Da quando è scoppiata la crisi economica più dura del secondo dopoguerra, la sinistra italiana è diventata ultras delle aziende che falliscono e dei lavoratori che persono il posto di lavoro. Con le bandiere rosse al vento, ha fatto un tifo sfrenato affinché tutto andasse male, così da poter poi portare il conto del fallimento del governo Berlusconi. Eppure, loro erano stati gli unici, nel 2008 con Uolter Veltrons, a presentarsi agli elettori parlando della sinistra come del nuovo miracolo italiano. Al contrario, la coalizione di centrodestra si è presentata agli elettori con chiari messaggi di rigore e di controllo ferreo della spesa perché era alle porte un imminente periodo di vacche scheletriche: è stato premiato perché dalla sua aveva la lungimiranza di un ministro, Tremonti, che aveva letto alla perfezione lo stato della finanza mondiale con largo anticipo rispetto a soloni e parrucconi che imperversavano e pontificavano sull’economia.
Per oltre un anno, la sinistra del miracolo si è trasformata nella sinistra della crisi: ha accusato il governo delle peggiori nefandezze, lo ha accusato di essere cronicamente incapace di affrontare la situazione e ogni giorno urlando alla crisi ha ricordato che l’Italia con il centrodestra sarebbe uscito dalla crisi con le ossa rotte. È vero, è stato fatto quello si poteva fare ma non è ancora abbastanza: la social card è un inizio, che potrà diventare strumento strutturale, ma dovrebbe dare di più; gli ammortizzatori sociali ci sono, ma lo strumento si è rivelato vecchio e raggiungere la più vasta platea possibile di lavoratori in difficoltà si è rivelato assai complicato per non dire impossibile; le scelte sui posti di lavoro hanno contribuito fortemente ad evitare il tracollo, ma ciò non ha impedito che centinaia di migliaia di lavoratori si ritrovassero senza stipendio; così via seguitando. La differenza con la sinistra è che il centrodestra la crisi l’ha letta nel miglior modo possibile, puntando soprattutto sui valori strutturali del Paese: non è mica colpa del Governo se le banche non aprono le borse del denaro, essendo istituti privati non le si possono mica obbligare! I numeri sono chiari: la crescita della disoccupazione è contenuta e nettamente inferiore a quella degli altri Paesi industrializzati; il tasso di disoccupazione è ancora molto basso, inferiore alla media europea; non c’è una caduta libera del PIL, che anzi si conferma sopra la media europea. Il confronto con Paesi come USA, Inghilterra, Francia e Spagna è impietosamente a nostro favore: addirittura abbiamo scalato la classifica dei Paesi più ricchi, scavalcando proprio i soloni britannici che tanto si sono divertiti in passato a sputare sentenze contro l’Italia.
È di oggi la notizia che non solo l’OCSE considera l’Italia un Paese in espansione con la miglior crescita annua (+10,8%), ma anche che secondo l’ISTAT la percezione che le famiglie hanno della loro situazione economica sta migliorando. Inoltre, non infrequentemente vengono riviste stime al rialzo per il Bel Paese.
Questi dati cosa significano? Sono merito di Bersani e di Franceschini? O magari di Ferrero ed Epifani? Ma i numeri non sono fatti per sedersi sugli allori: nonostante la crisi si sono affrontate con successo gravi emergenze nazionali (Napoli, Abruzzo, Messina), è aumentato il contrasto alla mafia tramite leggi più aggressive e maggiori operazioni positivamente concluse dalla polizia, è aumentato il contrasto all’evasione fiscale anche con l’approvazione di leggi internazionalmente concertate per “stringere d’assedio” i paradisi fiscali, è migliorata l’efficienza della pubblica amministrazione, si è messo mano al contratto di lavoro con l’approvazione di tutti i sindacati tranne il solito, ma molto va ancora fatto: si deve risolvere una volta per tutte la questione dello sviluppo del Mezzogiorno, vero tallone d’Achille del Paese, e vincere la guerra alle mafie (è quasi pronto il piano di Maroni); si devono rilanciare al più presto le grandi opere infrastrutturali del Paese (il Cipe ha già dato il via libera ad opere per 8,8 miliardi); si deve riformare quanto prima il sistema scolastico a tutti i livelli impiantando finalmente il concetto di meritocrazia e di lavoro, per cui io ti dò i soldi se sei serio e produci, non se assumi parenti ed amici (la riforma universitaria è in cantiere).
Questa è l’Italia in espansione, alla faccia dei corvi di sinistra.





