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Fini, l’(ex?) alleato fedele

settembre 13th, 2009
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Dal Vangelo secondo Arcore ( :mrgreen: ). Et Fini dixit:

«Mai contro Berlusconi». «Chi si assumerà il ruolo di leader del centrodestra non potrà mai farlo in contrapposizione a Silvio, ma lo sarà a conclusione di un percorso condiviso da tutti, perché tutti si sentano rappresentati»

Corriere della Sera, 3 dicembre 2006

«Dico Presidente del Consiglio perché questo è un omaggio, un impegno, un reciproco giuramento di lealtà»

Il Giornale, 3 dicembre 2006

«Non saranno le troppe polemiche alimentate ad arte a dividere ciò che questa piazza unisce» (rivolto all’assente Casini)

Il Tempo, 3 dicembre 2006

Proprio quella piazza, che oggi non ha una piazza ma si esprime attraverso il web, cerca di dirti: “Cambia toni ed argomenti”, perché chi cerca di dividere non è uno “moderno”, è solo uno che cerca visibilità, ovvero uno che rischia il posto ancor prima di presentarsi al colloquio. Caro Fini, sapevi benissimo che assumendo il ruolo di Presidente della Camera, ti saresti astratto dal dibattito politico sia pubblico che interno per la necessità di essere super partes, se volevi guidare il partito e preparare la transizione, dovevi rinunciare a quel ruolo e rimanere all’interno dell’arena: ogni scelta porta con sé onori ed oneri, bisogna saperli accettare che si vuole arrivare fino in fondo. Qual’è il tuo continuum spazio-temporale rispetto a quelle chiare parole espresse meno di 3 anni or sono? Cambiare idea rispetto a ciò che si pensava 30 anni fa è lecito in virtù del fatto che il mondo è profondamente diverso, ma cambiarle nel giro di 3 anni per chiara convenienza politica, questo no, non ci piace.

L’affondo di Fini a chi giova?

settembre 12th, 2009
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È inevitabile in un momento come questo non focalizzare un attimo l’attenzione su un tema centrale all’interno del centrodestra, sebbene marginale rispetto ai reali interessi dell’elettorato. Come oramai noto, da diverso tempo Fini ha cominciato una personale battaglia all’interno del PdL

Io c’ero a Roma in quel famosissimo 2 dicembre 2006, quando a tutti parve certo e lampante che l’assenza di Casini (che poi si sarebbe definitivamente staccato dal progetto del PdL) designava senza mezzi termini Gianfranco Fini come primo e più probabile successore di Silvio Berlusconi al momento del suo ritiro dalla vita politica o comunque dalla guida del partito. È altresì ben noto quanto Fini abbia lavorato per “pulire” la fedina storica del MSI, il lascito di quel ventennio che ha condizionato la storia d’Italia fino a renderla culturamente quasi interamente di sinistra (almeno nei temi fondamentali): ha trasformato il partito, lo ha fatto diventare protagonista nella vita del Paese, lo ha portato oltre il 10%, lo ha portato all’interno del PPE (e sappiamo che questo è costato anche scissioni e perdite di uomini di peso), per poi confluire nel grande progetto del nuovo centrodestra italiano, un soggetto in grado di governare il Paese e di farlo decisamente meglio della gioiosa macchina da Guerra di Occhetto prima e dell’accozzaglia prodiana di uomini-poltrona poi.

Tuttavia Fini all’interno del centrodestra e del PdL è stato sempre l’eterno secondo, colui che veniva dopo Berlusconi: ne ha sottoscritto programmi ed accordi, ma oggi ha un atteggiamento di totale insofferenza verso l’azione del governo e della maggioranza che a quegli impegni stanno tenendo fede. Sa benissimo che la maggioranza di elettori che sostengono il centrodestra sono cattolici, eppure rivendica un ruolo assolutamente laico ed anticonfessionale (come se l’ateismo in politica sia un movimento anticonfessionale, anzi l’ateismo è più confessionale dell’essere credenti!), salvo poi ricordarsi della “pietà cristiana” quando in applicazione del programma di governo e di trattati internazionali si pattugliano le coste del Paese per evitare l’ingresso irregolare dentro i nostri confini. All’interno di un governo che ha uno dei più lunghi e duraturi gradimenti della storia italiana e che vede in Silvio Berlusconi il suo capofila, siamo certi che il 2009 sia l’anno giusto per lanciare la sfida alla leadership?

Ci sono momenti in cui è meglio tacere ed altri in cui è necessario parlare: ci sono insomma tempi e modi che non corrispondono certo a quelli utilizzati da Fini. Vuole fare battaglia alla Lega Nord sul tema dell’immigrazione? Ma questa battaglia non la gioca soltanto all’interno del PdL, la gioca anche contro i milioni di elettori che sostengono la Lega, la gioca anche contro se stesso quando ha approvato e sottoscritto quelle norme: non si possono programmare i respingimenti e poi sprofondare nel terzomondismo quando li si vuole commentare.

Ma è anche una questione di argomenti: la sfida liberalista tra laicisti e credenti si crede davvero possa appassionare chi ha perso il lavoro per la crisi economica? Le frequentazioni non proprio onorevolissime del premier (ma avulse in ogni caso da qualsiasi contesto penale) dalle quali Fini ha lanciato la sua “resa dei conti” si crede davvero possano entusiasmare i precari e chi ha un’azienda in difficoltà per la congiuntura economica? L’eventuale problema “democratico” all’interno del PdL si pensa davvero possa provocare pellegrinaggi di massa delle persone direttamente colpite dalla crisi e di tutte quelle che sono impegnate ad uscirne fuori e che attendono nuovi provvedimenti governativi per cavalcare l’onda di ripresa che sta per cominciare? Insomma, Fini sbaglia tempi, modi ed argomenti: arrivare ai ferri corti con chi raccoglie l’approvazione della maggioranza degli italiani non gli procurerà alcuna simpatia, anzi solo ulteriori problemi; farlo con temi avulsi da quelli che dovrebbero essere gli argomenti centrali dell’azione autunnale del Governo mettono in difficoltà soltanto lui. Pensa davvero che in queste condizioni, se aprisse una corrente all’interno del PdL avrebbe poi un sufficiente numero di uomini per sostenerla? Suvvia, da un uomo spesso pronto a cambiare idea per convenienza politica non posso credere di aspettarmi che ritenga che qualcuno abbandoni il carro del vincitore.

Questo stillicidio che ha lanciato Fini con argomenti cari al centrosinistra (la destra razzista, xenofoba, volgarmente populista, socialmente divisionista), che esito si pensa potrà avere? E qualunque esito abbia, al popolo, alla gente in difficoltà, ai terremotati d’Abruzzo, ne viene qualcosa in tasca? La sinistra usa questi argomenti da 15 anni eppure eccotela là, per ogni anno che ha governato se ne fa 5 all’opposizione, continua a ripetere la stessa solfa eppure non guadagna consensi e sembra destinata ad un ruolo sempre più marginale e confusionale nella vita politica italiana (senza argomenti politici, quando non ci sarà più neanche Berlusconi cosa diranno agli Italiani?): se alle Feste dell’Unità, l’unica cosa di destra è la molletta verde sulla giacca di Marini, qualcosa vorrà pur dire… Non si tratta di essere più o meno d’accordo con quello che dice Fini, non si tratta di ragionare sui massimi sistemi di quali argomenti il centrodestra del XXI secolo debba mettere sul piatto della proposta di Governo: si tratta di governare ORA l’Italia e di portarla ORA fuori dal pantano rosso-democristiano che ancora si porta dietro, di arretratezza sociale ed infrastrutturale, si tratta di risolvere ORA le questioni economiche. Il 2013 è ancora ben di là da venire: una sfida alla leadership in un momento come questo, con argomenti avulsi dal contesto attuale, ripeto e chiudo, è fuori luogo sia rispetto al dibattito politico sia rispetto agli interessi ed ai bisogni reali della gente.

Dove vuole arrivare il “compagno” Fini?

settembre 8th, 2009
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Che Vittorio Feltri, noto uomo di destra anche se chiamarlo berlusconiano significa avere i neuroni fuori posto, utilizzi gli uomini e le idee di sinistra come birilli da abbattere, è ovvio e sacrosanto. Che non si sia mai tirato indietro quando si è trattato di randellare il governo di destra per le sue mancanze, anche questo è ovvio e sacrosanto (mica ha diretto la Pravda, stava a Libero). Ora che è approdato al Giornale pensano tutti si sia convertito a servo del Cavaliere, a predellino di Arcore: non pensavo che il semplice cambio di poltrona portasse a questo brusco mutamento più di quanto non possano aver fatto i decenni di giornalismo che ha alle spalle. Ma tant’è, toccare i nuovi idoli della sinistra in una Italia culturalmente ancora troppo rossa, è risaputo, non giova alla propria immagine pubblica. È come quel Governo che vuole rimanere in carica erigendo barricate contro la Chiesa Cattolica. Ecco dunque l’editoriale del direttore così come pubblicato oggi, c’è una qualche riga da aggiungere? Forse una: ancora una volta, mentre i politici giocano al politically correct, il popolo va giù pesante, e se non sta con Feltri, di certo non approva Fini ed il suo nuovo atteggiamento da ex missino di bianco vestito.

Caro presidente Fini,
sono abituato agli attacchi personali di giornalisti e politici e non mi sono offeso dei tuoi nella circostanza dell’affaire Boffo. Hai definito i nostri servizi in proposito esercizi di killeraggio, qualcosa di vergognoso, un esempio di giornalismo da bandire; le stesse accuse rivolteci dalle voci e dalle penne di sinistra non più intinte nell’inchiostro rosso, bensì nell’acqua santa; voci e penne che fino ad alcuni mesi orsono erano impegnate a criticare la Chiesa, il Papa, i vescovi, i parroci e anche i sacristi colpevoli di ingerire negli affari interni dello Stato italiano.

Poiché anche tu, come me, sei avvezzo agli attacchi (per lustri ti hanno dato del fascista, a te e perfino a Tatarella, giudicato indegno di sedere al governo perché missino), accetterai quanto sto per dirti con spirito sportivo. Specialmente adesso, che sei amato più dall’opposizione che dalla maggioranza, reputerai civile un dibattito alla luce del sole, addirittura pubblico e con i crismi della democraticità.

Sulla vicenda Boffo ti sei comportato, tu, e non il Giornale, in modo vergognoso. Hai espresso un’opinione dura verso di me senza conoscere, nella migliore delle ipotesi, i fatti. Se li avessi conosciuti saresti stato prudente. Invece hai sparato per il piacere di sparare o per convenienza, che è anche peggio. Ti sei accodato agli intelligentoni del Pd e ai cronisti mondani di la Repubblica nella speranza di fornire un’altra prova che hai le carte in regola per entrare nel club dei progressisti.

Non c’è altra spiegazione logica al tuo atteggiamento ostile verso un quotidiano che non ha ficcato il naso sotto le lenzuola ma nelle carte del Tribunale, divulgando un decreto di condanna e non le confessioni di una puttana come ha fatto la Repubblica con il tuo tacito consenso, visto che non risulta tu l’abbia biasimata per la campagna trimestrale, contro il leader del tuo partito, condotta esclusivamente sulla scorta di chiacchiere da postribolo.

Prima di unirti al coro invocante la mia crocefissione in piazza, dato che non sei ancora il segretario del Pd, bensì il presidente della Camera, avresti dovuto informarti. Bastava una telefonata a me, e non sarebbe stata la prima; se non altro, ascoltando l’altra campana, ti saresti chiarito le idee e le tue dichiarazioni sarebbero state più caute. Non ti è neanche passato per la mente che un conto sono i pettegolezzi e un altro i reati. Obietterai. Ma tu hai dato dell’omosessuale al direttore dell’Avvenire. Ti rispondo, caro Fini: l’omosessualità non è un reato; e neppure un peccato, per me non cattolico. Piuttosto tu, amico mio, un paio di anni orsono ti lasciasti sfuggire una frase infelice e memorabile: “Un maestro elementare non può essere gay”. Con ciò dando per assodato che un gay sia anche pedofilo.
Converrai, di questo dovresti vergognarti.
Poiché l’omosessualità non è in contrasto con la legge, non mi sarei mai sognato di rimproverarla a Boffo. E in effetti gli ho solo “ricordato” le molestie a sfondo sessuale a causa delle quali è stato condannato dalla giustizia ordinaria, e non da me. Il Giornale si è limitato a riferire un episodio, ciò rientra nel diritto di cronaca (ho scritto cronaca, non gossip).

Prendo atto che in un biennio hai cambiato posizione sui gay e non li consideri più – era ora – immeritevoli di stare in cattedra. Però un’altra volta avvisaci prima delle tue virate, altrimenti ci cogli impreparati. A proposito di virate. Sei ancora di destra o da quella parte ti sei fatto superare da Berlusconi? Non è una domanda provocatoria. Nasce piuttosto da una costatazione. Sulla questione degli immigrati, parli come un vescovo. Sul testamento biologico parli invece come Marino, quello della cresta sulle note spese dell’Università da cui è stato licenziato.

Intendiamoci, su questo secondo punto, molti sono d’accordo con te perfino nel Pdl, me compreso. Ma sul primo, scusa, è difficile seguirti. Tempo fa con Bossi firmasti una legge, che porta i vostri nomi, per regolamentare gli ingressi degli extracomunitari. La quale legge, nella pratica, si è rivelata insufficiente per una serie di lacune organizzative e burocratiche su cui sorvolo per brevità. Era ovvio che il governo di centrodestra, non appena insediato, correggesse e integrasse quelle norme introducendo il reato di clandestinità e, grazie alla collaborazione della vituperata Libia, i respingimenti, che non riguardano gli aventi diritto all’asilo politico, ma chi viene qui convinto che l’Italia sia un gruviera in cui ogni topo, delinquenti inclusi, ottiene ospitalità e impunità.

A te la nuova disciplina, benché indispensabile, non va a genio. E vai in giro a dire che è una schifezza, e immagino, tu punti a farla cancellare. Affermi che occorre essere più umani. Edificante. Ma come si fa? Ci teniamo tutti gli immigrati incentivando altri arrivi in massa? E dove li mettiamo? Case, ospedali, scuole, servizi e posti di lavoro: provvedi tu a crearli? Con quali soldi? Buono chiunque a essere umano scaricando sulla collettività – in bolletta – ogni onere. Perché viceversa non ti dai da fare per persuadere l’Europa, che ci fa le pulci, a condividere con noi il problema e a pagare le spese della soluzione? Per esempio con la spartizione, fra i vari Paesi membri della Ue, degli immigrati che approdano alle nostre coste?

A te non premono soluzioni alternative, sennò faresti proposte anziché lanciare critiche alla tua stessa maggioranza. Ti sta a cuore la simpatia della sinistra, che non sai più come garantirti. Il motivo si può intuire; se sbaglio correggimi. Miri al Quirinale perché hai verificato che la successione a Berlusconi avverrà con una gara cui è iscritta una folla. Fare il ministro non ti va; hai già dato. Fare l’uomo di partito, figurarsi; anche qui hai già dato. Continuare ad occupare la presidenza della Camera? Che barba. E allora rimane il Colle, lì a due passi da Montecitorio.

Per arrivarci servono molti voti, ma non ne hai abbastanza nel Pdl. È necessario raccattarne a sinistra, alla quale, dunque, fai l’occhiolino nell’illusione di sedurla. Oddio. L’hai sì conquistata; lo si è potuto vedere alla Festa dell’ex Unità dove sei stato salutato quale novello Berlinguer. Ma la sinistra ti usa perché le fai comodo; sei il suo tassì. Al momento di eleggere il presidente della Repubblica (la prossima legislatura) ai progressisti sarà passata la cotta. E da loro non beccherai un voto.

Consiglio non richiesto: rientra nei ranghi. Torna a destra per recitare una parte in cui sei più credibile; non rischierai più di essere ridicolo come lo sei stato spesso negli ultimi tempi.

Per carità, le difese di partito, le difese d’ufficio, sono già cominciate, e Feltri è già stato accusato dagli uomini di Fini di non aver capito nulla, o almeno di aver tratto conclusioni troppo affrettate. Ma il popolo no: il popolo guarda, il popolo osserva, il popolo pensa… Il popolo s’è rotto le palle del novello Fini, rivogliamo quello vecchio, quello chiaramente di destra. Si può cambiare idea, si può sbiancare la propria fedina culturale, ma non c’è davvero bisogno di andare a prendere applausi alle Feste dell’Unità o ai Democratic Party. Se si è disposti a far questo, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Ha ragione Feltri? Si, no, boh, forse… Ma così non si può più andare avanti, questa mi sembra l’unica certezza evidente ed esplicita.

Il centro-destra contro Berlusconi?

novembre 24th, 2007
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La terza settimana di novembre è stata certamente una delle più calde (nonostante il meteo) della politica italiana: da una parte la finanziaria 2008, dall’altra il nuovo partito annunciato dal Cavaliere Silvio Berlusconi, dal nome ancora incerto. La mossa del Silvione nazionale ha scatenato l’elettorato del centrodestra: in pochi giorni, i sondaggi davano infatti il Cavaliere tornato davanti all’amico Fini, che appena un mese fa sembrava il preferito come successore alle prossime politiche (sicuramente del 2011, ma si spera per il bene dell’Italia molto molto prima). E cosa combina l’amico Finazzo? Si allea con quel Casini che meno di un anno fa accusava di separatismo in casa e con lui scrive un comunicato congiunto nel quale accusa Berlusconi di populismo laddove invece servono progetti per far cadere Prodi. Servono progetti? E quelli di Fini e di Casini dove sono? Ben ha risposto Berlusconi «A voi i progetti, a me i voti»…

Questo è quello che penso: l’idea che possa essere Berlusconi a far cadere il Mortazza fa semplicemente andare fuori di testa tanto Fini quanto Casini. Infatti, se ciò dovesse avvenire Silvio sarebbe il leader del Centro-Destra per i prossimi 10 anni, senza se e senza ma: soprattutto a Fini, che in qualche modo già si sentiva suo successore, questa cosa non può far piacere (per la prima volta ha pure appoggiato la riforma del sistema radio-televisivo, come a dire “se mi fai uno sgarbo ti rendo pan per focaccia”). Tanto è più vero questo se si considera che i partiti più piccoli, vedasi Storace, la Mussolini ma anche lo stesso Rotondi, guardano con favore alla nuova iniziativa politica, alla nuova “discesa in campo” del Cavaliere di Arcore. Riappropriatosi del favore elettorale del suo popolo, Berlusconi ha poi spiazzato mezzo mondo politico annunciando di voler dialogare con il nuovo PD di Veltroni: proprio il PD, la stampella del Governo Prodi, è probabilmente alla base di questo improvviso cambio di rotta di Silvio, che ancora ad Agosto non aveva fatto trapelare nulla del suo nuovo progetto (a patto che esistesse già a quel tempo). Ora, Fini e Casini devono nuovamente confrontarsi con il PpL: da una parte perché da soli non vanno da nessuna parte (insieme non raggiungono neanche lontanamente la sola Forza Italia, a meno di qualche terremoto interno), dall’altra perché la loro strategia è stata sconquassata da questo evento assolutamente imprevisto e per certi versi imprevedibile almeno nei tempi nei quali si è realizzato; senza dimenticare che non possono trattarlo come un “avversario”, perché così facendo regalerebbero una grossa fetta dei loro votanti che si andrebbe ad aggiungere a quella che attualmente Silvio ha preso con la geniale improvvisa mossa del nuovo partito. Sicuramente, i milioni di cittadini che hanno firmato nei gazebo del Centro-Destra per dire basta a questo Governo fantoccio di (Centro-)Sinistra forse non saranno proprio 8, ma anche (ammesso e non concesso) che fossero soltanto la metà, sono stati la forza che ha portato da una parte Berlusconi a ritrovare le energie necessarie per tornare a tempo pieno sulla scena politica, dall’altra hanno fatto capire a Fini e Casini che adesso il loro elettorato rischia di essere territorio di “shopping” elettorale con tutto ciò che ne consegue in termini di peso e di importanza, anche nel dialogo con Veltroni (e il suo “maanchismo”). E se vogliamo dirla tutta, il piccolo vuoto lasciato accanto a Veltroni che in quel di ottobre si era appropriato del ruolo di leader della scena politica, di fronte alle titubanze di AN e UDC, è stato pappato dal Silvio con una mossa alla “Cesare” da veni, vidi, vici, secondo il ben noto detto “Chi prima arriva…”, è tornato leader incontrastato del Centro-Destra, e sottolineo “centro”, perché i tentativi sottobanco di costituire un forte centro come terzo polo in grado di scardinare il bipolarismo italiano, con il PpL modello PpE riceve una batosta ridimensionante di non piccole dimensioni. Nel 1994, al tempo della prima discesa in campo, Berlusconi in poco tempo ottenne una vittoria in grande stile: ora, sta preparando il campo per una nuova vittoria politica destinata a durare molto più a lungo della precedente. Con buona pace di chi pensava di poterne prendere il posto a stretto giro…

Alla prox.


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