Archive for luglio, 2008

La maggioranza è proprio in confusione

luglio 30th, 2008
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È sempre bello vedere come gli esponenti del PD, pur in una situazione per loro a dir poco imbarazzante, con i sondaggi in netto calo (3 punti ed oltre persi da aprile) e le beghe di partito, riescano ad essere felici e giulivi.

Ma questo è anche colpa, o forse quasi interamente, dell’attuale momento di confusione che sta vivendo la maggioranza. Dopo un’inizio di legislatura all’insegna del lavoro e dell’efficienza programmatica, il caldo ha fatto venire meno quel minimo di concentrazione e di impegno informativo che dovrebbe contraddistinguere ogni esecutivo. Ne abbiamo parlato proprio ieri di come l’agenda mediatica del Paese, da inizio legislatura, sia dettata dall’opposizione, con feticci antiberlusconiani e sotterfugi politici da voltastomaco.

Ieri sera però si è vissuto un altro momento difficile: l’emendamento del PD sul decreto legge Milleproroghe, il dl che si presenta all’indomani della manovra economica, è risultato approvato in Camera con 250 sì, 246 no e tre astenuti nonostante il parere contrario di governo e commissione. L’emendamento riguardava la possibilità di produrre combustibili sintetici ma soltanto se derivati da biomasse, come chiesto per altro dalla commissione Agricoltura. I 5 deputati dell’MPA hanno votato a favore dell’emendamento come segno di appoggio al mondo agricolo, ai quali si sono aggiunti gli errori di un deputato PdL e di due deputati Lega. Altri tre deputati Lega si astengono dal voto, e complice una mancanza di numeri (75% di presenti cdx ma 86% di presenti csx), l’emendamento presentato da Giuseppina Servodio viene approvato. Casini dell’UDC ha colto la palla al balzo per sperare che quando il dl tornerà in aula sia ulteriormente migliorato (ma va approvato entro il 3 agosto), aggiungendo che «Una opposizione migliore di questa che vota tutto non l’hanno mai vista» (il significato dell’affermazione tuttavia mi risulta oscuro). Antonello Soro, capogruppo del PD, ha sparato fuochi d’artificio al risultato finale: «È evidente che tutte le volte che questa maggioranza affronta il Parlamento, non riparandosi dietro il voto di fiducia, non regge la sfida», che non è altro che una bestiale stupidaggine, grossa almeno quanto quella del suo amico Letta quando ha detto che in Italia ci sono 9milioni di precari (sono 4 volte di meno). Il Governo fino ad oggi ha posto la questione di fiducia soltanto sul Decreto Legge relativo alla sicurezza e alla Camera sulla manovra economica, appena 2 volte a fronte di una miriade di provvedimenti già approvati fino ad oggi. Bisognerebbe ricordare a Soro quante volte la maggioranza di Prodi ha dovuto fare ricorso alla fiducia in appena 18 mesi…

In ogni caso, Berlusconi ci ha tenuto ad elogiare, probabilmente in maniera ironica, la «indiscussa e indiscutibile superiorità» dei senatori del PdL. Dal centrosinistra, che ritiene i parlamentari di maggioranza delle marionette al soldo del Cavaliere, non è stata invece elogiata l’indipendenza politica del MPA, che ha votato per coscienza e non per partito, come invece ha fatto Borghesi dell’IdV, che pur annunciando il suo appoggio all’emendamento cosiddetto “antiprecari” ha detto ufficialmente (la notizia è pubblicata sul suo sito internet) di aver votato contro per spirito di partito e per spirito d’opposizione! Due pesi e due misure, come al solito… Rimane comunque il fatto che Italo Bocchino, presidente vicario del gruppo del PdL alla Camera, ha espresso parole di forte risentimento per le espressioni del Premier, definendole «infelici, irrispettose e irricevibili». Consiglierei a Bocchino di farsi un weekend di vacanza, perché quelle parole di Berlusconi erano tutt’altro che un attestato di stima…

Infine, il Ministro Sacconi, che l’altro giorno aveva prontamente affermato di essere completamente estraneo all’emendamento “antiprecari” presentato in Commissione Bilancio di Montecitorio, ha rilasciato una nota ufficiale tramite il dicastero del Welfare per annunciare che il Governo ha intenzione di circoscrivere alle sole Poste Italiane tale intervento, quindi alla metà dei circa 10.000 lavoratori che la formulazione, già modificata rispetto a quella originale, includeva. Annunciata anche, ma scontata, la modifica all’emendamento sugli assegno sociali: il presidente della Commissione Bilancio Azzolini ha tenuto a precisare che il testo va corretto affinché la volontà del Governo sia chiara per evitare equivoci. D’altronde, si tratta di un banale errore tecnico di formulazione, facilmente correggibile, ma che se non viene fatto può portare alla cancellazione di tale assegno anche per gli italiani che ne hanno bisogno. Ovviamente, soprattutto sul primo punto, Epifani della CGIL ha tenuto a sottolineare che il Governo, se incalzato, sa fare marcia indietro: Epifani dovrebbe capire che è assurdo e vergognoso che l’opposizione abbia sollevato il polverone soltanto nel momento in cui la norma non era più modificabile, ma prendiamo comunque atto del suo riconoscimento che di fronte agli errori questo esecutivo sa cambiare idea, a differenza di qualcun’altro…

L’incidente al Senato, l’errore tecnico sugli assegni sociali, la “bomba” non prevista sui precari, tutto ciò che abbiamo ricordato ieri, rappresentano i giorni di confusione che sta vivendo la maggioranza prima di andare in vacanza. Sarà il caldo, sarà il molto lavoro da svolgere, sarà quel che volete, ma queste ultime battute a vuoto sono il segnale che la maggioranza sta di nuovo compiendo quegli antichi errori di comunicazione mancata che il Premier si era promesso di correggere. Berlusconi dovrà darla comunque una svegliata perché altrimenti, in autunno, i problemi saranno altri e molto ma molto più grossi.

Gli errori di confusione del Governo Berlusconi

luglio 29th, 2008
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Come da molti sottolineato e come ricordato anche in questo blog, l’attuale esecutivo di centrodestra potrebbe caratterizzarsi come il più operativo della storia della Repubblica Italiana nel suo primo anno di Governo: la mole di provvedimenti presi, in via di approvazione oppure già allo studio è impressionante, e non è facile riepilogarli tutti in modo oggettivo.

Però in questi ultimi giorni sta commettendo antichi errori: lasciare che l’agenda mediatica sia dettata dalla sinistra. Un errore che come nel 2006 alla lunga si potrebbe pagare caro. All’inizio della legislatura, un provvedimento che recepiva le direttive europee sul digitale terrestre è stato fatto passare come “salva Rete4″, con una faccia tosta di straordinaria misura. Esaurito il primo feticcio, ecco entrare in scena il secondo: per quasi un mese l’opinione pubblica è stata concentrata sui problemi di Berlusconi con la Giustizia, prima con la norma “blocca-processi” poi con il famoso Lodo Alfano. Approvata tale legge, ecco la volta della “norma anti-precari” subito seguita a ruota da quel pasticcio che è l’emendamento sugli assegni sociali, il quale è stato immediatamente sfruttato da Repubblica per fare stamattina un titolo di prima pagina a caratteri cubitali: la norma, che doveva colpire una legge del governo di centrosinistra Amato 2000 che con la scusa dell’equità garantiva assegni sociali anche agli extracomunitari ricongiunti e che aveva perfino fatto preoccupare l’INPS, è un pasticciotto di frasi a cui manca il soggetto (lo straniero extracomunitario) finendo dunque per includere anche i cittadini italiani e comunitari, e che dovrà inevitabilmente essere corretta, se non nel dl 112, almeno nella finanziaria di accompagnamento. Il DPEF, il documento che consentirà all’Italia di realizzare il pareggio di bilancio nel 2011 così come sottoscritto da Prodi con la UE, all’opinione pubblica è stato spiegato come una immane serie di tagli in ogni dove, perfino sulle forze di polizia (cosa non vera, ovviamente).

In tutto questo, nessun carattere cubitale è stato utilizzato per informare i cittadini di come sia stata risolta la situazione della “munnezza” in Campania e a Napoli, il grande successo personale di Berlusconi che aveva messo faccia e reputazione sulla svolta entro la fine di luglio (emergenza chiusa in 58 giorni invece che i previsti 70). Nessun carattere cubitale è stato utilizzato per informare i cittadini di come la stretta del Ministro Brunetta sulla P.A. ha prodotto un calo di permessi per malattia del 18% nel solo mese di giugno, prima ancora dunque che le sue norme entrassero in vigore. Nessun carattere cubitale è stato utilizzato per informare i cittadini dei provvedimenti sociali presi, sui quali si potrà essere più o meno d’accordo ma che intanto costituiscono allo stato attuale legge dello Stato, e che porteranno benefici monetari non esigui nelle tasche di milioni di italiani. Il non plus ultra è stato toccato con la norma ribattezzata “antiprecari”: l’emendamento parlamentare in Commissione Bilancio di Montecitorio è stato votato nei primi giorni di luglio, ma per tre settimane è stato lasciato sotto il cuscino (allora imperava il feticcio giustizia) per poi farlo esplodere al momento opportuno, quando cioè non poteva più essere modificato e la sinistra con i suoi tentacoli avrebbe avuto buon gioco a far passare il Governo come il demonio al servizio dei padroni di Confindustria proprio alla vigilia del giorno in cui il medesimo Governo si prepara ad incontrare le parti sociali per esporre la sua riforma sul Welfare di cui abbiamo parlato l’altro ieri in questo blog. Emendamento che ha fatto per altro entrare in confusione la maggioranza, tra Ministri subitaneamente pronti a dissociarsi, false interpretazioni, parlamentari sull’orlo di una crisi di nervi nel tentativo di spiegare che tale norma riguarda meno di 10.000 lavoratori con contratto a tempo determinato, la maggioranza dei quali in attuale contenzioso con le Poste Italiane. Perfino Pietro Ichino, giuslavorista senatore del PD, in passato contraddistintosi per aver smontato una ad una le ideologie comuniste e sindacaliste sul mondo dei precari (e ricordato anche con tanto di citazione nell’intervento di ieri su questo blog), si è fatto trascinare da Enrico Letta in una spudorata menzogna sul reale stato della “precarietà” in Italia, quadruplicando il dato Istat sui lavoratori a tempo determinato con una ipocrisia ed una pocaggine da far rabbrividire. Questo è un atteggiamento da opposizione matura? È un atteggiamento da opposizione con la quale programmare riforme istituzionali? È un atteggiamento da opposizione che si candida a governare il Paese nel 2013? Le domande sono ovviamente retoriche, ma il lettore è libero di rispondere come crede…

L’opposizione di centrosinistra, sia parlamentare che extraparlamentare, ha condotto la sua azione di pseudo governo-ombra attraverso feticci antiberlusconiani che ancorché falsi risultavano troppo graditi ed utili per risollevarsi dallo tsunami elettorale che l’ha colpita. L’opinione pubblica non ne sembra scossa più di tanto a giudicare dai sondaggi che danno un gradimento di Silvio Berlusconi e del suo Governo ancora notevolmente confortante e più ampio di quello avuto dalle urne di aprile. Ma alla lunga potrebbe non essere più così: le misure annunciate, le campagne di informazione, le conferenze stampa ministro per ministro non sono ancora partite, e tutta l’azione del Governo è riassunta in due semplici siti internet, che con tutto il rispetto fanno meno visitatori di quanti ne facciano Camelot e paraffo nei loro blog e non sono neanche tutto sto granché in termini di impostazione grafica, visto che si leggono male…

Alla ripresa dei lavori autunnali si dovrà mettere mano a riforme istituzionali di altissima rilevanza: Giustizia, Legge elettorale, Federalismo fiscale, ddl finanziaria di accompagnamento, tutte cose sulle quali, come auspicato ancora in questi giorni dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Governo e la sua maggioranza dovranno in qualche modo concordare con l’opposizione. Ma “concordare” non significa lasciare a loro il dettato dell’agenda mediatica. Spero che anche in questo Berlusconi sappia dare una svegliata ai suoi, che ultimamente si sono lasciati trascinare in sterili polemiche invece che nell’esposizione dei risultati da loro raggiunti, che sono poi quelli che caratterizzano il livello di modernità di un Paese.

Antiprecari e mercato del lavoro

luglio 28th, 2008
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Circa 20 giorni fa, presso la Commissione Finanze di Montecitorio, è stato presentato un emendamento parlamentare teso a modificare l’attuale configurazione della risoluzione delle vertenze lavorative presso il Tribunale del Lavoro. Strano che venga alla ribalta soltanto adesso, ma di due giorni fa il fatto che l’opposizione, in tutte le sue forze parlamentari ed extraparlamentari, sia insorta, ancora una volta dimostrando la sua cronica incapacità di guardare oltre il proprio tornaconto elettorale, già funestato dalla sua incapacità politica. Sgobio del PdCI parla di un Governo antisociale al servizio dei padroni; Bonelli dei Verdi parla di un emendamento immorale e socialmente iniquo; Madia del PD lo definisce una vergogna che gioca col futuro dei giovani, la Picerno parla di Governo reazionario. Veltroni dal canto suo dice che la norma è incostituzionale, mentre Epifani afferma che è frutto del lavoro delle lobby che riduce i diritti delle persone. In tutto questo, Antonio Borghesi (parlamentare dell’Italia dei Valori) dal suo sito internet fa sapere che considera la norma in molti casi giusta, pur avendo votato contro per motivi di disciplina di partito.

Andando oltre le barzellette, premesso che la sinistra in due anni di Governo non ha fatto una ceppa per sistemare il mercato del lavoro e cancellare quella che loro chiamano precarietà, veniamo al dunque del problema. La norma, nelle parole del ministro Brunetta, «È un emendamento parlamentare voluto per risolvere i problemi che riguardavano la stabilizzazione di contratti atipici, che avrebbe avuto un peso insostenibile per molte azienda, fra cui le Poste. Ovvio che chi subisce dei torti va tutelato, la norma va rivista». Il clamore sollevato in queste ore potrebbe dunque portare ad una rivisitazione della norma, che per ora appare come una sanatoria a vantaggio di quelle aziende che hanno abusato del sistema le quali rischierebbero il collasso, ed interessano quei contratti che riscontrano oggi irregolarità formali, come spiega Giuseppe Vegas, Sottosegretario all’Economia, il quale aggiunge che di conseguenza la norma ha «un ambito di applicazione fortemente circoscritto [...] si riferisce esclusivamente a rapporti di lavoro preesistenti all’entrata in vigore della legge Biagi». La formulazione della norma è già cambiata rispetto all’originale, che valeva anche per il futuro, quindi non è escluso che in virtù del suo status parlamentare, al ritorno della norma alla Camera o addirittura già in Senato possa essere modificato se non addirittura eliminato e rimandato a provvedimenti di diversa natura. Maurizio Fugatti, della Lega Nord e uno degli estensori della misura, si lascia andare ad una nota polemica che la dice tutta sullo stato deplorevole della sinistra: «Quando la misura è stata approvata in Commissione, il Pd però non aveva fatto opposizione…» (sulla stessa linea Antonio Azzolini del PdL). Se la Lega con Roberto Cota conferma che la norma «ripristina, semmai, i diritti negati. Quelli che oggi invocano misure per i giovani che fanno fatica a trovare un posto di lavoro dovrebbero sapere che proprio la norma in questione serve a porre rimedio ad un aggiramento delle norme sul pubblico impiego e sui concorsi pubblici che è stato fatto», Confindustria in una nota aggiunge che essa è «in linea con la direttiva europea alla base della nuova disciplina del contratto a termine, che vuole anzitutto contrastare le eccessive reiterazioni», proprio mentre Antonio D’Amato, avvocato impegnato per i diritti dei lavoratori precari, invia una lettera a Napolitano nella quale scrive che «non risulta che sia stata posta la questione della compatibilità delle previste modifiche con la direttiva del Consiglio dell’Ue numero 70 del 28 giugno 1999». Da parte del Governo, se Sacconi sottolinea la sua estraneità al provvedimento, Cicchitto ricorda che si tratta di un emendamento ad hoc per salvare le Poste Italiane dal disastro finanziario. Quando qualcuno ci farà capire qualcosa gliene saremo grati, perché al di là delle idee preconcette che muovono la lettura di un provvedimento, rimane il nero su bianco che in qualche modo va poi applicato (almeno finché sarà così).

Ma il dibattito, partito da un pretesto che sembra spuntato dal nulla, si è spostato, come visto, sul tema più generale della precarietà. Al di là di questo emendamento particolare, si pongono quindi due semplici questioni relative al generale: da una parte trasformare i contratti a tempo determinato in uno strumento preventivo di accesso al mercato del lavoro nel quale ad essere premiata sia la meritocrazia e le capacità del singolo di creare crescita, dall’altra parte si deve puntare a salvaguardare il rapporto di lavoro tra azienda e lavoratore. La norma attuale infatti rende praticamente coatto, da parte del datore di lavoro, l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore qualora la sua prestazione sia stata ripetuta nel tempo, oppure se il contratto viene utilizzato (a detta del lavoratore) per coprire posti essenziali: in pratica, si tratta a tutti gli effetti della logica di un incentivo ad utilizzare sempre più i contratti a tempo determinato senza rinnovarli, ad aprire filiali in Paesi esteri dove la regolamentazione ed il costo del lavoro è minore, e al ricorso a subdole forme di licenziamento per il lavoratore “a vita” che si è coattizzato. Come ricorda lo stesso Borghesi su menzionato, quale rapporto di fiducia, quale produttività vi può essere in un rapporto di lavoro stabilito ex legis e non per scelta? Il problema è serio: da diversi anni l’industria, la prima produttrice di lavoro stabile, si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. I posti di lavoro si creano nei servizi che richiedono qualifiche professionali elevate o addirittura nessuna qualifica (come il turismo), ma che per natura sono a tempo determinato, visto che nel mondo di oggi il servizio che serve oggi non serve domani. La ricetta dunque rimane sempre la stessa: se l’eliminazione del tempo determinato significa tornare ai tempi del fordismo, quando l’alternativa al lavoro stabile era solo la disoccupazione oppure il lavoro nero, dall’altra parte per uscire dal pantano del “precario imbrigliato” significa agire sulla mobilità sociale, attraverso la meritocrazia e l’istruzione (o la qualifica professionale). Ovviamente il problema è tutt’altro che semplice nella realtà: promuovere comportamenti positivi dei datori di lavoro offrendo incentivi fiscali e parafiscali a coloro che non fanno ricorso al lavoro precario continua a rimanere la prima forma di lotta allo sfruttamento e all’abuso dei contratti a tempo determinato, la misura cioè che agisce nel più breve tempo. Ma a forza di toppe non si riforma mai seriamente il mercato, non lo si liberalizza, non si promuove l’unico elemento che può fare la differenza, cioè la capacità del singolo di produrre e di far crescere l’azienda in cui lavora.

Fare propaganda antigovernativa, assimilando precarietà a flessibilità, quasi che il primo fosse sinonimo del secondo (e viceversa), significa rimanere ancorati ad una forma di lavoro oramai antica e non più rispondente alle esigenze del mercato internazionale del lavoro. Il vecchio modello che prevedeva soltanto contratti di lavoro a vita (una sorta di sancta santorum del tempo indeterminato) è oramai morto e sepolto: un’azienda operante nel suo settore ha bisogno di continue crescite di competenze e di produttività, e in un mondo in rapida evoluzione tecnologica dove bisogna vincere la concorrenza sleale di Paesi come la Cina, l’assunzione a tempo indeterminato non era più sostenibile. In Italia, Paese nel quale è esistito il Partito Comunista più potente dell’Occidente e nel quale il peso e la forza dei sindacati è uno dei più alti a livello europeo, il superamento di questa forma di lavoro è avvenuta soltanto nel 1997 con la riforma Treu, che però alla lunga ha evidenziato notevoli problemi di gestione nelle numerose tipologie di contratti previste: la cosiddetta Riforma Biagi ha cercato di mettere un po’ di ordine a questa jungla, ed uno studio de Il Sole 24 Ore ha evidenziato come nel 2006 si fossero raggiunti tassi di disoccupazione tra i più bassi della storia della Repubblica (pari a quelli del 1992). Ma questa riforma, più che una liberalizzazione, è stata una sistemazione. C’è stata una grande discussione tra due aree di pensiero a tal proposito: quella vicina all’area dell’estrema sinistra (rappresentata su quotidiani come Il Manifesto e Liberazione) che ancora oggi guarda a questa riforma come produttrice di precarietà e quella che invece vi guarda come l’unico sistema per produrre crescita economica e posti di lavoro. Un recente indagine-sondaggio del Censis, effettuato in centri con più di 10.000 abitanti, ha rivelato come la preoccupazione più grande degli Italiani sia la disoccupazione e la sottoccupazione, molto più di quanto non lo sia la criminalità e l’immigrazione clandestina. Su questo sondaggio ci si sono fiondati a capofitto gli esponenti di suddetta area, per denunciare come il Parlamento si occupi di tutto tranne che della “piaga” della precarietà. È necessario però ricordare come la matematica non sia un’opinione: Pietro Ichino, un esponente del PD, nel 2006 scrisse un articolo nel quale, dati alla mano, dimostrava come la legge non avesse prodotto precarietà, ma che semmai a produrre precarietà è quel dato relativo alla sottoccupazione, di chi vuole il posto di lavoro a tutti i costi (per esigenze economiche, familiari, di indipendenza personale o quel che si voglia) ed è pronto ad accettare anche un posto di lavoro che non corrisponde alle sue esigenze (si pensi agli ingegneri che finiscono a fare i cassieri, oppure ai laureati in generale che servono nei pub, etc.). Questo rappresenta il vero problema, come scriveva il citato Ichino:

Ora, può essere che la quota dei «precari impigliati» rispetto al totale sia aumentata più di quanto sia aumentato complessivamente il lavoro precario; ma se questo è il problema, esso non nasce né dalla legge Treu né dalla legge Biagi: esso nasce invece dall’ aumento delle disuguaglianze di produttività tra gli individui nella società postindustriale, cui le imprese reagiscono aumentando le disparità di trattamento. Questo problema può essere affrontato soltanto col rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più (ciò per cui una fase di maggiore mobilità all’ inizio della carriera lavorativa è indispensabile); mentre aumentare il costo del loro lavoro rischia di condannarli alla disoccupazione.

I suoi dati erano simili a quelli forniti da Confindustria, che analizzando il suo settore, registrava una simile tendenza. D’altronde, se la quantità di precari si mantiene stabilmente e abbondantemente al di sotto del 20%, questo significa che i contratti a tempo determinato vengono convertiti a tempo indeterminato nel giro di breve tempo: è una questione di logica matematica, la legge non c’entra nulla.

Ora, fotografare un Paese a forza di sondaggi rischia di essere fuorviante (tanto più i sondaggi d’opinione come questo, che derivano inevitabilmente dalla situazione sociale e geografica nella quale si vive): l’indagine rileva come i contratti a tempo determinato siano cresciuti dall’8,8% del 2004 al 12% di questo inizio 2008. Mi sembra perfettamente ovvio che nel Mezzogiorno il problema principale sia il posto di lavoro, in un’area che segna un tasso di disoccupazione più che triplo rispetto a quello del Nord, e più che doppio rispetto a quello del Centro (dati Istat 19/06/08): infatti, secondo il Censis al Nord è al primo posto per il 40%, al Sud per l’85%! Sempre secondo tali dati Istat, l’incidenza del tempo parziale sul totale è del 14,2%, contro l’85,8% del tempo pieno, coinvolge più le donne ed è maggiore nel Nord rispetto al Sud. I dipendenti a termine sono il 12,8%, maggiormente concentrati al Sud. Al contempo, il calo degli inattivi è stato molto evidente al Centro, mentre quasi ininfluente nel Sud (dove è dovuto esclusivamente alla componente femminile), laddove invece il tasso di inattività si registra in calo in tutte le ripartizioni anche se con intensità differenziata. La soluzione è emigrare, come afferma qualcuno? Se si guardano i dati europei, non sembra proprio così: in Germania i “mini-jobs” coinvolgono quasi 5milioni di persone, che vivono con 400€ al mese, in Spagna sono 6milioni i lavoratori temporanei (nel 2006 erano il 30% dei lavoratori), in Inghilterra 5milioni, in Francia l’80 per cento delle assunzioni sono per contratti a termine: verrebbe quasi da dire “viva l’Italia”, se dovessimo basarci soltanto sul raffronto di queste percentuali. Applicando il concetto caro alla sinistra antagonista, si dovrebbe dire che gli altri Paesi sono al dramma più profondo. Traducendo il tutto in termini percentuali, alla fine dei conti si scopre che (dati Eurostat): i lavoratori a tempo determinato erano nel 2007 il 13,2% in Italia, il 14,6% in Germania, il 18,1% in Olanda, il 14,4% in Francia, il 17,5% in Svezia (patria dello Stato sociale), il 31,7% in Spagna, la media del 15,1% dell’UE-25 ed il 16,8% nell’area dell’euro ed, udite udite, appena il 5,8% nel Regno Unito, considerato da molti la patria del liberismo selvaggio. Quello che magari colpisce è il fatto che 10 anni fa, i valori del lavoro a tempo determinato erano già alti negli altri Paesi e seppur aumentati si sono sostanzialmente mantenuti stabili, mentre l’Italia che aveva uno dei tassi più bassi rispetto agli altri grandi Paesi (7,4% nel 1996), si sta pian piano allineando sulla media europea. Ma anche il fatto che l’Italia abbia uno dei tassi più alti in coloro che cercano lavoro per la prima volta, superiore al 30% nel 2005 (allineato a quello di Paesi come Romania, Malta e inferiore soltanto a quello della Grecia): dunque, più che la precarietà, il vero problema è il tasso di occupazione, appena il 58,7% nel 2007 (secondo la tabella Eurostat; secondo i dati Istat il tasso di attività nel primo trimestre del 2008 è pari al 62,8%), mentre tutti gli altri Paesi più industrializzati sono tutti abbondantemente sopra il 60%, in alcuni casi anche sopra il 70%, dati probabilmente dovuti alla grande partecipazione femminile al mondo del lavoro, che in Italia è ferma, secondo l’Istat, al 51,6%, con una situazione oramai cronica al Sud, dove il tasso del 37,1% di occupazione femminile è anche quello che cresce meno su base nazionale.

Secondo l’OCSE, nel 2008 la disoccupazione in Italia arriverà al 6%, il dato più basso della sua storia, di molto inferiore alla media europea che si attesta al 7,2%. Tale dato non si può leggere soltanto per mezzo dell’aumento di coloro che rinunciano a cercare lavoro se, come visto, inattivi e tasso di inattività nel primo trimestre del 2008 sono in calo in tutte le zone del Paese (anche se con differenze). Quindi il problema del “precario imbrigliato” non appare tanto come una componente di sistema, che vede le aziende trattare disparatamente individui diversamente produttivi e, dall’altra parte, vede sempre più persone rinunciare all’approfondimento professionale pur di entrare il prima possibile in questo mercato magari, come detto, accettando posizioni e posti di sottoccupazione dovuti alla congiuntura economica piuttosto sfavorevole. Nel 2001, secondo i dati del censimento Istat effettuato in quell’anno, il grado di istruzione in Italia prevedeva appena 3.480.535 in possesso di un diploma di laurea, 363.672 con diploma universitario, a fronte di ben 49.228.413 persone (dai 6 anni in su) fermatesi ad un diploma terziario di tipo non universitario: sebbene ai fini del discorso tali numeri andrebbero circoscritti alla popolazione in età lavorativa (15-64 anni), il problema della dispersione scolastica non cambierebbe molto. Tra tre anni sapremo come è cambiata la percentuale del grado di istruzione nella popolazione italiana, ma nel 2007 la percentuale di laureati era del 12,5% (parole dell’allora Ministro Mussi), a fronte di una media europea del 25%: aumenta la voglia di studiare, se è vero che la stragrande maggioranza degli universitari arriva almeno a concludere il 3+2, ma ciò non significa che la qualità del loro sapere sia elevata se poi, a conti fatti, lo studente italiano non è in grado di risolvere semplici problemi con la stessa qualità degli studenti stranieri, né il problema può ricadere solo in capo alle aziende che non fanno il dovuto aggiornamento professionale. Ma il problema della scuola italiana è molto più profondo e difficile, e non compete al tema di questo post.

Il Governo propone un nuovo modello d’Italia

luglio 28th, 2008
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italia, forza

Indubitabilmente, qualunque persona che abbia un minimo di senno non può non riconosce la grande operatività del nuovo Governo Berlusconi uscito vincitore dalle elezioni di aprile. A parte gli ideologizzati e i prevenuti, che pensano che l’unica cosa fatta da questo esecutivo sia il Lodo Alfano, sul tavolo vi sono una miriade di decisioni già prese ed un altra miriade di proposte da valutare entro la fine dell’anno. Si configura come il Governo che nel suo primo anno di attività potrebbe essere il più laborioso e riformatore della storia della Repubblica Italiana: sicuramente, in 60 giorni ha già fatto più di quanto il centrosinistra abbia fatto in quasi 600 giorni.

Si parte da due dati fondamentali, che lo distinguono anche da sé stesso, da quando cioè tra il 2001 ed il 2006 fu chiamato a governare, prima della funesta parentesi prodiana:

  1. Niente più annunci elettorali che poi è impossibile mantenere, ma una proposta di governo saldamente ancorata alla realtà e alle possibilità del Paese
  2. Mettere mano al sistema-Paese nel suo complesso, colpendo tutte quelle aree che per troppi anni hanno vissuto soltanto grazie all’assistenza di Stato

Questo lo si vede subito dai provvedimenti presi: un DPEF triennale che mantiene l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2011, anche a costo di scontentare profondamente i sindacati, una terapia d’urto sull’agonizzante Pubblica Amministrazione, una presa di petto su alcune questioni dello stato sociale nei primi provvedimenti di Governo (piano-casa, ICI, rinegoziazione mutui, detassazione straordinari e premi produttivi, social card finanziata con una maggiore tassazione sugli straordinari extra di banche e petrolieri). Per l’autunno si prevedono le riforme istituzionali, oramai non più prorogabili, del federalismo fiscale e della giustizia, oltre ad una riordinata della legge elettorale in vista delle europee 2009.

Per quanto riguarda il welfare, nell’ultimo Consiglio dei Ministri è stato licenziato dal Ministro Sacconi il nuovo “Libro Verde sul futuro del modello sociale” (pdf, 274Kb), che ha fatto azzardare al Cavaliere l’ipotesi che questo Governo sia un governo di sinistra (per carità, si parla solo di stereotipi!). Questa proposta, che sarà presto portata al vaglio delle parti competenti, si basa sul principio fondamentale che lo Stato assistenzialista vecchia maniera non è più economicamente sostenibile: il gigantismo degli apparati pubblici, una burocrazia senza confini essenzialmente tesa al clientelismo, hanno portato questo Paese ad avere il debito pubblico più alto del mondo tra quelli industrializzati, debito che per essere ripianato costringe l’attuale generazione a sacrifici non indifferenti.

Il nuovo modello di Welfare si basa sostanzialmente sul principio di sussidiarietà, nel quale è inutile statalizzare ciò che i cittadini possono fare da sé, un modello culturale volto al recupero della «persona nella sua integralità, capace di rafforzarne la continua autosufficienza perché interviene in anticipo con una offerta personalizzata e differenziata» e al riconoscimento del valore della famiglia. Si parte dalla necessità di fornire condizioni di salute sempre migliori, di combattere con nuove priorità le malattie e le patologie moderne più comuni, di sottrarre la persona al consumo di risorse socio-sanitarie prevenendone il bisogno. Il nostro sistema sanitario nazionale, legislativamente uno dei più avanzati del mondo e con ancora oggi svariate punte di eccellenza a livello internazionale, vive di una profonda lacerazione Nord-Sud che va azzerata: puntare ad avere standard di qualità-prezzo, di costi operativi, di efficienti servizi al cittadino, è il primo passo per quella “vita buona” che fa parte anche dell’approccio strategico dell’UE nel quinquennio 2008-2013. Bisognerà rivedere il sistema pensionistico, equalizzando l’età pensionabile a quella degli altri Paesi europei (non si vede perché a fronte dello stesso lavoro, in Italia si vada in pensione a 60 anni e in Germania a 65, soprattutto in considerazione del fatto che le condizioni ambientali del Bel Paese non hanno eguali nel mondo, come già sapevano i medici 2 secoli fa), portare a compimento la “riforma Biagi”, rendendo il mercato del lavoro più aperto e più trasparente, più mobile e più dinamico, nel quale flessibilità non sia sinonimo di precarietà e dove il sistema degli ammortizzatori sociali non sia più un sistema rigido ma una vera struttura nella quale il disoccupato venga incentivato ad un rapido reinserimento lavorativo, cosa che può passare soltanto se il sostegno al reddito decade nel momento in cui si viene a rifiutare una congrua opportunità di lavoro, sistema che purtroppo in Italia ha alimentato un fiorente mercato assistenzialista che provoca alla lunga diseguali condizioni di trattamento moralmente inaccettabili. Niente più, tra le altre cose, reddito minimo garantito, se questo costituisce un vulnus rispetto a «coloro il cui stato di bisogno o la cui età è tale da non consentire che il lavoro sia la doverosa risposta alla indigenza».

A tutto questo, giova ricordare i provvedimenti già presi dall’attuale esecutivo a favore dei cittadini, quali:

  • cancellazione ICI sulla prima casa, detassazione di straordinari e premi produttivi (nelle modalità espresse dal provvedimento) e rinegoziazione dei mutui (che riporta il mutuo a tasso variabile al tasso fisso del 2006), che avvantaggiano le famiglie con un guadagno netto che può andare da un minimo di 600€ fino a 1500€, a seconda delle condizioni e del comune in cui si vive
  • social card per gli anziani, che non è 1€ al giorno per fare la spesa, ma 400€ annuali che copriranno alcuni bisogni ineludibili (quali sono i pagamenti delle bollette energetiche)
  • piano-casa a favore dei ceti più deboli (e della mobilità studentesca), con affitti concordati che potranno costituire il riscatto dell’abitazione dopo 30 anni: 100.000 alloggi in totale

Misure che, nei disfattisti di sinistra non serviranno a favorire il recupero del potere d’acquisto ma che, non essendo la matematica un’opinione, impediranno a molti cittadini di spendere più soldi per i servizi e di pagare in rapporto la stessa somma, cosa che almeno attenua un possibile peggioramento di detto potere. La prima misura infatti potrà garantire una vera e propria seconda tredicesima, che riguarda ben 13milioni di Italiani (considerato che la detassazione non si applica al pubblico impiego). La rinegoziazione dei mutui, che al cliente non costa nulla, non porta vantaggi diretti sulle tasche (si potrebbero pagare più interessi alla fine del contratto), ma permette di avere una rata mensile più bassa, e chi fa i conti sui centesimi poter gestire qualche cinquantone in più al mese potrebbe far comodo. Le banche non sono vincolate ad aderire al progetto, ma dato che la portabilità dei mutui (che per onore di cronaca spetta alla Legge Bersani) consente di spostarsi di banca a costo zero (ma la legge non viene sempre applicata), questo problema può essere facilmente aggirato.

Nel frattempo, la svolta del Ministro Brunetta nella P.A. ha già prodotto i suoi risultati: a giugno, prima che entrassero in vigore le ultimissime norme, il tasso di malattia tra i dipendenti pubblici sembra sceso del 18% (indagine di Repubblica), il che significa o che ora si va a lavorare anche malati, oppure che prima c’erano troppi furbi… A livello universitario, il Ministro Gelmini ha lanciato la sua campagna a favore della meritocrazia, affinché si promuovano efficienza e progetti e si cancelli definitivamente quel sistema di finanziamenti a pioggia, con il conseguente risultato che la docenza universitaria è regolata oggi dal sistema del “doppio ingresso”, una ignobile pratica che ha portato col tempo ad avere 26.000 professori per 13.000 cattedre, quindi un potenziale numero di 10.000 persone che non hanno né titolo né diritto ad occupare il posto su cui siedono, con le storture e le conseguenze denunciate in due inchieste prima da Il Sole 24 Ore e poi da Il Giornale. E siccome la matematica non è una opinione, applicando lo stipendio minimo a tutte queste persone, lo Stato paga 50milioni di euro di stipendi a persone che non lo devono prendere, con le Università spesso con i bilanci in rosso per “garantire” il mantenimento del posto all’assistente del barone, al figlio di tizio, all’amico di caio e così via seguitando. Tutte persone che magari poi hanno la faccia tosta di venirci a relazionare sulla “fuga dei cervelli”: 50milioni l’anno non saranno un granché, ma almeno ci si possono finanziare decine di progetti seri, ci si possono attrezzare laboratori degni di questo nome, o comunque essere destinati a fare tante belle cose (il restauro del Palatino e della Domus Aurea, se fatto come si deve, verrebbe a costare proprio 50milioni: sempre meglio che lasciarli a chi il posto non lo merita).

Ci vorrà del tempo prima che tutto questo vada in porto e prima che i provvedimenti già in vigore possano manifestare i loro effetti. Ma che l’attuale Governo abbia la serissima intenzione di rendere l’Italia un Paese finalmente moderno e liberale, che non fa più assistenza ma offre vere garanzie ai più deboli, che favorisce meriti e produttività (in tal senso si muove anche il provvedimento che permette di aprire una impresa in un giorno, invece che nei canonici venti, come fino ad oggi), con una Pubblica Amministrazione snella e al servizio del cittadino (e non il contrario): insomma, l’esecutivo si prepara a rivoltare lo Stivale come un calzino, cancellando le disfunzioni figlie degli anni ‘70, promuovendo finalmente uno Stato più a misura di cittadino che di suddito.

Lodo Alfano: appunti di lettura

luglio 24th, 2008
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Nella seduta n. 45 del 22/07/08, il Senato della Repubblica Italiana ha approvato in via definitiva il disegno di legge n. 903Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato“. Prende il nome dal Ministro della Giustizia che lo ha scritto, e si tratta di una legge ordinaria d’iniziativa del Governo. Di cosa si tratta lo leggiamo all’art. 1:

Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.

Gli artt. 90 e 96 della Costituzione sono l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione e i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni (per i quali sono sottoposti alla giustizia ordinaria). Come scritto nell’art. 3, il giudice può in ogni caso acquisire le prove dette “non rinviabili”, la sospensione non è reiterabile né convertibile (art. 4), l’imputato vi può rinunciare (art. 2), e si applica ai processi in ogni loro fase, stato e grado di giudizio (art. 7).

Secondo gli esponenti della sinistra (che in Parlamento sono IdV e PD), ma soprattutto i loro elettori, tale legge contrasterebbe con un altro articolo della Costituzione (art. 3). In realtà, come ha fatto notare lo stesso Presidente della Repubblica, la palese incostituzionalità che presentava l’analogo disegno presentato dal senatore Schifani nel precedente Governo Berlusconi, è stata qui corretta. Per altro, non si pone nessuna differenza nel trattamento giudiziario tra un semplice cittadino ed i suddetti politici: il processo viene soltanto sospeso, e non si tratta in alcun modo di “improcedibilità”, essendo l’imputato giudicabile in ogni momento al termine della sua carica (quindi i concetti di “impunità” o “immunità” sono esclusi). Al termine del mandato, si torna tutti in un’aula di tribunale, non viene riservato alcun trattamento speciale né in termini di condanna né in termini di prescrizione, sospesa come il processo, né in termini di sede civile, giacché le parti civili possono trasferire l’azione in sede civile e vedersi ugualmente riconosciuto il risarcimento anche nel periodo di sospensione del processo penale. Il processo viene soltanto spostato, da tot data a tot data. Punto. A tal proposito, così si esprime la Corte Costituzionale:

Il principio di eguaglianza richiamato dal Tribunale di Milano ha, quindi, il significato di vietare leggi ad personam allorquando le persone prese in considerazione siano effettivamente “eguali”, ma non quello di impedire le opportune diversificazioni. In tale ottica la parte privata osserva che vi sono numerose norme, sia di diritto penale sostanziale sia di diritto processuale penale, nelle quali rileva la condizione soggettiva del destinatario; tra queste ultime vengono ricordate, oltre all’art. 205 cod.proc.pen., l’art. 200 cod.proc.pen. sul segreto professionale e le norme sull’incompatibilità ad assumere l’ufficio di testimone. [...] è proprio la suddetta diversità che spiega perché, mentre per le immunità è necessariamente richiesto un collegamento con la funzione esercitata al momento della commissione del fatto, ciò invece non è necessario per la sospensione.

Su questa linea si è mosso anche Alberto Capotosti, che è stato vicepresidente del Csm e presidente della Consulta ed è titolare della cattedra di Giustizia costituzionale presso la Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma, il quale ha definito l’appello di 100 costituzionalisti contro il Lodo Alfano «un’operazione suscettibile di strumentalizzazioni, fornendo una chiave di lettura del contenuto della sentenza della Consulta che invece è molto chiaro: bisogna stare al testo della decisione, come ha fatto correttamente il capo dello Stato». D’altronde, si registra anche l’intervento di 36 costituzionalisti, tra i quali l’ex presidente Annibale Marini, i quali si sono espressi in favore del Lodo Alfano (dal punto di vista tecnico). La domanda dunque sorge spontanea: come si fa a definire incostituzionale una norma (PD e suoi elettori) sulla quale gli esperti si dividono? La Corte, che dovrà analizzare tale legge, darà il parere definitivo, che sembra comunque sarà positivo. Si diceva prima che alcuni rilievi mossi dalla Corte Costituzionale nella famosa sentenza 24/2004, sono stati qui accolti:

  • i diritti derivanti ex art. 24 della Costituzione
  • i diritti del giudice penale ex art. 111 della Costituzione
  • l’esclusione del Presidente della Corte Costituzionale, che non ha incarichi politici
  • la non reiterabilità della tutela

Rimane aperto il fatto che, come ricorda Mancino (vice-presidente del CSM ma presidente di fatto), questo tipo di norma andrebbe introdotto per via costituzionale onde esserne rafforzato: ma tale via non è esclusiva, avendo la stessa Corte nella sentenza sopra citata dichiarato che «Nel sistema costituzionale non è affatto necessario che tutto ciò che riguarda tali cariche sia regolato con legge costituzionale» e che «la valutazione politica circa l’opportunità che il Presidente del Consiglio ed i Ministri vengano sottoposti a processo penale per i c.d. reati ministeriali non confliggono con la sospensione dei processi per i reati comuni». È infatti su questa base che si muove il diritto costituzionale di Paesi come Grecia, Portogallo, Israele, Francia (tra gli altri), che prevedono un’analoga forma di tutela, ma riservata però al Presidente della Repubblica, essendo tali Stati di tipo presidenzialista. Ma è anche vero che in tali Paesi vige ancora attualmente la tradizionale “autorizzazione a procedere“, che se da un lato non costituisce forma di tutela extrafunzionale per i componenti del Governo, dall’altro ne garantisce una certa copertura nel sereno svolgimento dei loro incarichi (come in Danimarca, Germania, Grecia, Islanda, Olanda, Spagna, tra gli altri).

È bene infine ricordare che in questa linea si muoveva anche l’ordinamento italiano, che prevedeva un’analogo istituto eliminato con la legge costituzionale n. 1/1993 a seguito delle ben note vicende di Tangentopoli, che sull’onda delle inchieste giudiziarie (sulla bontà di molte ancora oggi si può discutere) hanno finito per mettere in crisi il sistema stesso della politica, alla mercé della magistratura, come dimostrato da quell’avviso di garanzia del Tribunale di Napoli, emesso nel 1994 in diretta mondiale causando la caduta dell’allora Governo Berlusconi, la cui accusa si è rivelata totalmente infondata (l’assoluzione completa risale al 2005). Come ricorda Tommaso Giupponi, Professore associato di Diritto costituzionale, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bologna, «Una soluzione che sembra ancora essere equilibrata, e forse utile anche per il nostro ordinamento». Sicuramente, la specificità della situazione sociale italiana impone una certa cautela, ma questo non significa che la politica debba essere lasciata alla mercé della magistratura, che può intentare procedimenti falsi, inventati, spettacolarizzati (come sembra, allo stato attuale, per l’ormai ex presidente della Giunta Regionale dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco), destabilizzando in tal modo l’operato del Governo del Paese: un’anomalia che è stata registrata perfino da osservatori internazionali come il Financial Times! Anche perché, il solito Tribunale di Napoli, che invece di arrestare Bassolino per come ha ridotto la Campania, ha pensato bene di mettere sotto intercettazione Agostino Saccà nel tentativo di incastrare Silvio Berlusconi (intercettazioni che hanno prodotto un volume di 280 pagine e che un uomo come Piero Sansonetti, non di certo un esponente del PdL, ha definito illegali): quando i giornali hanno poi pubblicato che tra tali intercettazioni vi sarebbe stata una conversazione nella quale il Cavaliere raccontava la fellatio ai suoi vantaggi di una ministra (riconosciuta in Mara Carfagna), conversazione assolutamente e totalmente inventata, ci si rende conto di quale sia il pericolo evocato da più parti e minimizzato da chi, come Di Pietro, ama vedere il sangue agli occhi dei magistrati che “perseguitano” i propri avversari politici.

Qui ovviamente si pone la questione politica: che il Lodo Alfano sia stato dettato per includere Silvio Berlusconi, come la famosa “blocca-processi” era scritta per non escluderlo, è evidente. Così come è evidente che «che gli attuali conflitti tra politica e giustizia meritino pacatezza e raziocinio, e non prese di posizione oltranziste assunte da intellettuali che si ritengono a priori, sempre e comunque, dalla parte del “bene”, della moralità, della Costituzione “minacciata”» e che non giovi al sistema Italia ricondurre tutto a referendum pro o contro Berlusconi (dall’appello dei 36 giuristi). D’altronde, chi ha votato centrodestra sapeva bene che una tale norma sarebbe diventata legge (se non lo sapeva invece di mettere crocette alle urne faceva bene a rimanere a casa), ma lo sapevano anche gli elettori del centrosinistra, i quali però invece di fare battaglie su alternative di programma, fanno battaglie anti-/contro qualcuno. Ed è per questo che rimarranno all’opposizione ancora per molto tempo…

EDIT 27/07/08: Giuseppe Di Federico, professore emerito di sistemi giudiziari all’Università di Bologna, intervistato da Il GIornale, ci racconta come ancora una volta, quando si tratta di “salvare” un esponente della sinistra, è la magistratura stessa a correre ai ripari. Insomma, il solito doppiopesismo sinistrorso, del tipo “noi siamo i buoni e facciamo quello che ci pare, voi siete i cattivi e vi dobbiamo eliminare con ogni mezzo”: anche quello della magistratura politicizzata, che a volte sembra proprio agire a comando… Da una segnalazione di Camelot.


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