
Indubitabilmente, qualunque persona che abbia un minimo di senno non può non riconosce la grande operatività del nuovo Governo Berlusconi uscito vincitore dalle elezioni di aprile. A parte gli ideologizzati e i prevenuti, che pensano che l’unica cosa fatta da questo esecutivo sia il Lodo Alfano, sul tavolo vi sono una miriade di decisioni già prese ed un altra miriade di proposte da valutare entro la fine dell’anno. Si configura come il Governo che nel suo primo anno di attività potrebbe essere il più laborioso e riformatore della storia della Repubblica Italiana: sicuramente, in 60 giorni ha già fatto più di quanto il centrosinistra abbia fatto in quasi 600 giorni.
Si parte da due dati fondamentali, che lo distinguono anche da sé stesso, da quando cioè tra il 2001 ed il 2006 fu chiamato a governare, prima della funesta parentesi prodiana:
- Niente più annunci elettorali che poi è impossibile mantenere, ma una proposta di governo saldamente ancorata alla realtà e alle possibilità del Paese
- Mettere mano al sistema-Paese nel suo complesso, colpendo tutte quelle aree che per troppi anni hanno vissuto soltanto grazie all’assistenza di Stato
Questo lo si vede subito dai provvedimenti presi: un DPEF triennale che mantiene l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2011, anche a costo di scontentare profondamente i sindacati, una terapia d’urto sull’agonizzante Pubblica Amministrazione, una presa di petto su alcune questioni dello stato sociale nei primi provvedimenti di Governo (piano-casa, ICI, rinegoziazione mutui, detassazione straordinari e premi produttivi, social card finanziata con una maggiore tassazione sugli straordinari extra di banche e petrolieri). Per l’autunno si prevedono le riforme istituzionali, oramai non più prorogabili, del federalismo fiscale e della giustizia, oltre ad una riordinata della legge elettorale in vista delle europee 2009.
Per quanto riguarda il welfare, nell’ultimo Consiglio dei Ministri è stato licenziato dal Ministro Sacconi il nuovo “Libro Verde sul futuro del modello sociale” (pdf, 274Kb), che ha fatto azzardare al Cavaliere l’ipotesi che questo Governo sia un governo di sinistra (per carità, si parla solo di stereotipi!). Questa proposta, che sarà presto portata al vaglio delle parti competenti, si basa sul principio fondamentale che lo Stato assistenzialista vecchia maniera non è più economicamente sostenibile: il gigantismo degli apparati pubblici, una burocrazia senza confini essenzialmente tesa al clientelismo, hanno portato questo Paese ad avere il debito pubblico più alto del mondo tra quelli industrializzati, debito che per essere ripianato costringe l’attuale generazione a sacrifici non indifferenti.
Il nuovo modello di Welfare si basa sostanzialmente sul principio di sussidiarietà, nel quale è inutile statalizzare ciò che i cittadini possono fare da sé, un modello culturale volto al recupero della «persona nella sua integralità, capace di rafforzarne la continua autosufficienza perché interviene in anticipo con una offerta personalizzata e differenziata» e al riconoscimento del valore della famiglia. Si parte dalla necessità di fornire condizioni di salute sempre migliori, di combattere con nuove priorità le malattie e le patologie moderne più comuni, di sottrarre la persona al consumo di risorse socio-sanitarie prevenendone il bisogno. Il nostro sistema sanitario nazionale, legislativamente uno dei più avanzati del mondo e con ancora oggi svariate punte di eccellenza a livello internazionale, vive di una profonda lacerazione Nord-Sud che va azzerata: puntare ad avere standard di qualità-prezzo, di costi operativi, di efficienti servizi al cittadino, è il primo passo per quella “vita buona” che fa parte anche dell’approccio strategico dell’UE nel quinquennio 2008-2013. Bisognerà rivedere il sistema pensionistico, equalizzando l’età pensionabile a quella degli altri Paesi europei (non si vede perché a fronte dello stesso lavoro, in Italia si vada in pensione a 60 anni e in Germania a 65, soprattutto in considerazione del fatto che le condizioni ambientali del Bel Paese non hanno eguali nel mondo, come già sapevano i medici 2 secoli fa), portare a compimento la “riforma Biagi”, rendendo il mercato del lavoro più aperto e più trasparente, più mobile e più dinamico, nel quale flessibilità non sia sinonimo di precarietà e dove il sistema degli ammortizzatori sociali non sia più un sistema rigido ma una vera struttura nella quale il disoccupato venga incentivato ad un rapido reinserimento lavorativo, cosa che può passare soltanto se il sostegno al reddito decade nel momento in cui si viene a rifiutare una congrua opportunità di lavoro, sistema che purtroppo in Italia ha alimentato un fiorente mercato assistenzialista che provoca alla lunga diseguali condizioni di trattamento moralmente inaccettabili. Niente più, tra le altre cose, reddito minimo garantito, se questo costituisce un vulnus rispetto a «coloro il cui stato di bisogno o la cui età è tale da non consentire che il lavoro sia la doverosa risposta alla indigenza».
A tutto questo, giova ricordare i provvedimenti già presi dall’attuale esecutivo a favore dei cittadini, quali:
- cancellazione ICI sulla prima casa, detassazione di straordinari e premi produttivi (nelle modalità espresse dal provvedimento) e rinegoziazione dei mutui (che riporta il mutuo a tasso variabile al tasso fisso del 2006), che avvantaggiano le famiglie con un guadagno netto che può andare da un minimo di 600€ fino a 1500€, a seconda delle condizioni e del comune in cui si vive
- social card per gli anziani, che non è 1€ al giorno per fare la spesa, ma 400€ annuali che copriranno alcuni bisogni ineludibili (quali sono i pagamenti delle bollette energetiche)
- piano-casa a favore dei ceti più deboli (e della mobilità studentesca), con affitti concordati che potranno costituire il riscatto dell’abitazione dopo 30 anni: 100.000 alloggi in totale
Misure che, nei disfattisti di sinistra non serviranno a favorire il recupero del potere d’acquisto ma che, non essendo la matematica un’opinione, impediranno a molti cittadini di spendere più soldi per i servizi e di pagare in rapporto la stessa somma, cosa che almeno attenua un possibile peggioramento di detto potere. La prima misura infatti potrà garantire una vera e propria seconda tredicesima, che riguarda ben 13milioni di Italiani (considerato che la detassazione non si applica al pubblico impiego). La rinegoziazione dei mutui, che al cliente non costa nulla, non porta vantaggi diretti sulle tasche (si potrebbero pagare più interessi alla fine del contratto), ma permette di avere una rata mensile più bassa, e chi fa i conti sui centesimi poter gestire qualche cinquantone in più al mese potrebbe far comodo. Le banche non sono vincolate ad aderire al progetto, ma dato che la portabilità dei mutui (che per onore di cronaca spetta alla Legge Bersani) consente di spostarsi di banca a costo zero (ma la legge non viene sempre applicata), questo problema può essere facilmente aggirato.
Nel frattempo, la svolta del Ministro Brunetta nella P.A. ha già prodotto i suoi risultati: a giugno, prima che entrassero in vigore le ultimissime norme, il tasso di malattia tra i dipendenti pubblici sembra sceso del 18% (indagine di Repubblica), il che significa o che ora si va a lavorare anche malati, oppure che prima c’erano troppi furbi… A livello universitario, il Ministro Gelmini ha lanciato la sua campagna a favore della meritocrazia, affinché si promuovano efficienza e progetti e si cancelli definitivamente quel sistema di finanziamenti a pioggia, con il conseguente risultato che la docenza universitaria è regolata oggi dal sistema del “doppio ingresso”, una ignobile pratica che ha portato col tempo ad avere 26.000 professori per 13.000 cattedre, quindi un potenziale numero di 10.000 persone che non hanno né titolo né diritto ad occupare il posto su cui siedono, con le storture e le conseguenze denunciate in due inchieste prima da Il Sole 24 Ore e poi da Il Giornale. E siccome la matematica non è una opinione, applicando lo stipendio minimo a tutte queste persone, lo Stato paga 50milioni di euro di stipendi a persone che non lo devono prendere, con le Università spesso con i bilanci in rosso per “garantire” il mantenimento del posto all’assistente del barone, al figlio di tizio, all’amico di caio e così via seguitando. Tutte persone che magari poi hanno la faccia tosta di venirci a relazionare sulla “fuga dei cervelli”: 50milioni l’anno non saranno un granché, ma almeno ci si possono finanziare decine di progetti seri, ci si possono attrezzare laboratori degni di questo nome, o comunque essere destinati a fare tante belle cose (il restauro del Palatino e della Domus Aurea, se fatto come si deve, verrebbe a costare proprio 50milioni: sempre meglio che lasciarli a chi il posto non lo merita).
Ci vorrà del tempo prima che tutto questo vada in porto e prima che i provvedimenti già in vigore possano manifestare i loro effetti. Ma che l’attuale Governo abbia la serissima intenzione di rendere l’Italia un Paese finalmente moderno e liberale, che non fa più assistenza ma offre vere garanzie ai più deboli, che favorisce meriti e produttività (in tal senso si muove anche il provvedimento che permette di aprire una impresa in un giorno, invece che nei canonici venti, come fino ad oggi), con una Pubblica Amministrazione snella e al servizio del cittadino (e non il contrario): insomma, l’esecutivo si prepara a rivoltare lo Stivale come un calzino, cancellando le disfunzioni figlie degli anni ‘70, promuovendo finalmente uno Stato più a misura di cittadino che di suddito.




