Archive for the ‘Vita sociale’ Category

Le fronde “partigiane” nella maggioranza: sarebbe ora di finirla

novembre 14th, 2009
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Gli accadimenti politici degli ultimi tempi sono la dimostrazione di quanto la discussione gossippara degli ultimi mesi stia dando i frutti di quanto avevamo fin da subito previsto: in Parlamento il dialogo tra maggioranza ed opposizione, se mai c’è stato, è defunto da un pezzo; nella maggioranza forse ci si crogiula troppo sul consenso popolare (che, si ricordi, è determinato anche da una sinistra totalmente inesistente); a livello sociale, si è perso il senso della misura della discussione politica, per cui oramai si vive solo giorno per giorno, senza nessuna lungimiranza, pensando soltanto a come affondare l’avversario di turno.

Questa grave situazione civile dell’Italia, che qui non si aveva avuto remore nel definire antidemocratica (e questo non certo per colpa del governo), esplode come sempre nel particolarismo partigiano: basta un po’ di confusione, e tutti cercano di arraffare il possibile per il proprio orticello. La manovra finanziaria “light” di quest’anno ne è stata l’ennesima dimostrazione: tutti, sinistra compresa, tentano di tornare al vecchio far west dell’assalto alla diligenza, in cui tutti, dato un testo base, possano recriminare la loro fetta di danaro ergo consenso politico (una mania questa che gli italici hanno ben imparato, essendo scritta nel dna fin dai tempi dei Romani). Non si può spiegare altrimenti il tentativo di disarcionare, senza mezzi termini, il Ministro Giulio Tremonti, reo di essere inflessibile sui conti pubblici italiani: se fosse per certi politicanti, di sinistra ma anche di destra, potrebbe anche schizzare al 150%, al 200%, al 1000%, tanto a loro cosa importa, l’importante è far vedere che “fanno”. È da troppo tempo che si è instaurato in Italia il concetto secondo il quale se qualcosa non funziona, basta ricoprirla di soldi: la giustizia non funziona? Più danaro… La scuola non funziona? Più danaro… Qualcosa non va? Più danaro… Peccato che quel danaro lo mettono i cittadini con le loro tasse, tanto per chiarire la faccenda.

In senato si è ieri conclusa la discussione sulla finanziaria 2010, che ricordiamo è una nota di variazione della vera finanziaria dello Stato, quel DPEF triennale varato nel 2008. Per un “errore”, ci si è dimenticati di discutere in commissione dell’istituzione della Banca del Sud, voluta da Tremonti e contenuta in un emendamento del relatore: così a questo giro non se ne farà niente, e la discussione è rinviata. Se il Ministro propone una manovra “light” da 200 milioni, è dalla stessa maggioranza che partono i siluri: Baldassarri (per altro uomo intelligente), propone una variazione da 37 miliardi di euro. Si, proprio così, 37 miliardi pari a 2 finanziarie e mezzo in regime normale (generalmente le finanziarie si attestavano sui 15-16 miliardi l’anno, cioè 1 punto del PIL), che dovevano servire a tagliare le tasse e ridurre la spesa. È lo stesso senatore a qualificare la sua azione “contro il superministro”, e questa a casa mia dove il dizionario esiste ancora si chiama fronda antiqualcuno o antiqualcosa. Oltre alla Banca spariscono anche 80 milioni che erano destinati alla ricerca nel senso più ampio del termine: bisogna mettersi d’accordo per capire a che gioco stiamo giocando, perché senza regole comuni si finisce che si lavora un anno per impiantare un certo tipo di discorso e poi al momento di quagliare si cambiano le carte in tavola. Su questo punto non c’è discussione, a Montecitorio quei soldi vanno rimessi nel testo, se non si vuole fomentare ancora di più lo scontro con un settore che è già sul piede di guerra perché gli si sta smontando il giochino dell’università come parcheggio di parenti, amici e raccomandati, che poi per forza di cose divengono precari e ritengono di avere il diritto di essere assunti dallo Stato pur senza aver dimostrato di essere realmente utili. Nella confusione generale, il testo ministeriale si salva in parte per pochissimi voti, ma passano 2 emendamenti del PD: 1 serve a tornare al far west, cioè il governo d’ora in poi potrà presentare solo uno “schema” di manovra e non più qualcosa in qualche modo vincolante. È così che, mentre senza soldi si stanno facendo ottime cose (si veda l’azione del ministro Brunetta ed il cambio di mentalità nel mondo dell’istruzione, dal ‘68 ad una scuola finalmente tale), quando bisogna mettere mano al portafogli tutti partono in quarta e nessuno rispetta più semafori e precedenze. Così, se qualche soldo in più nella tredicesima sarà soprattutto dovuto ad effetti congiunturali della situazione economica (inflazione più bassa e rivalutazione contrattuale), l’arrivo delle prime stime sullo scudo fiscale apre un vulnus che ho il terrore al solo pensiero di chi ci metterà le mani dentro. Voglio essere sincero e dire che pochissime volte mi sono sentito rassicurato dalla presenza della Lega, e questa è una di quelle volte.

Questa è la mia sensazione: che le vicende extra politiche del Cavaliere, per quanto in massima parte costruite ad arte da certa stampa di sinistra, abbiano dato buon gioco a chi nella maggioranza, Fini in testa, ha già lanciato la successione alla guida del partito: una successione non solo di uomini, ma proprio di gruppi e di idee. Come se, la campagna di Repubblica non avesse ottenuto effetti pubblici ma effetti dietro le quinte ben più devastanti: l’ultima parte della carriera politica di Silvio (per motivi evidentemente cronologici) ha dato la stura a chi vuole accorciare questa fase di transizione, disarcionando il 12° uomo più influente della terra (secondo Forbes) per via politica (ben sapendo che a livello popolare non ci sarebbe partita). Nel 2013 potremo ritrovarci con un PdL ad immagine e somiglianza di un AN diventato secolarista e socialista, con idee che più che “moderne” sembrano perbeniste e terzomondiste: se devo cominciare a votare l’UDC, cari amici del centrodestra, ditelo subito, almeno so che quelle idee sono già chiare, e non dovrò ritrovarmi a costruire un partito su delle fondamenta che porteranno ad elevato affatto differente. Se Berlusconi non riprende in mano la situazione e sbatte il pugno sul tavolo con l’espressione: “Cari minchioni, questo è il programma e questi sono i voti, ergo questo è quello che dobbiamo fare”, l’arrivo alle Regionali rischia di avere un atterraggio piuttosto turbolento. Ma questo gli viene impedito da un sistema (giustizia in primis, ma non ultima la “cara” Veronica) che sente di star per cominciare a raccogliere i frutti di una guerra totale cominciata qualche mese fa: “visto che noi – pensano – siamo così incapaci di batterti sul piano democratico, cominciamo a spalare cacca per distruggerti”. A tutti gli effetti si chiama colpo di Stato legalizzato, ed io credo che mai come questa volta anche il popolo debba fare la sua parte di contrasto a questi atteggiamenti eversivi: o si parla chiaro e tondo, oppure davvero è meglio tornare alle urne. Ma dopo, al primo che fiata 2 schiaffi correttivi come quelli che si danno ai bambini troppo discoli non glieli leva nessuno.

EDIT ore 23:00: prendiamo atto che il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha smentito categoricamente che vi sia stato il taglio di 80 milioni alla ricerca riportato dai giornali. Si sarebbe trattato di una confusione con un emendamento riguardante un vecchio taglio che nulla avrebbe a che fare con inesistenti ulteriori tagli. Partiamo da qui dunque affinché si lavori per aumentare i fondi a disposizione.

La giustizia è una piaga sociale dell’Italia, non di Berlusconi

novembre 13th, 2009
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Quando in Italia si parla di giustizia, il nome di Silvio Berlusconi viene fuori come fosse il fungo che spunta dopo la pioggia. Il binomio è oramai talmente stretto che manca poco verrà codificato in un dizionario: “giustizia, contrario di Silvio Berlusconi”. Aver vissuto questi ultimi 15 anni in Italia ha prodotto il seguente assunto: la giustizia è intoccabile perché se la tocchi favorisci Silvio Berlusconi. Io mi sono letto e riletto più volte la Costituzione per sapere se una legge, prima di essere approvata, debba essere passata al vaglio della lente che decide se è utile o no al Cavaliere, senza trovare nulla a tal proposito, eppure in Italia è così. Per di più, siccome la casta dei magistrati è diventata peggiore della casta degli arbitri di calcio, chiunque provi a mettere un po’ di ordine viene puntualmente indagato perfino nelle sue mutande, come successo a Mastella e Castelli, che dopo le loro proposte di riforma della giustizia sono finiti nei fascicoli di mezze procure italiane.

Per di più, dopo l’eliminazione dell’immunità parlamentare, a dimostrazione di come i giustizialisti a furor di popolo possano sfasciare un Paese, 2 governi sono caduti per inchieste infondate e basate sul nulla: il primo governo Berlusconi nel 1994 ed il secondo governo Prodi nel 2008. Berlusconi poi è stato indagato in maniera così alacre che se lo stesso olio di gomito fosse stato messo nell’ordinaria amministrazione della giustizia l’Italia sarebbe un Paese molto più pulito.

Eppure, ancora l’altra sera mi sono dovuto sorbire sul primo canale nazionale Luca Palamara, presidente dell’ANM: io chiedo solo una cosa, che Palamara si presenti in televisione e chieda scusa dello schifo di giustizia di questo Paese. È inaccettabile che ogni cosa che non funziona si imputi la colpa alla politica ergo a Berlusconi: è un giochetto che non funziona, infatti oramai queste argomentazioni da un orecchio entrano e dall’altro escono. Vespa l’altra sera ha ricordato come per non far finire in prescrizione Craxi si usò perfino il fax per trasmettere gli altri, onde evitare i ritardi delle buste postali; aggiungo io che per non far finire in prescrizione Berlusconi gli si è cambiato il capo d’accusa in corso d’opera; al contempo, il caso del signor De Benedetti è finito tranquillamente sul binario morto dei processi che finiscono per prescrizione. Subito Palamara si è sentito indignato: “Dott. Vespa mi vorrebbe dire che i magistrati stabiliscono come condurre le indagini in base al nome dell’imputato”? Sig. Palamara, ma lei pensa che noi siamo scemi che non lo capiamo da soli come funzionano certe cose? Ieri da Santoro il solito Travaglio ha chiesto a Belpietro: “Scusi ma come è possibile che se i magistrati napoletani arrestano i mafiosi sono vostri amici, se indagano Cosentino sono beceri comunisti?”. Lo dico io a TorqueMarco Travaglio: perché esistono 10 giudici leoni che combattono la mafia e 90 giudici fannulloni che pensano solo a finire sui giornali. Parola del PG Vincenzo Galgano, che definisce questi magistrati fanatici. Si moltiplicano sempre di più questo tipo di accuse: dal magistrato che si fa firmare un certificato medico di invalidità per andarsene a regatare in mare, al magistrato che spiega i trucchi su come evitare che una sentenza venga impugnata (basta riempire di fogli il faldone), ai magistrati che confessano di “militare”, e così via seguitando. E tanti saluti alle leggi ed alla Corte Costituzionale che ha deciso che il magistrato non deve solo essere imparziale nelle sue funzioni, deve anche apparire tale: quanti magistrati che indagano Berlusconi, i suoi uomini e più in generale la politica appaiono 100% o almeno 99% imparaziali?

Poi il colmo dei colmi: la giustizia in Italia non funziona perché il governo taglia i fondi. La realtà della malagiustizia italiana è rappresentata da questi dati, che dimostrano il degrado dell’amministrazione della giustizia in Italia, che dimostrano quanto sia diventata una piaga sociale. In Italia, anche a causa di errori tecnici e di distrazioni, ogni anno 200.000 processi finiscono per prescrizione, dall’estero non investono nel Bel Paese perché non solo non vi è certezza della pena ma non vi è proprio certezza che il processo si faccia, visti i tempi biblici di quanto dura e per i quali il nostro Stato si trova spesso a pagare multe della Corte Europea dei Diritti Umani. Quei dati sono la dimostrazione dello sperpero e del mal costume che avvolge l’italiota medio nell’amministrazione della risorsa pubblica: in Italia si spende come e più di altri Paesi, eppure si è anni luce dietro gli stessi.

Detto questo, mi si impone una riflessione su alcuni recenti accadimenti: il ddl della riforma del processo penale, che costringe entro i 6 anni (solo per gli incensurati e solo per alcune tipologie di reato) il completamento del processo, in particolare 2+2+2 nei tre gradi di giudizio, ha un non so che di non proprio convincente, in particolare per quanto riguarda i possibili rilievi di incostituzionalità che potrebbero essere sollevati. Nel suo percorso parlamentare andrà certamente modificato: non me ne può fregar di meno se questa legge avvantaggia Berlusconi, solo e soltanto a patto che avvantaggi tutti i cittadini. Bisognerà tornare su questo argomento. Il secondo aspetto riguarda la vicenda Cosentino: il sottosegretario all’economia e possibile futuro governatore della Campania si trova al centro di indagini per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa elaborata a partire da dichiarazione di alcuni soliti pentiti che diventano tali solo quando vengono arrestati. I fatti risalirebbero addirittura alla prima metà degli anni ‘90 del XX secolo, o per meglio dire non si sa esattamente a quando risalgano, visto che la memoria del pentito è alquanto ballerina, giacché cambia la sua dichiarazione ogni volta che gli viene fatta notare una incongruenza. Nonostante questo per il PM risulta vangelo, e quando il suo partito non si decide a rimuovere la sua candidatura, tanghete arriva bell’è pronta una richiesta di arresto preventiva, in attesa di accertare se questa presunta collusione con la camorra sia ancora in corso.

Personalmente ho profonda paura di un Paese in mano alla magistratura, nelle cui file si celano personaggi deviati e fanatici che sentono il dovere di fare il bello ed il cattivo tempo della politica, per cui non è più il popolo ma sono loro a scegliere quanto deve durare un governo e chi deve essere candidato alle elezioni. Detto questo, un ragionamento sulla posizione di Cosentino andrebbe indubbiamente condotto, così come la vera riforma della giustizia sarebbe questa: d’ora in avanti, qualunque magistrato di ogni ordine e grado che commette errori, verrà declassato, avrà lo stipendio decurtato fino alla radiazione totale dai pubblici uffici, con crescente grado di punizione. Per i parlamentari si reintroduce l’immunità, se si vuole copia-incollata dalla norma attualmente vigente nel Parlamento Europeo e votata anche da quella sinistra (come Santorescu e compagnia bella) che in Italia al solo sentirne parlare si straccia le vesti come i sacerdoti davanti a Gesù: ma al tempo stesso un bel regolamento per cui se tu vuoi entrare in politica devi dire a me cittadino cosa hai fatto nella vita, quali sono le tue frequentazioni abituali, qual’è il tuo livello culturale (una sorta di questionario come quello vigente negli USA), e così via seguitando. Si riorganizzi anche la distribuzione territoriale dei tribunali per recuperare ulteriori risorse, ma si stabilisca anche che se dentro un tribunale i fondi vengono spesi male io le mani te le taglio. E solo di fronte ad un codice di questo tipo che regoli l’attività del magistrato sono pronto a sostenere il principio per cui non solo chi è condannato, ma anche chi è indagato non ha l’accesso a cariche pubbliche: una norma del genere, tanto cara a Di Pietro, e che io estenderei almeno ai parenti di primo grado, se venisse approvata prima di tutto ciò rischierebbe di diventare un vulnus terribile per la democrazia, perché si legalizzerebbe l’azione fanatica di alcuni magistrati.

Il problema è che ci troviamo di fronte a due caste, che si pestano i piedi a vicenda ma che stanno bene attente a non pestarseli al loro interno. L’Italia è un Paese che va brutalmente picconato: non è la civiltà a dire che un impiegato pubblico deve usare cortesia verso i cittadini, bisogna imporlo per legge. Allora, imponiamo per legge quanto detto sopra, si vedrà che non ci sarà bisogno del processo breve (e neanche del Lodo Alfano) e soprattutto la giustizia smetterà di essere una piaga sociale di questo Paese.

EDIT 14/11:2009: segnalo questa intro dell’editoriale di Sergio Romano sul Corriere, che fotografa bene l’attuale situazione della politica italiana, a rischio naufragio in mare aperto.

Se fosse possibile scegliere tra la riforma della giustizia e una delle tante riforme di cui il Paese ha bi­sogno (pensioni, sistema fiscale, educazione, funzione pubblica) non avrei alcun dubbio. Sceglierei senza esi­tare la riforma della giustizia. Le cause civili sono interminabili e la durata dei procedimenti sta procurando danni irre­parabili, tra l’altro, all’economia nazio­nale. L’obbligatorietà dell’azione penale è l’alibi che copre la di­screzionalità dei magistra­ti inquirenti. Molti procu­ratori hanno ambizioni pubbliche che stravolgo­no la loro funzione origi­nale. Le indagini hanno talora un sapore politico o un senso dello spettaco­lo che nuoce alla loro cre­dibilità. Il Consiglio supe­riore è un parlamento in cui sono rappresentate correnti ideologiche. Un organo sindacale, l’Asso­ciazione nazionale magi­strati, agisce come una lobby e cerca di condizio­nare la decisione delle Ca­mere. Ripeto: se l’Italia vuole rimettere ordine tra i poteri dello Stato e restituire ai cittadini la fi­ducia nelle istituzioni, occorre partire dalla riforma della giustizia. Molti dei voti dati al centro-destra sono dovuti al­la sua promessa di agire su un terreno in cui i governi di centro-sinistra sono stati esitanti e, alla fine, carenti.

L’Italia positiva ed in espansione, alla faccia dei corvi di sinistra

novembre 6th, 2009
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Da quando è scoppiata la crisi economica più dura del secondo dopoguerra, la sinistra italiana è diventata ultras delle aziende che falliscono e dei lavoratori che persono il posto di lavoro. Con le bandiere rosse al vento, ha fatto un tifo sfrenato affinché tutto andasse male, così da poter poi portare il conto del fallimento del governo Berlusconi. Eppure, loro erano stati gli unici, nel 2008 con Uolter Veltrons, a presentarsi agli elettori parlando della sinistra come del nuovo miracolo italiano. Al contrario, la coalizione di centrodestra si è presentata agli elettori con chiari messaggi di rigore e di controllo ferreo della spesa perché era alle porte un imminente periodo di vacche scheletriche: è stato premiato perché dalla sua aveva la lungimiranza di un ministro, Tremonti, che aveva letto alla perfezione lo stato della finanza mondiale con largo anticipo rispetto a soloni e parrucconi che imperversavano e pontificavano sull’economia.

Per oltre un anno, la sinistra del miracolo si è trasformata nella sinistra della crisi: ha accusato il governo delle peggiori nefandezze, lo ha accusato di essere cronicamente incapace di affrontare la situazione e ogni giorno urlando alla crisi ha ricordato che l’Italia con il centrodestra sarebbe uscito dalla crisi con le ossa rotte. È vero, è stato fatto quello si poteva fare ma non è ancora abbastanza: la social card è un inizio, che potrà diventare strumento strutturale, ma dovrebbe dare di più; gli ammortizzatori sociali ci sono, ma lo strumento si è rivelato vecchio e raggiungere la più vasta platea possibile di lavoratori in difficoltà si è rivelato assai complicato per non dire impossibile; le scelte sui posti di lavoro hanno contribuito fortemente ad evitare il tracollo, ma ciò non ha impedito che centinaia di migliaia di lavoratori si ritrovassero senza stipendio; così via seguitando. La differenza con la sinistra è che il centrodestra la crisi l’ha letta nel miglior modo possibile, puntando soprattutto sui valori strutturali del Paese: non è mica colpa del Governo se le banche non aprono le borse del denaro, essendo istituti privati non le si possono mica obbligare! I numeri sono chiari: la crescita della disoccupazione è contenuta e nettamente inferiore a quella degli altri Paesi industrializzati; il tasso di disoccupazione è ancora molto basso, inferiore alla media europea; non c’è una caduta libera del PIL, che anzi si conferma sopra la media europea. Il confronto con Paesi come USA, Inghilterra, Francia e Spagna è impietosamente a nostro favore: addirittura abbiamo scalato la classifica dei Paesi più ricchi, scavalcando proprio i soloni britannici che tanto si sono divertiti in passato a sputare sentenze contro l’Italia.

È di oggi la notizia che non solo l’OCSE considera l’Italia un Paese in espansione con la miglior crescita annua (+10,8%), ma anche che secondo l’ISTAT la percezione che le famiglie hanno della loro situazione economica sta migliorando. Inoltre, non infrequentemente vengono riviste stime al rialzo per il Bel Paese.

Questi dati cosa significano? Sono merito di Bersani e di Franceschini? O magari di Ferrero ed Epifani? Ma i numeri non sono fatti per sedersi sugli allori: nonostante la crisi si sono affrontate con successo gravi emergenze nazionali (Napoli, Abruzzo, Messina), è aumentato il contrasto alla mafia tramite leggi più aggressive e maggiori operazioni positivamente concluse dalla polizia, è aumentato il contrasto all’evasione fiscale anche con l’approvazione di leggi internazionalmente concertate per “stringere d’assedio” i paradisi fiscali, è migliorata l’efficienza della pubblica amministrazione, si è messo mano al contratto di lavoro con l’approvazione di tutti i sindacati tranne il solito, ma molto va ancora fatto: si deve risolvere una volta per tutte la questione dello sviluppo del Mezzogiorno, vero tallone d’Achille del Paese, e vincere la guerra alle mafie (è quasi pronto il piano di Maroni); si devono rilanciare al più presto le grandi opere infrastrutturali del Paese (il Cipe ha già dato il via libera ad opere per 8,8 miliardi); si deve riformare quanto prima il sistema scolastico a tutti i livelli impiantando finalmente il concetto di meritocrazia e di lavoro, per cui io ti dò i soldi se sei serio e produci, non se assumi parenti ed amici (la riforma universitaria è in cantiere).

Questa è l’Italia in espansione, alla faccia dei corvi di sinistra.

EDIT 13/11/2009: oltre a tutto quello che abbiamo precedentemente espresso, è di oggi la notizia che il PIL italiano è tornato a crescere: nell’ultimo trimestre si registra un +0,6%.

I laici furiosi e la guerra che hanno già perso

novembre 4th, 2009
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Ieri la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (!) ha condannato l’Italia a risarcire una signora finlandese oppressa dal fatto che i suoi figli fossero costretti ogni giorno a guardare un crocefisso appeso alla parete scolastica, lei che vuole educare i suoi figli secondo i principi del secolarismo (che poi fa paio con ateismo); per corollario, lo Stato dovrà dar seguito alla sentenza per cui la presenza di detto simbolo religioso è incompatibile con il diritto dell’uomo a professare la religione che più ritiene opportuna. Si dice infatti che la presenza di tale simbolo non può essere non notata ergo non può non influire sulla psiche umana: eppure mi par di notare che in ogni dove si dica che la religione cattolica è in crisi, che le chiese di svuotano, e così via seguitando (vero o non vero che sia). Mi par di capire dunque che qualcosa non torna… Anche perché, se il crocefisso è costrizione della libertà di religione, una madre che impone una educazione secolare ai propri figli cosa altro non è se una costrizione al contrario? C’è un evidente cortocircuito… Un giorno, presto o tardi, aboliranno anche lo studio della Divina Commedia e dei Promessi Sposi, capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo ma che purtroppo sono così intrisi di cattolicesimo che potrebbero risultare un impedimento ad una educazione atea, secolare o magari anche musulmana, buddhista, etc. che sia realmente tale.

Questo è l’ateismo moderno: mentre vuole per sé tutti i diritti, li nega poi agli altri. L’assunto è molto semplice, perché gli atei sono una minoranza, perché i credenti sono la stragrande maggioranza. La democrazia impone che le regole di vita sociale vengano approvate dalla maggioranza del popolo (attraverso la rappresentatività parlamentare), e che a queste regole TUTTI si debbano adeguare. A me non piace pagare le tasse, ma lo faccio perché il popolo fino ad oggi non ha deciso il contrario.

Dallo stato teocratico stiamo piano piano passando ad una teocrazia atea, al relativismo nichilista come religione di Stato e come paradigma delle sue leggi: dove questo è diventato realtà troviamo solo morte e sofferenza (leggasi Cina e Corea del Nord). Né vale a tal proposito ricordare (ogni volta come fosse un disco rotto) cosa succedeva 800 anni fa, perché allora ricordo che la società pagana di 2000 anni fa questi giudici li avrebbe decapitati, essendo per essa inconcepibile anche il solo pensare che si potesse governare senza l’approvazione degli dèi. Per fortuna l’evoluzione culturale ha prodotto un progresso per cui ognuno oggi è libero di scegliersi lo Stato in cui vivere, di approvare le leggi che più gli aggradano, avendo come unica “costrizione” la Costituzione del suo Paese (se democratico). Oggi invece è in pericolo la stessa libertà di professare la religione cristiana: più passa il tempo più aumentano coloro che in nome di una falsa laicità cancellano tradizioni secolari (inteso in senso cronologico) che sono alla base delle democrazie europee. Essere laici significa essere liberi, essere laicisti significa essere costretti all’interno di una campana di ateismo che al popolo non piace: cioè esattamente tutto il contrario di quello che vorrebbero farci credere! La guerra che i laici furiosi hanno indetto contro la religione è una guerra già persa in partenza, solo che non se ne sono ancora accorti: sono una specie di dead man walking, con i loro rigurgiti giacobinisti per cui se il popolo non li ascolta tanto peggio per il popolo (paiono secolaristi postcomunisti), che a quel punto deve essere costretto ad accettare la loro visione della vita attraverso l’imposizione con leggi e sentenze ad hoc o ad personam (come nel caso della signora finlandese, alla quale nessuno ha impedito di tornarsene da dove veniva). Infatti, è proprio al grido di “libertà, uguaglianza e fraternità” che i paladini della democrazia trucidarono e decapitarono in una notte decine di migliaia di persone, più di quante la Chiesa Cattolica abbia fatto con i suoi errori in 20 secoli di storia. Per tacere (per pietà) delle vittime dell’ateismo di Stato fatto proprio dalla dittatura comunista e non solo.

La soluzione che sta portando il mondo alla rovina (altrimenti non staremmo a parlare un giorno si è l’altro pure di quanto sia brutta la gioventù d’oggi, tra violenze, intolleranza, fobia del diverso, droghe, alcol, incapacità di amare, e così via seguitando) è quella di Grozio: etsi deus non daretur. Vivere come se Dio non esistesse. Il cortocircuito richiamato all’inizio esiste nel momento in cui si pensa che la religione o il sentimento religioso (l’essere santi) venga inteso come una privazione per se e per gli altri, come un essere fessi o “cretini” per dirla con il matematico def… Visione gretta, ignorante, deficitaria e quindi questa sì realmente cretina. La soluzione migliore sarebbe vivere come ognuno ritiene più giusto vivere (leggi permettendo: il detto “vivi è lascia vivere” in tal senso è una boiata pazzesca, per dirla alla Fantozzi), e se una certa visione di vita sociale è condivisa dalla maggioranza delle persone che compongono una comunità, per ciò stesso essa diventa paradigma del vivere comune: imporre o voler imporre una visione diversa comune solo ad una minoranza del popolo significa essere antidemocratici, né più né meno. Il laicismo è quella cosa che maschera la teocrazia dell’ateismo: si vuole dare a tutti l’opportunità di vivere secondo principi propri, ma si vuole impedire che chi non è d’accordo decida diversamente. Per cui, se nel Maine (USA) la maggioranza del popolo decide che i matrimoni gay vanno aboliti, non è perché la maggioranza è terrorista e vuole negare alcuni diritti (non naturali ma artificiali, quindi per ciò stesso passibili di ripensamento), ma è perché la maggioranza decide di stabilire alcune regole comuni, esattamente come tempo addietro aveva stabilito al contrario di approvarli: fortunatamente la democrazia americana è anni luce avanti a quella europea, e nessuno si sognerebbe mai di sovvertire il giudizio popolare democraticamente espresso attraverso leggine e sentenze di opposta natura. I laici integralisti oggi perdono consensi proprio perché incapaci di aprirsi al sentimento religioso: hanno lanciato una guerra “santa” contro gli integralisti del senso opposto, gli acriticamente fedeli al dogma, in uno scontro in cui a perderci è la democrazia ergo la società. Mancando di una visione culturale realmente e reciprocamente aperta, mettono mano alle armi della costrizione di massa quali sono sentenze e leggi invise alla maggioranza del popolo.

Ancora una volta, i veri intolleranti sono gli atei, come purtroppo la storia ha ampiamente dimostrato… Ed è per questo che hanno già fallito.

bosetti giancarlo

Qui per discutere ed approfondire l’argomento.

Il cambiamento climatico è colpa del Sole: parola di scienziato

ottobre 26th, 2009
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Io ho sempre pensato che il modo con il quale viene presentato il problema climatico sia per un verso ideologico e per l’altro politico: ovvero, è il mezzo migliore affinché politici ed associazioni di varia natura possano avere a disposizione migliaia di miliardi da gestire e controllare il destino dei popoli comodamente seduti in poltrona. L’ONU, per tentare di distogliere lo sguardo da questo assioma, si è inventato un consesso, l’IPCC, premio Nobel nel 2007, che da anni ci riempie la testa di previsioni climatiche elaborate al computer che sputano dati basati su conoscenze nel migliore dei casi incomplete. Le previsioni non sono scienza, eppure vengono spacciate per tali. Riprova ne sia che i ghiacci stanno tornando ad aumentare (checché i TG ne dicano!) e che questo primo decennio del nuovo millennio ha fatto registrare una stasi climatica non prevista in nessuna di quelle elaborazioni. Eppure siamo sempre sull’orlo del baratro, anzi in pratica siamo già nel baratro, come anche Obama ha detto recentemente. Negli ultimi tempi tuttavia qualcosa potrebbe cambiare nelle elaborazioni climatiche macrotemporali: uno scienziato italiano che lavora in uno dei più prestigiosi laboratori statunitensi ha messo a punto un lavoro strettamente scientifico per calcolare l’evoluzione termometrica del globo terracqueo. Si tratta di Nicola Scafetta, gaetano classe ‘70, che insegna appunto al Free-electron laser laboratory della Duke University, fondato nel 1838 a Durham: possiamo dunque dire che parla con cognizione di causa, essendo che in quel laboratorio si studia l’irradianza solare per conto della NASA (quella stessa che quando può sforna previsioni pure peggiori di quelle dell’IPCC). Qui potete trovare la sua pagina scientifica ufficiale con i suoi studi, mentre su Climate Realists potete leggere una sua interessantissima risposta ad un articolo scientifico. La convinzione di Scafetta è molto semplice: siccome all’IPCC sono pregiudizialmente convinti che la colpa sia dell’uomo, hanno sottovalutato l’apporto del sistema solare sottostimandone gli effetti nei loro modelli.

Come smascherare la più colossale bufala del secondo millennio (anche del terzo) e vivere tutti felici e contenti. L’Ipcc, Intergovernmental panel on climate change, il foro intergovernativo sul mutamento climatico istituito dalle Nazioni Unite allo scopo di studiare il riscaldamento globale del pianeta, non avrebbe capito nulla. E pensare che nel 2007 gli hanno pure conferito il premio Nobel… I rapporti di valutazione periodicamente diffusi dall’Ipcc, che sono alla base di accordi internazionali come la Convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici e il mitico Protocollo di Kyoto, sarebbero carta straccia, più o meno.
L’Ipcc ritiene che il riscaldamento globale della Terra vada attribuito per il 92,5% ai gas serra prodotti dall’uomo, in primis all’anidride carbonica, e per il 7,5% al Sole. Tutto sbagliato. Semmai sembrerebbe vero il contrario: è il Sole che modifica il clima e surriscalda il pianeta, non l’anidride carbonica e le schifezze emesse dai veicoli e dalle industrie, che incidono sull’innalzamento delle temperature in misura marginale. Quindi la pretesa del Protocollo di Kyoto di abbassare del 5% entro il 2012 i valori di anidride carbonica rispetto alle emissioni che si registravano nel 1990, con la speranza che le colonnine di mercurio dei termometri si comportino di conseguenza, non è soltanto ardua: è soprattutto inutile. Perché il Sole se ne impipa altamente delle umane decisioni.
A dirlo è il professor Nicola Scafetta, uno scienziato di 39 anni originario di Gaeta, che nel 1998, dopo essersi laureato in fisica a Pisa, se n’è andato a continuare i suoi studi in un’università del Texas e poi s’è trasferito a far ricerca e a insegnare al Free-electron laser laboratory della Duke University, uno dei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti, fondato nel 1838 a Durham, nella Carolina del Nord. Scafetta è membro dell’Acrim (Active cavity radiometer irradiance monitor), centro mondiale di studio dell’irradianza solare associato alla Nasa, l’ente spaziale americano. Insomma, è uno di quelli che da noi vengono definiti «cervelli fuggiti all’estero», anche se non gli piace essere chiamato così: «Non mi sento per niente un fuggitivo. Espatriare allo scopo di confrontarsi a livello internazionale è quasi un dovere per chiunque voglia fare scienza in modo serio».
Alcuni osservatori ritengono che Scafetta possa legittimamente aspirare a diventare premio Nobel per la fisica nel 2035. Per capire il motivo del lusinghiero pronostico, basta leggere la presentazione del suo lavoro fatta dall’Us Environmental protection agency: lo scienziato italiano è l’unico al mondo ad aver elaborato una previsione scientifica sull’evolversi delle temperature planetarie da qui al 2100. Se le temperature seguiranno la sua previsione, continueranno a diminuire fino al 2030 per poi aumentare di nuovo fino al 2060. Ma già dal 2035 si potrà dire se si saranno comportate o no «alla Scafetta». E, in caso affermativo, sarà stato il nostro connazionale ad aver indicato a tutti come affrontare un problema altrimenti inintellegibile. Finora gli studiosi mondiali si sono accontentati di presentarci in proposito soltanto «scenari», che stanno alla scienza quanto i «se» stanno alla storia. Ma, come la storia non si fa con i «se», così la scienza non si fa con gli «scenari».
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Insomma, dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica sì o no?
«La CO2, pur non essendo inquinante, è un gas serra e quindi influenza il clima. Ma attenzione: anche pochi centesimi di euro sono denaro e influenzano la nostra ricchezza. Il punto è che la CO2 antropogenica, cioè prodotta dall’uomo, non ha sul clima quell’influenza squassante e conclamata che ci vorrebbe far credere l’Ipcc. La CO2 è una molecola indispensabile per la fotosintesi clorofilliana che fa vivere tutte le piante. Maggiore CO2 significa quindi più vegetazione rigogliosa, più raccolti, più cibo per uomini e animali. Meglio cercare di adattarsi ai cambiamenti climatici piuttosto che tentare di governarli. Il clima è veramente un gigante di proporzioni impensabili. Fa quello che vuole, ci schiaccia quando vuole e come vuole».

Se alla scienza si leva la logica e la si imposta su delle previsioni basate su nessuno sa bene quali numeri, cosa si ottiene? Proteggere e difendere l’ambiente non significa spendere migliaia di miliardi per raggiungere risultati nel migliore dei casi inutili, migliaia di miliardi che potrebbero essere spesi per risolvere problemi molto più gravi ed impellenti, che potrebbero aiutare a combattere il degrado ambientale molto più di quanto non possano fare pannelli solari e pal(l)e eoliche che deturpano il paesaggio (ed in Italia sono quindi pure dannose oltreché inutili). Ai posteri l’ardua sentenza…


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