Io ho sempre pensato che il modo con il quale viene presentato il problema climatico sia per un verso ideologico e per l’altro politico: ovvero, è il mezzo migliore affinché politici ed associazioni di varia natura possano avere a disposizione migliaia di miliardi da gestire e controllare il destino dei popoli comodamente seduti in poltrona. L’ONU, per tentare di distogliere lo sguardo da questo assioma, si è inventato un consesso, l’IPCC, premio Nobel nel 2007, che da anni ci riempie la testa di previsioni climatiche elaborate al computer che sputano dati basati su conoscenze nel migliore dei casi incomplete. Le previsioni non sono scienza, eppure vengono spacciate per tali. Riprova ne sia che i ghiacci stanno tornando ad aumentare (checché i TG ne dicano!) e che questo primo decennio del nuovo millennio ha fatto registrare una stasi climatica non prevista in nessuna di quelle elaborazioni. Eppure siamo sempre sull’orlo del baratro, anzi in pratica siamo già nel baratro, come anche Obama ha detto recentemente. Negli ultimi tempi tuttavia qualcosa potrebbe cambiare nelle elaborazioni climatiche macrotemporali: uno scienziato italiano che lavora in uno dei più prestigiosi laboratori statunitensi ha messo a punto un lavoro strettamente scientifico per calcolare l’evoluzione termometrica del globo terracqueo. Si tratta di Nicola Scafetta, gaetano classe ‘70, che insegna appunto al Free-electron laser laboratory della Duke University, fondato nel 1838 a Durham: possiamo dunque dire che parla con cognizione di causa, essendo che in quel laboratorio si studia l’irradianza solare per conto della NASA (quella stessa che quando può sforna previsioni pure peggiori di quelle dell’IPCC). Qui potete trovare la sua pagina scientifica ufficiale con i suoi studi, mentre su Climate Realists potete leggere una sua interessantissima risposta ad un articolo scientifico. La convinzione di Scafetta è molto semplice: siccome all’IPCC sono pregiudizialmente convinti che la colpa sia dell’uomo, hanno sottovalutato l’apporto del sistema solare sottostimandone gli effetti nei loro modelli.
Come smascherare la più colossale bufala del secondo millennio (anche del terzo) e vivere tutti felici e contenti. L’Ipcc, Intergovernmental panel on climate change, il foro intergovernativo sul mutamento climatico istituito dalle Nazioni Unite allo scopo di studiare il riscaldamento globale del pianeta, non avrebbe capito nulla. E pensare che nel 2007 gli hanno pure conferito il premio Nobel… I rapporti di valutazione periodicamente diffusi dall’Ipcc, che sono alla base di accordi internazionali come la Convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici e il mitico Protocollo di Kyoto, sarebbero carta straccia, più o meno.
L’Ipcc ritiene che il riscaldamento globale della Terra vada attribuito per il 92,5% ai gas serra prodotti dall’uomo, in primis all’anidride carbonica, e per il 7,5% al Sole. Tutto sbagliato. Semmai sembrerebbe vero il contrario: è il Sole che modifica il clima e surriscalda il pianeta, non l’anidride carbonica e le schifezze emesse dai veicoli e dalle industrie, che incidono sull’innalzamento delle temperature in misura marginale. Quindi la pretesa del Protocollo di Kyoto di abbassare del 5% entro il 2012 i valori di anidride carbonica rispetto alle emissioni che si registravano nel 1990, con la speranza che le colonnine di mercurio dei termometri si comportino di conseguenza, non è soltanto ardua: è soprattutto inutile. Perché il Sole se ne impipa altamente delle umane decisioni.
A dirlo è il professor Nicola Scafetta, uno scienziato di 39 anni originario di Gaeta, che nel 1998, dopo essersi laureato in fisica a Pisa, se n’è andato a continuare i suoi studi in un’università del Texas e poi s’è trasferito a far ricerca e a insegnare al Free-electron laser laboratory della Duke University, uno dei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti, fondato nel 1838 a Durham, nella Carolina del Nord. Scafetta è membro dell’Acrim (Active cavity radiometer irradiance monitor), centro mondiale di studio dell’irradianza solare associato alla Nasa, l’ente spaziale americano. Insomma, è uno di quelli che da noi vengono definiti «cervelli fuggiti all’estero», anche se non gli piace essere chiamato così: «Non mi sento per niente un fuggitivo. Espatriare allo scopo di confrontarsi a livello internazionale è quasi un dovere per chiunque voglia fare scienza in modo serio».
Alcuni osservatori ritengono che Scafetta possa legittimamente aspirare a diventare premio Nobel per la fisica nel 2035. Per capire il motivo del lusinghiero pronostico, basta leggere la presentazione del suo lavoro fatta dall’Us Environmental protection agency: lo scienziato italiano è l’unico al mondo ad aver elaborato una previsione scientifica sull’evolversi delle temperature planetarie da qui al 2100. Se le temperature seguiranno la sua previsione, continueranno a diminuire fino al 2030 per poi aumentare di nuovo fino al 2060. Ma già dal 2035 si potrà dire se si saranno comportate o no «alla Scafetta». E, in caso affermativo, sarà stato il nostro connazionale ad aver indicato a tutti come affrontare un problema altrimenti inintellegibile. Finora gli studiosi mondiali si sono accontentati di presentarci in proposito soltanto «scenari», che stanno alla scienza quanto i «se» stanno alla storia. Ma, come la storia non si fa con i «se», così la scienza non si fa con gli «scenari». [..., continua su Il Giornale]
Insomma, dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica sì o no?
«La CO2, pur non essendo inquinante, è un gas serra e quindi influenza il clima. Ma attenzione: anche pochi centesimi di euro sono denaro e influenzano la nostra ricchezza. Il punto è che la CO2 antropogenica, cioè prodotta dall’uomo, non ha sul clima quell’influenza squassante e conclamata che ci vorrebbe far credere l’Ipcc. La CO2 è una molecola indispensabile per la fotosintesi clorofilliana che fa vivere tutte le piante. Maggiore CO2 significa quindi più vegetazione rigogliosa, più raccolti, più cibo per uomini e animali. Meglio cercare di adattarsi ai cambiamenti climatici piuttosto che tentare di governarli. Il clima è veramente un gigante di proporzioni impensabili. Fa quello che vuole, ci schiaccia quando vuole e come vuole».
Se alla scienza si leva la logica e la si imposta su delle previsioni basate su nessuno sa bene quali numeri, cosa si ottiene? Proteggere e difendere l’ambiente non significa spendere migliaia di miliardi per raggiungere risultati nel migliore dei casi inutili, migliaia di miliardi che potrebbero essere spesi per risolvere problemi molto più gravi ed impellenti, che potrebbero aiutare a combattere il degrado ambientale molto più di quanto non possano fare pannelli solari e pal(l)e eoliche che deturpano il paesaggio (ed in Italia sono quindi pure dannose oltreché inutili). Ai posteri l’ardua sentenza…
Come si vede, secondo i dati satellitari non vi sarebbe alcuna correlazione tra aumento di temperatura dell’atmosfera ed aumento di ppm di CO2 e che sostanzialmente, nell’ultimo decennio (un tempo quindi statisticamente rilevabile), non vi è stato alcun aumento di temperatura, che è di fatto rimasta sostanzialmente costante. A leggere gli studi aggiornati del MIT che addirittura indicano in 9°C l’aumento più probabile di temperatura entro il 2100, questo periodo di stasi (non si sa quanto lungo né a che risultati potrà portare) appare anomalo (per quanto reale). Soprattutto se la media generale attuale è di +0,13°C per decennio. Di più, negli ultimi tempi, l’attività solare continua a registrare un minimo anomalo: sono mesi infatti che sul Sole non vi è presenza di macchie solari, con una diminuzione del vento solare. Quando in passato si verificò un evento del genere (minimo di Maunder, seconda metà del XVII secolo) l’Europa precipitò in quella che viene chiamata Piccola età del ghiaccio che causò carestie ed epidemie. Allo stesso modo, un periodo insolitamente freddo si registrò alla metà degli anni ‘50 del XX secolo, quando parimenti si ebbe una minima attività solare insolitamente lunga. Secondo alcuni, questo potrebbe essere il preludio al 



