e la maggioranza proponendo un’alternativa di fatti (e non solo di idee, perché la sinistra è campionessa intergalattica delle idee giuste ma dei fatti sbagliati: qualche elettore del PD sarebbe in grado di illuminarmi a tal proposito?), ad esempio sulle riforme strutturali e sulle misure per il rilancio dell’economia e dei posti di lavoro, il taglio del cuneo fiscale, la no-tax region, il rilancio del turismo e dei Beni Culturali in Italia che occupa milioni di posti di lavoro e produce decine di punti di PIL che potrebbero essere fortemente aumentati se esistesse una politica vera di rilancio nel settore (in questo la Brambilla sta facendo un onesto lavoro). Fino ad ora invece hanno portato avanti un’offensiva mediatica a base di mignotte, “patata” e Viagra, degna del “partito dei cretini di talento”: una massa informe di trinariciuti che è la vera artefice del pensiero unico nel Paese perché non è capace di contrapporne un altro. È proprio vero allora che il problema della destra è proprio l’assenza di una sinistra e che alla fine, tra beghe interne ed antipatie personali, finisce addirittura che in Veneto l’opposizione al Governo la faccia il Governo stesso, pensando di proporre come candidato alternativo a Galan il leghista Zaia… Chiudo con il solito Panebianco sul Corriere di ieri, ancora una volta lucido lettore della situazione politica italiana:

Berlusconi ha tutti gli strumenti per governare. Per giunta, ha dimostrato in varie occasioni, dalla vi­cenda dell’immondizia in Campania al terremoto dell’Abruzzo, al G8, alla gestione della crisi econo­mica, di saperlo fare. A lui e ai suoi conviene im­pegnarsi solo nell’azione di governo (facendo ma­gari, finalmente, anche certe riforme promesse e non attuate: per fare un solo esempio, non si do­vevano abolire le Provin­ce?), smettendola di se­guire sul terreno della drammatizzazione coloro che, forse pensando di va­lere poco, disperano di es­sere capaci di sconfiggere Berlusconi in campo aper­to, in una normale, demo­cratica, competizione elet­torale.

PD: un’offerta politica inesistente

settembre 11th, 2009
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Sono mesi che lo diciamo e lo ripetiamo, che si tenta di far capire in tutti i modi che questa politica dell’opposizione nella migliore delle ipotesi è inutile. Le risposte più “intelligenti” che abbiamo sentito e ricevuto è che la colpa è di Berlusconi, che il Cavaliere cerca lo scontro sociale, oppure che siamo pagati per servire il padrone. Vediamo se anche questo straordinario editoriale di A. Panebianco sul Corriere della Sera verrà tacciato allo stesso modo e soprattutto se, i sinistrorsi che hanno ancora un minimo di sale in zucca, si adopereranno per far capire questi semplici concetti anche al partito. I grassetti sono miei.

IL PROFILO POLITICO DEL PD

Un’offerta inesistente

Il Partito democratico si avvia verso il congresso. La lotta precongressuale è stata aspra ma ciò non è servito a guarire la malattia di quel partito: la scarsa credibilità della sua «offerta politica» complessiva, l’assenza di un insieme di idee e di proposte potenzialmente in grado di convincere una parte rilevante di quegli elettori che, fin qui, si sono tenuti alla larga dal Partito democratico. Di più: mi pare che ci sia, in settori significativi del Pd, la sfiducia nella possibilità stessa che una forte offerta politica possa essere confezionata. Come altro si può interpretare il fatto che il gruppo dirigente oggi non speri, per vincere di nuovo, nelle virtù e nelle capacità proprie ma unicamente negli incidenti di percorso altrui? Non è forse vero che, per tornare al governo, il Pd si affida solo alla speranza di una uscita di scena di Berlusconi e della disgregazione del centrodestra? Non è forse vero che esso ripone le proprie chances, anziché nella capacità di attrarre elettori, in quella di attrarre alleati? Puntare tutte le proprie carte, piuttosto che sulle possibilità di sfondamento nell’arena elettorale, sulle manovre nell’arena parlamentare, significa sostituire la tattica alla strategia, sperare che il tatticismo e le capacità manovriere possano sopperire ai ritardi culturali e alle inadeguatezze politiche.

Quando Massimo D’Alema dice che un partito del 27-30 per cento può andare al governo solo costruendo alleanze, rivela la sua sfiducia nelle possibilità di crescita autonoma del partito. Una sfiducia della quale è peraltro facile identificare l’origine: va cercata in una pagina di storia ormai chiusa, quella del partito comunista. Non critico D’Alema per questo: tutti noi siamo condizionati dalle nostre esperienze passate. Ma è un fatto che pensare che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere tale è un portato di quella esperienza. All’epoca del bipolarismo Usa/Urss il Partito comunista non aveva possibilità di espansione al di là di una certa soglia elettorale. Poteva accrescere la propria influenza politica e, eventualmente, entrare nell’area di governo, solo grazie alla sua capacità di costruire alleanze. È quello schema che, consapevolmente o meno, D’Alema oggi ripropone. Ma nel mondo attuale, senza più conventio ad excludendum, guerra fredda e partiti comunisti, quello schema dovrebbe essere buttato via. Perché, nelle nuove condizioni, un partito del 27/30 per cento (alle precedenti elezioni) può benissimo, se azzecca la proposta politica, se intercetta la domanda del Paese, sfiorare la maggioranza dei consensi (e magari, se poi governa male, tornare al 27 per cento o anche meno alle elezioni successive). Capisco il fatto che, in politica, le proposte degli avversari siano sbagliate per principio. Ma la verità è che l’idea del «partito a vocazione maggioritaria» di Walter Veltroni non era affatto sbagliata. Nasceva dalla presa d’atto che, nel dopo guerra fredda, un partito di sinistra (non comunista), se centra la proposta politica, può benissimo giocarsela «alla pari» con la destra. L’idea era eccellente ma venne realizzata male. La proposta politica non fu abbastanza innovativa e ci fu l’errore dell’alleanza con Di Pietro.

Certo, poi ci vogliono anche le alleanze. Ma le alleanze vengono dopo la proposta politica. È nella proposta politica la vera debolezza del Pd. Ne deriva un circolo vizioso: la debolezza dell’offerta politica genera problemi di identità che alimentano la sfiducia, la quale a sua volta impedisce di agire creativamente per modificare l’offerta politica. Faccio solo l’esempio di un problema nel quale la debolezza, di visione e di proposte, del Pd è evidente: la questione dell’immigrazione. Si tratta di una questione decisiva. Nel XXI secolo è uno dei due o tre temi su cui ci si gioca, in Europa, il destino politico. I punti di criticità sono due: il problema dell’immigrazione clandestina e quello dell’immigrazione islamica. Sull’immigrazione clandestina il Pd balbetta. Affiorano qui i cascami di ammuffiti terzomondismi di origine comunista e cattolica. La sola cosa che il Pd sa fare è accusare di razzismo il governo. Ma davvero la politica detta dei respingimenti (in presenza di una colpevole latitanza dell’Unione Europea nel contrasto all’immigrazione clandestina) può essere così liquidata? Zapatero, il premier spagnolo, non risulta iscritto alla Lega Nord. Ma tratta con la massima durezza l’immigrazione clandestina. Non è forse nell’interesse dei Paesi europei mandare messaggi chiari alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani? E, ancora, davvero il reato di clandestinità (che esiste in tante democrazie) è una infamia? Che lo descriva così qualche vescovo poco interessato al fatto che l’Italia possieda dei confini (il reato di clandestinità è proprio questo: la dichiarazione secondo cui i confini dello Stato non sono una finzione o una barzelletta) è comprensibile, ma se lo fa un partito di opposizione esso si condanna a non diventare forza di governo. C’è poi la questione dell’immigrazione islamica. Bisognerebbe smetterla di gridare all’islamofobia tutte le volte che qualcuno ricorda che l’immigrazione islamica è quella che comporta le maggiori difficoltà di integrazione e, in prospettiva, i rischi più seri. Come dovrebbero insegnarci le imprudenti politiche della Gran Bretagna e dell’Olanda, «dialogo» e «accoglienza» non risolvono il problema. Perché non ci siano penosi risvegli fra qualche anno, occorre dettare condizioni chiare. Ma quelli del Pd, quando discutono di immigrazione, sembrano disinteressati al tema. Era solo un esempio, anche se rilevante. Costruire una offerta politica adeguata ai tempi può essere, per il Pd, una impresa faticosa, destinata anche a suscitare forti conflitti interni. Ma, almeno, sarebbero conflitti da cui potrebbero nascere serie elaborazioni culturali e sforzi di immaginazione politica. Molto meglio che stare seduti sul greto del fiume, ripetendo fino alla noia vecchi slogan, e aspettando, inerti, di vedere passare sull’acqua il cadavere del nemico.

di ANGELO PANEBIANCO
10 settembre 2009


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