Gianfranco Fini da Tarso, fulminato sulla via di Damasco, ieri ha tuonato da quel di Mirabello su cosa a suo giudizio non funziona all’interno dell’attuale centrodestra e del partito di cui lui è cofondatore, cioè il Partito della Libertà. Dopo aver assunto la pillola rossa ed essere uscito dalla tana del bianconiglio, ha suonato il suo De Profundis al PdL, rendendo molto incerto il futuro della politica italiana, o se non incerto, certamente imprevedibile.
Ora, che il PdL non sia un partito nel senso classico che in Italia viene dato a questo termine è una considerazione oggettiva; in modo altrettanto oggettivo si deve riconoscere che stenta a partire quell’organizzazione sul territorio pure annunciata diversi mesi or sono; può anche darsi che non esista più, seppure sia mai esistito verrebbe da affermare. Questo detto, il modo in cui il nuovo principe degli antiberlusconiani ha scelto di agire è certamente inopportuno e decisamente poco ortodosso, a mio avviso: i problemi non nascono da Fini e dai “finiani” in quanto tali, piuttosto dalla loro scelta di contrapporsi in maniera così netta ad un progetto al quale hanno loro scelto di loro sponte di aderire: se è vero che il programma di governo è ancora largamente disatteso, chi gli ha impedito di lavorare serenamente e pacatamente per invertire la rotta? Se è vero che l’organizzazione del partito fa schifo, chi gli ha impedito di lavorare serenamente e pacatamente per renderlo più funzionale sul territorio? Se è vero che si fa dettare la linea politica dalla Lega, chi gli ha impedito di tornare in campo e serenamente e pacatamente lavorare per ristabilire gli asset del centrodestra? Sinceramente, il perché dopo la vittoria elettorale alle regionali del 2010 Fini ed i suoi lacché abbiano deciso di passare ad un redde rationem all’interno del PdL con argomenti della bassa da contrapposizione pura, da arcangeli della legalità contro i demoni del quartierino, è una scelta che non comprenderò mai. Un partito di maggioranza, di ampio consenso, che decide di lavare i panni in pubblico e di auto sfasciarsi? Quale manna per i giornali sinistrorsi e per questa insulsa opposizione, dopo 16 anni oramai a corto di argomenti, anzi proprio senza argomenti: non è più necessario sbattersi a costruire scandali ad arte, ad inventarsi liste, a scagliare qualche PM ad orologeria, per loro ora basta starsene seduti in poltrona a stenografare le parole del nuovo Messia italiano e l’edizione del quotidiano è pronta. Non si fa così, non si può fare così, non si deve fare così: tra mille modi e strade infinite, tra tutte le vie che potevano davvero risultare utili per far crescere il partito e la maggioranza (sia politicamente che eticamente), quella scelta da Fini è di certo la più tortuosa, incerta, annebbiata e foriera di niente.
Mi tocca persino dare ragione a Di Pietro quando dice che Fini è il politicante che vuole tenere i piedi in due staffe, così da essere sempre dalla parte giusta: al governo quando bisogna raccogliere i risultati positivi, all’opposizione quando bisogna denunciare quelli negativi. Così non può andare bene, secondo il dizionario della lingua italiana è il classico esempio dell’ipocrita: per la verità non è che Silvio Berlusconi sia mai andato a genio all’attuale Presidente della Camera, sta di fatto che fin quando ha potuto raccogliere i risultati di un “matrimonio d’affari” non ha avuto remore a farlo; quando ora si tratta di passare da the number two a the number one, non ha alcuna remora a rendere cadavere l’uomo di Arcore e a passarvi sopra. La riconoscenza in tutto questo non c’entra un mazza, ovviamente. Non che ciò risulti un problema per chi oggi vuole i matrimoni gay mentre all’epoca avrebbe loro sparato a vista pur di non farli stare con i bambini, oppure per un uomo che ha aderito da laicista convinto (ovviamente dubitiamo fortemente che lo fosse ai tempi del MSI e della prima AN) al PdL e al PPE ben conoscendo la filosofia di tali partiti sui temi etici e su certi valori morali, che non sono i suoi. È andato non dove lo portava il cuore, ma dove trovava utile andare.
Se oggi Fini può utilizzare le sue fondazioni, fondazioncine, i suoi tentacoli per denunciare l’animo oscuro del berlusconismo, nuovo Lord Sidhius, per vergognarsi di averlo sostenuto, per fare mea culpa sulle scelte degli ultimi anni (manco fosse un discorso prodromico a diventare nuovo segretario del PD), dovrebbe solo che trarre le dovute conclusioni da tutto ciò: abbandoni in modo chiaro il PdL, si dimetta da Presidente della Camera, fondi un suo partito che potrà chiamare come vuole (Nuovo AN, FLI e come pare a voi), si metta all’opposizione di questa maggioranza (magari insieme a Rutelli e Casini non nel terzo polo ma in un partito di caratura nazionale, come ha detto PierFerdy), si faccia giudicare dagli elettori e riprenda con tutto ciò a fare politica attiva. Dice Bocchino che tutti coloro che erano a Mirabello vogliono un partito: qualcuno gli spieghi che secondo i sondaggi tutti coloro che sosterebbero quel partito erano lì a Mirabello (un po’ pochini dunque), ma perché non danno ascolto al loro popolo? Senza predellino s’intende. Non sia più super partes a corrente alternata, quando gli fa comodo; non sostenga più un governo che vuole l’impunità per il Premier, si distingua da una degenerazione populista e demagogica della politica, se è questo quello che pensa ora. Lo faccia in maniera netta e chiara, senza tentennamenti o ambiguità. Qui non si discute più se fare quella liberalizzazione o quell’altra, Fini l’ha buttata sul terreno della moralità: o il governo è degno di guidare il Paese oppure non lo è, non ci sono vie di mezzo. Invece no, dopo tutto quello che ha detto dichiara di voler continuare a rimanere all’interno di questa maggioranza. Lavorando come il tarlo che corrode il legno dall’interno? Poi però arriva il momento in cui il mobile non ha più un appoggio sicuro e si sfascia, cadendo a terra in mille pezzi.
Verrebbe da dire, con linguaggio dipietresco: “Che c’azzecca Fini con l’attuale PdL? Non faccia il furbo e scelga in quale staffa mettere i suoi piedi”. In altri casi, più passa il tempo più diventerebbe assai complicato decifrare il suo ruolo politico in questa legislatura, soprattutto rispetto a questa maggioranza; ancor più complicato sarebbe decifrarne le scelte strategiche: così facendo, non può far cadere il governo perché darebbe la stura al trionfo della tanto odiata Lega (uno dei motivi per cui è cominciato tutto questo amba aradam); non può andare all’opposizione perché inizierebbe una guerra contro Berlusconi che non può vincere da solo; non si sa se ha qualche sassolino nella scarpa di cui vendicarsi, qualche interesse da intercettare o chissà cosa ancora. Tanto fumo e poco arrosto. Ma certo, il suo futuro non rientra più nei miei interessi.
PS: si legga una fotografia, imho lucida e purtroppo veritiera, di Marcello Veneziani: Un cavallo di Troia nel centrodestra
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