Il non plus ultra dei moralizzatori italiani, il molisano di ferro, colui che compra pagine di giornali stranieri per mettere in guardia il mondo dal dittatore Berlusconi, è incappato negli ultimi giorni in 2 spiacevoli episodi. Il primo è la naturale conseguenza di una inchiesta del Giornale che aveva denunciato alcuni movimenti sospetti di soldi all’interno del partito, la seconda è una condanna di sospensione per la violazione del codice deontologico degli ordine degli avvocati.
La situazione è un tantinello ingarbugliata: tutto parte dalla denuncia dei legali di Veltri ed Occhetto (motivi politici legati alle europee del 2004). In pratica, come stabilito già dal tribunale di Roma nel 2008, esiste un partito denominato “Italia dei Valori” ed un’associazione denominata “Italia dei Valori”, due soggetti fisici diversi e distinti. Al vaglio della Corte dei Conti vi sarebbe la seguente possibile irregolarità: nel percepire i rimborsi elettorali dalla Camera, i soldi venivano incassati dall’associazione, sfruttando di fatto l’ambiguità tra i due enti dall’identico nome. La questione come ovvio non è irrilevante: saremo di fronte ad un fatto senza precedenti, ad un tentativo di raggirare la trasparenza dei fondi pubblici da parte di un partito che fa della sua trasparenza una bandiera. Così si esprimono i legali di Veltri & Co., evidenziando «la più totale assenza di qualsiasi controllo da parte dell’Ente pagatore (Montecitorio, ndr) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto». A suo tempo, di fronte alle inchieste del Giornale, Antonio Di Pietro rispose di aver cambiato lo statuto dell’Associazione, rendendola di fatto identica al Partito, come fosse la stessa cosa: ma lo fece unilateralmente (nonostante l’associazione sia costituita da 3 persone) e senza fornire alcuna prova di quel cambiamento, prova che sarebbe contenuta nell’atto notarile collegato: quell’atto, nonostante sia pubblico, non è mai stato consegnato ai giornali a prova della trasparenza dell’operato del Kaiser. Che l’IdV sia un partito a gestione familiare dovrebbe infastidire i suoi elettori, ma che attraverso maghegghi e stranezze contabili, i soldi pubblici dei rimborsi elettorali (11 milioni di euro nel solo 2009) si sappia da dove partono ma non si sappia dove vanno, ecco questo dovrebbe farle girare a tutti, soprattutto in un momento di crisi economica e soprattutto se di mezzo c’è il supermoralizzatore della politica italiana.
La seconda vicenda è ancora più squallida: sul sito del Consiglio Nazionale Forense, alquanto nascosto, vi è un documento di 10 pagine contenente la sentenza di condanna alla sospensione di 3 mesi per l’avvocato Antonio Di Pietro. La vicenda risale a quando il Kapo smise la toga da pm per indossare quella di avvocato. I fatti: la moglie di Pasqualino Cianci viene uccisa; Di Pietro, suo grande amico, decide di prenderne le difese in tribunale; Di Pietro confessò all’amico Cianci di essere stato contattato da sua figlia Debora, la quale però a precisa domanda del padre spiegò di non aver mai contattato nessuno a quel proposito, tanto meno Di Pietro i cui recapiti erano riservati. Quindi l’Antonio, divenuto avvocato difensore con un artifizio, un giorno si presenta in tribunale ma sulla seggiola sbagliata, quella dell’accusa: senza revocare ufficialmente il mandato da difensore, si era seduto insieme alle parti civili! Ma non è finita qui: in qualità di difensore consegnò in questura il passaporto del Cianci, in qualità di accusatore si fece accompagnare dallo stesso Cianci (senza che lui lo sapesse ovviamente) a denunciarlo in tribunale per l’omicidio della moglie! Alla fine della vicenda, Di Pietro è stato denunciato ai Carabinieri per le sue malefatte senza che ovviamente alcun magistrato abbia mai deciso di indagare seriamente sulle attività sottobanco dell’avvocato Antonio Di Pietro. Di fatto comunque, la sentenza del CNF così recita: «La condotta del professionista integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, di correttezza e di fedeltà (artt. 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita». Quindi, Di Pietro è stato riconosciuto come un losco traditore: non gli si dovrebbe affidare neanche lo spazzare il giardino comunale, eppure tanta gente guarda a lui come il paladino della libertà e della democrazia in Italia…
Vi è poi una vicenda che ha del grottesco: il Superman della democrazia nostrana ha deciso di depennare, azzerare, cancellare, i vertici del Partito in Calabria, rei di aver sostenuto il piddino Agazio Loiero contro la volontà del padrone in comunione con la new entry Luigi De Magistris (colui che candidandosi alle Europee disse “Mai più la toga da magistrato”, ma che nel frattempo si è preso una bella aspettativa, tanto per sottolineare la coerenza di questi individui) che su Loiero aveva indagato. Così ha commentato Aurelio Misiti, ex-coordinatore calabrese dell’IdV: «È una inaccettabile tentazione cesarista quella di impedire ogni forma di democrazia all’interno dell’IdV, questa imposizione personalistica viola l’autonomia del partito alla vigilia del congresso regionale. Di Pietro non può farlo». Come no, può farlo benissimo, lui la dittatura la riconosce a naso, è un esperto!





