Che nell’Università ci sia una predominante aria di sinistra è noto perfino ai sassi: la cultura ed il potere di formare i giovani è per lo più in mano ai tesserati dei partiti rossi usciti fuori dai soviet post ‘68 e dal PCI formato anni ‘70 e ‘80, solo apparentemente riformatosi sotto le nuove vesti dei DS prima e del PD ora. Ma che la base dello studentato moderno sia fondamentalmente rappresentato dalle sigle della sinistra, Collettivi e Centri Sociali in primis, anche questo è noto perfino ai sassi: sono loro quelli che manifestano 363 giorni all’anno (gli altri 2 li passano a sbronzarsi dalle fumate e dalle ubriacature più forti del solito dopo Capodanno e Ferragosto), sono loro la sparuta minoranza che si arrogano il diritto di rappresentare gli studenti scendendo in piazza contro il Governo, sono loro che li ritrovi in 500 in piazza e poi leggi sui giornali che sono 150.000. Sono anche gli stessi che riempiono forum e blog delle peggiori nefandezze su Berlusconi, che scendono in campo insieme a Saviano contro il Dittatore e la mafia, che immagino un futuro dall’imprinting ateo-socialista, con l’assistenzialismo di Stato, gli imprenditori in galera ed il potere alla classe operaia (una volta lo chiamavano comunismo, poi dopo che il mondo ne ha conosciuto orrori e violenze ne hanno cambiato nome). Erano loro che 30 anni fa costituivano i movimenti terroristici rossi a partire dalle BR, sono loro oggi che le BR se le fanno in casa: vanno da Santoro a deprecare l’omertà mafiosa di chi sa ma non parla, poi riempiono le università di manifesti con scritto “infami” e picchiano quelli che denunciano le loro violenze ed i loro soprusi. Combattono la mafia di Cosa Nostra e della Camorra, ma sono loro stessi una mafia “collettiva”, giacché agiscono e si comportano esattamente come loro, ragionano come loro, costruiscono un sistema in cui non è concesso un pensiero diverso da quello loro. Ciò che avviene alla Statale di Milano con l’avallo evidente delle autorità accademiche, Rettore Decleva in primis, è ciò che finisce sui giornali, ma è ciò che avviene in tante università d’Italia senza che ciò finisca sui giornali. Renato Farina racconta questa storia di mafia e violenza che gli studenti di sinistra portano avanti da giorni dopo che qualcuno si è ribellato a quello che loro chiamano “esproprio proletario” ma che è a tutti gli effetti un atto criminale che la legge e lo Stato dovrebbe punire senza pietà ma che, come al solito, c’è sempre qualche giudice compiacente che interpreta il codice come meglio gli fa comodo.
In questi giorni a Milano si stanno palesando due Italie, anzi tre. La prima Italia è quella di alcuni studenti (di Comunione e Liberazione) dell’Università Statale di Milano. Raccontiamo cosa fanno. Lo fanno da tanti anni, dagli anni ’70. Invece di bruciare ciò che non gli va, costruiscono qualcosa. Studiano, sostengono i loro compagni di studi, aprono cooperative librarie, trovano appartamenti per i fuori sede, sono molto uniti, fanno anche politica, il tutto in nome di un ideale cristiano molto concreto. Lo dicono, ma si vede anche. Questo cattura fiducia, e anche molti risentimenti, c’est la vie. Fanno anche un’altra cosa: le prendono. Nel senso che sin da quarant’anni fa il metodo insegnato da don Giussani (essere presenti, essere se stessi, condividere i bisogni del prossimo) fa girare le scatole ai compagni, che menano. Spranghe eccetera. C’è stato qualche anno di tregua. Ma ora l’odio è ritornato, un odio tronfio, da picchiatori matricolati.
Questa Italia numero 1 ha il sostegno del popolo che lavora, delle famiglie che fanno fatica a mandare i loro ragazzi a studiare, magari senza neanche troppe prospettive. Questi ragazzi somigliano a quelli che aprono le piccole fabbriche artigiane al mattino presto, e cercano di inventare le strade di un certo benessere e di una vita buona. Drammatica come è drammatica la vita, ma buona. Con il desiderio di essere utili.
Passiamo alla seconda Italia. Questa Italia è quella degli sfaccendati, e siccome l’ozio è il padre dei vizi, loro li hanno tutti, in primis l’invidia, l’ira e l’accidia. Ma anche l’avarizia: gli altri lavorano, loro insaccocciano. In questo caso si dicono anarchici (figuriamoci) di un collettivo che si chiama «La ringhiera». Costoro giorni fa hanno praticato un esproprio proletario, il più cretino di tutti, perché non ha avuto per vittime le multinazionali del commercio, ma i loro colleghi che però hanno il difetto di alzarsi prima dell’alba e tirare su le saracinesche. Giovani che hanno il torto di darsi da fare e di non ringhiare. Tutto ciò è insopportabile per questi pirati urbani, i quali sono entrati nella cartolibreria chiamata Cusl (Cooperativa universitaria studio e lavoro), si sono fatti 800 fotocopie, e hanno preteso di pagare come a Chicago: con i cazzotti, sbraitando alla Al Capone. Erano convinti di farla franca. Sicuri di esercitare il potere della paura. Invece i ragazzi di Cielle hanno fatto quello che i cittadini debbono: denuncia. Nessuna omertà. La polizia ha verbalizzato, compresi i nomi dei denuncianti; e sono seguiti gli arresti, presto peraltro seguiti da scarcerazioni. Se rapini qualcuno, càpita persino in Italia di finire in galera.
Risultato: i cinque coraggiosi che hanno spezzato la catena di soprusi, peraltro tollerati dalle autorità accademiche, si sono ritrovati loro a essere trattati da banditi, circondati da manifesti e lenzuoli da Far West, con scritte tipo: wanted vivo o morto. Una vera taglia su di loro, considerati infami da estirpare dalla vita civile. Come se l’Università fosse Corleone sono apparsi striscioni dove quei ragazzi venivano indicati come gente che «nuoce gravemente alla libertà». Certo: alla libertà di rubare, alla libertà di essere violenti, e alla libertà di essere impuniti.
Da giorni, senza darla vinta alle intimidazioni dei guappi, i ciellini riaprono la cartolibreria. Dura poco: arrivano gli assaltatori, e la polizia fa chiudere per prudenza. I ragazzi di Cielle sono abituati a questo stato di cose. Hanno sempre resistito, non reagiscono con le stesse armi della teppa politica. Nei decenni dopo il ’68 è stata la loro presenza costruttiva, tenace, senza nessun giornale tranne il Giornale che li sostenesse, a impedire che le università diventassero giganteschi soviet gestiti da quelli che poi – quasi tutti i loro capi – hanno fatto carriera e ora pontificano di liberalismo e moralità in politica.
Gli pseudo-anarchici insistono, nel weekend c’è tregua, ma lunedì ricominceranno: capiscono che c’è un mare sporco dove gentaglia come loro può tranquillamente nuotare e azzannare, riscuotendo qualora fossero acciuffati – come ha scritto Paolo Del Debbio – la considerazione che si riserva agli eroi. Tale e quale i picciotti coi boss.
Ho detto che però c’è una terza Italia. Non so se è molto meglio di quella numero 2. È l’Italia del menefrego. Di quelli che lasciano fare e aspettano di vedere chi vince. Il rettore dell’Università Statale, un certo Enrico Decleva, osserva come un Principe sui cuscini di piume d’oca queste vicende, non muove un mignolo, non si espone in pubblico (almeno finora). Trasmissioni televisive tacciono, è un fatto minore? Be’, non ci va bene per niente.
Un tale, un consigliere regionale lombardo di Rifondazione comunista, Luciano Muhlbauer, rivendica addirittura queste aggressioni come reazione quasi dovuta. Opposti estremismi, ma la colpa per lui è di chi ha cominciato per primo, cioè si è rivolto alle autorità dello Stato. Ha detto Muhlbauer: «La denuncia dei collettivi è stata causata dalla denuncia esagerata di queste persone. In fondo gli avevano rubato 800 fotocopie, era un gesto politico. Facendo nomi e cognomi l’hanno trasformato in un gesto criminale». Ah ecco: è criminale fare i nomi, non rubare. Questa è la giustificazione ideologica dell’omertà e del linciaggio. Ma forse oggi è criminale anche lasciare queste notizie in fondo ai quotidiani, tacerne ai telegiornali. Permettere che queste acque di violenza vigliacca invadano l’università senza fare diga, senza scandalizzarsi, senza prosciugarla, sarebbe una resa non dei ciellini (quelli resistono), ma di tutti noi. Basta così.
Avete capito come funziona? Riunitevi in gruppi di 6-7 persone, mettetevi una khefia al collo e una maglia del Che addosso, entrate in un negozio, rubate quello che volete ma senza esagerare, dopodiché uscite con un paio di schiaffoni correttivi alla cassiera: tanto è un gesto politico, non un gesto criminale, e qualche politico nazicomunista e qualche giudice di egual natura pronto a difendervi ed a scusarvi lo troverete sempre…




