
Circa 20 giorni fa, presso la Commissione Finanze di Montecitorio, è stato presentato un emendamento parlamentare teso a modificare l’attuale configurazione della risoluzione delle vertenze lavorative presso il Tribunale del Lavoro. Strano che venga alla ribalta soltanto adesso, ma di due giorni fa il fatto che l’opposizione, in tutte le sue forze parlamentari ed extraparlamentari, sia insorta, ancora una volta dimostrando la sua cronica incapacità di guardare oltre il proprio tornaconto elettorale, già funestato dalla sua incapacità politica. Sgobio del PdCI parla di un Governo antisociale al servizio dei padroni; Bonelli dei Verdi parla di un emendamento immorale e socialmente iniquo; Madia del PD lo definisce una vergogna che gioca col futuro dei giovani, la Picerno parla di Governo reazionario. Veltroni dal canto suo dice che la norma è incostituzionale, mentre Epifani afferma che è frutto del lavoro delle lobby che riduce i diritti delle persone. In tutto questo, Antonio Borghesi (parlamentare dell’Italia dei Valori) dal suo sito internet fa sapere che considera la norma in molti casi giusta, pur avendo votato contro per motivi di disciplina di partito.
Andando oltre le barzellette, premesso che la sinistra in due anni di Governo non ha fatto una ceppa per sistemare il mercato del lavoro e cancellare quella che loro chiamano precarietà, veniamo al dunque del problema. La norma, nelle parole del ministro Brunetta, «È un emendamento parlamentare voluto per risolvere i problemi che riguardavano la stabilizzazione di contratti atipici, che avrebbe avuto un peso insostenibile per molte azienda, fra cui le Poste. Ovvio che chi subisce dei torti va tutelato, la norma va rivista». Il clamore sollevato in queste ore potrebbe dunque portare ad una rivisitazione della norma, che per ora appare come una sanatoria a vantaggio di quelle aziende che hanno abusato del sistema le quali rischierebbero il collasso, ed interessano quei contratti che riscontrano oggi irregolarità formali, come spiega Giuseppe Vegas, Sottosegretario all’Economia, il quale aggiunge che di conseguenza la norma ha «un ambito di applicazione fortemente circoscritto [...] si riferisce esclusivamente a rapporti di lavoro preesistenti all’entrata in vigore della legge Biagi». La formulazione della norma è già cambiata rispetto all’originale, che valeva anche per il futuro, quindi non è escluso che in virtù del suo status parlamentare, al ritorno della norma alla Camera o addirittura già in Senato possa essere modificato se non addirittura eliminato e rimandato a provvedimenti di diversa natura. Maurizio Fugatti, della Lega Nord e uno degli estensori della misura, si lascia andare ad una nota polemica che la dice tutta sullo stato deplorevole della sinistra: «Quando la misura è stata approvata in Commissione, il Pd però non aveva fatto opposizione…» (sulla stessa linea Antonio Azzolini del PdL). Se la Lega con Roberto Cota conferma che la norma «ripristina, semmai, i diritti negati. Quelli che oggi invocano misure per i giovani che fanno fatica a trovare un posto di lavoro dovrebbero sapere che proprio la norma in questione serve a porre rimedio ad un aggiramento delle norme sul pubblico impiego e sui concorsi pubblici che è stato fatto», Confindustria in una nota aggiunge che essa è «in linea con la direttiva europea alla base della nuova disciplina del contratto a termine, che vuole anzitutto contrastare le eccessive reiterazioni», proprio mentre Antonio D’Amato, avvocato impegnato per i diritti dei lavoratori precari, invia una lettera a Napolitano nella quale scrive che «non risulta che sia stata posta la questione della compatibilità delle previste modifiche con la direttiva del Consiglio dell’Ue numero 70 del 28 giugno 1999». Da parte del Governo, se Sacconi sottolinea la sua estraneità al provvedimento, Cicchitto ricorda che si tratta di un emendamento ad hoc per salvare le Poste Italiane dal disastro finanziario. Quando qualcuno ci farà capire qualcosa gliene saremo grati, perché al di là delle idee preconcette che muovono la lettura di un provvedimento, rimane il nero su bianco che in qualche modo va poi applicato (almeno finché sarà così).
Ma il dibattito, partito da un pretesto che sembra spuntato dal nulla, si è spostato, come visto, sul tema più generale della precarietà. Al di là di questo emendamento particolare, si pongono quindi due semplici questioni relative al generale: da una parte trasformare i contratti a tempo determinato in uno strumento preventivo di accesso al mercato del lavoro nel quale ad essere premiata sia la meritocrazia e le capacità del singolo di creare crescita, dall’altra parte si deve puntare a salvaguardare il rapporto di lavoro tra azienda e lavoratore. La norma attuale infatti rende praticamente coatto, da parte del datore di lavoro, l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore qualora la sua prestazione sia stata ripetuta nel tempo, oppure se il contratto viene utilizzato (a detta del lavoratore) per coprire posti essenziali: in pratica, si tratta a tutti gli effetti della logica di un incentivo ad utilizzare sempre più i contratti a tempo determinato senza rinnovarli, ad aprire filiali in Paesi esteri dove la regolamentazione ed il costo del lavoro è minore, e al ricorso a subdole forme di licenziamento per il lavoratore “a vita” che si è coattizzato. Come ricorda lo stesso Borghesi su menzionato, quale rapporto di fiducia, quale produttività vi può essere in un rapporto di lavoro stabilito ex legis e non per scelta? Il problema è serio: da diversi anni l’industria, la prima produttrice di lavoro stabile, si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. I posti di lavoro si creano nei servizi che richiedono qualifiche professionali elevate o addirittura nessuna qualifica (come il turismo), ma che per natura sono a tempo determinato, visto che nel mondo di oggi il servizio che serve oggi non serve domani. La ricetta dunque rimane sempre la stessa: se l’eliminazione del tempo determinato significa tornare ai tempi del fordismo, quando l’alternativa al lavoro stabile era solo la disoccupazione oppure il lavoro nero, dall’altra parte per uscire dal pantano del “precario imbrigliato” significa agire sulla mobilità sociale, attraverso la meritocrazia e l’istruzione (o la qualifica professionale). Ovviamente il problema è tutt’altro che semplice nella realtà: promuovere comportamenti positivi dei datori di lavoro offrendo incentivi fiscali e parafiscali a coloro che non fanno ricorso al lavoro precario continua a rimanere la prima forma di lotta allo sfruttamento e all’abuso dei contratti a tempo determinato, la misura cioè che agisce nel più breve tempo. Ma a forza di toppe non si riforma mai seriamente il mercato, non lo si liberalizza, non si promuove l’unico elemento che può fare la differenza, cioè la capacità del singolo di produrre e di far crescere l’azienda in cui lavora.
Fare propaganda antigovernativa, assimilando precarietà a flessibilità, quasi che il primo fosse sinonimo del secondo (e viceversa), significa rimanere ancorati ad una forma di lavoro oramai antica e non più rispondente alle esigenze del mercato internazionale del lavoro. Il vecchio modello che prevedeva soltanto contratti di lavoro a vita (una sorta di sancta santorum del tempo indeterminato) è oramai morto e sepolto: un’azienda operante nel suo settore ha bisogno di continue crescite di competenze e di produttività, e in un mondo in rapida evoluzione tecnologica dove bisogna vincere la concorrenza sleale di Paesi come la Cina, l’assunzione a tempo indeterminato non era più sostenibile. In Italia, Paese nel quale è esistito il Partito Comunista più potente dell’Occidente e nel quale il peso e la forza dei sindacati è uno dei più alti a livello europeo, il superamento di questa forma di lavoro è avvenuta soltanto nel 1997 con la riforma Treu, che però alla lunga ha evidenziato notevoli problemi di gestione nelle numerose tipologie di contratti previste: la cosiddetta Riforma Biagi ha cercato di mettere un po’ di ordine a questa jungla, ed uno studio de Il Sole 24 Ore ha evidenziato come nel 2006 si fossero raggiunti tassi di disoccupazione tra i più bassi della storia della Repubblica (pari a quelli del 1992). Ma questa riforma, più che una liberalizzazione, è stata una sistemazione. C’è stata una grande discussione tra due aree di pensiero a tal proposito: quella vicina all’area dell’estrema sinistra (rappresentata su quotidiani come Il Manifesto e Liberazione) che ancora oggi guarda a questa riforma come produttrice di precarietà e quella che invece vi guarda come l’unico sistema per produrre crescita economica e posti di lavoro. Un recente indagine-sondaggio del Censis, effettuato in centri con più di 10.000 abitanti, ha rivelato come la preoccupazione più grande degli Italiani sia la disoccupazione e la sottoccupazione, molto più di quanto non lo sia la criminalità e l’immigrazione clandestina. Su questo sondaggio ci si sono fiondati a capofitto gli esponenti di suddetta area, per denunciare come il Parlamento si occupi di tutto tranne che della “piaga” della precarietà. È necessario però ricordare come la matematica non sia un’opinione: Pietro Ichino, un esponente del PD, nel 2006 scrisse un articolo nel quale, dati alla mano, dimostrava come la legge non avesse prodotto precarietà, ma che semmai a produrre precarietà è quel dato relativo alla sottoccupazione, di chi vuole il posto di lavoro a tutti i costi (per esigenze economiche, familiari, di indipendenza personale o quel che si voglia) ed è pronto ad accettare anche un posto di lavoro che non corrisponde alle sue esigenze (si pensi agli ingegneri che finiscono a fare i cassieri, oppure ai laureati in generale che servono nei pub, etc.). Questo rappresenta il vero problema, come scriveva il citato Ichino:
Ora, può essere che la quota dei «precari impigliati» rispetto al totale sia aumentata più di quanto sia aumentato complessivamente il lavoro precario; ma se questo è il problema, esso non nasce né dalla legge Treu né dalla legge Biagi: esso nasce invece dall’ aumento delle disuguaglianze di produttività tra gli individui nella società postindustriale, cui le imprese reagiscono aumentando le disparità di trattamento. Questo problema può essere affrontato soltanto col rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più (ciò per cui una fase di maggiore mobilità all’ inizio della carriera lavorativa è indispensabile); mentre aumentare il costo del loro lavoro rischia di condannarli alla disoccupazione.
I suoi dati erano simili a quelli forniti da Confindustria, che analizzando il suo settore, registrava una simile tendenza. D’altronde, se la quantità di precari si mantiene stabilmente e abbondantemente al di sotto del 20%, questo significa che i contratti a tempo determinato vengono convertiti a tempo indeterminato nel giro di breve tempo: è una questione di logica matematica, la legge non c’entra nulla.
Ora, fotografare un Paese a forza di sondaggi rischia di essere fuorviante (tanto più i sondaggi d’opinione come questo, che derivano inevitabilmente dalla situazione sociale e geografica nella quale si vive): l’indagine rileva come i contratti a tempo determinato siano cresciuti dall’8,8% del 2004 al 12% di questo inizio 2008. Mi sembra perfettamente ovvio che nel Mezzogiorno il problema principale sia il posto di lavoro, in un’area che segna un tasso di disoccupazione più che triplo rispetto a quello del Nord, e più che doppio rispetto a quello del Centro (dati Istat 19/06/08): infatti, secondo il Censis al Nord è al primo posto per il 40%, al Sud per l’85%! Sempre secondo tali dati Istat, l’incidenza del tempo parziale sul totale è del 14,2%, contro l’85,8% del tempo pieno, coinvolge più le donne ed è maggiore nel Nord rispetto al Sud. I dipendenti a termine sono il 12,8%, maggiormente concentrati al Sud. Al contempo, il calo degli inattivi è stato molto evidente al Centro, mentre quasi ininfluente nel Sud (dove è dovuto esclusivamente alla componente femminile), laddove invece il tasso di inattività si registra in calo in tutte le ripartizioni anche se con intensità differenziata. La soluzione è emigrare, come afferma qualcuno? Se si guardano i dati europei, non sembra proprio così: in Germania i “mini-jobs” coinvolgono quasi 5milioni di persone, che vivono con 400€ al mese, in Spagna sono 6milioni i lavoratori temporanei (nel 2006 erano il 30% dei lavoratori), in Inghilterra 5milioni, in Francia l’80 per cento delle assunzioni sono per contratti a termine: verrebbe quasi da dire “viva l’Italia”, se dovessimo basarci soltanto sul raffronto di queste percentuali. Applicando il concetto caro alla sinistra antagonista, si dovrebbe dire che gli altri Paesi sono al dramma più profondo. Traducendo il tutto in termini percentuali, alla fine dei conti si scopre che (dati Eurostat): i lavoratori a tempo determinato erano nel 2007 il 13,2% in Italia, il 14,6% in Germania, il 18,1% in Olanda, il 14,4% in Francia, il 17,5% in Svezia (patria dello Stato sociale), il 31,7% in Spagna, la media del 15,1% dell’UE-25 ed il 16,8% nell’area dell’euro ed, udite udite, appena il 5,8% nel Regno Unito, considerato da molti la patria del liberismo selvaggio. Quello che magari colpisce è il fatto che 10 anni fa, i valori del lavoro a tempo determinato erano già alti negli altri Paesi e seppur aumentati si sono sostanzialmente mantenuti stabili, mentre l’Italia che aveva uno dei tassi più bassi rispetto agli altri grandi Paesi (7,4% nel 1996), si sta pian piano allineando sulla media europea. Ma anche il fatto che l’Italia abbia uno dei tassi più alti in coloro che cercano lavoro per la prima volta, superiore al 30% nel 2005 (allineato a quello di Paesi come Romania, Malta e inferiore soltanto a quello della Grecia): dunque, più che la precarietà, il vero problema è il tasso di occupazione, appena il 58,7% nel 2007 (secondo la tabella Eurostat; secondo i dati Istat il tasso di attività nel primo trimestre del 2008 è pari al 62,8%), mentre tutti gli altri Paesi più industrializzati sono tutti abbondantemente sopra il 60%, in alcuni casi anche sopra il 70%, dati probabilmente dovuti alla grande partecipazione femminile al mondo del lavoro, che in Italia è ferma, secondo l’Istat, al 51,6%, con una situazione oramai cronica al Sud, dove il tasso del 37,1% di occupazione femminile è anche quello che cresce meno su base nazionale.
Secondo l’OCSE, nel 2008 la disoccupazione in Italia arriverà al 6%, il dato più basso della sua storia, di molto inferiore alla media europea che si attesta al 7,2%. Tale dato non si può leggere soltanto per mezzo dell’aumento di coloro che rinunciano a cercare lavoro se, come visto, inattivi e tasso di inattività nel primo trimestre del 2008 sono in calo in tutte le zone del Paese (anche se con differenze). Quindi il problema del “precario imbrigliato” non appare tanto come una componente di sistema, che vede le aziende trattare disparatamente individui diversamente produttivi e, dall’altra parte, vede sempre più persone rinunciare all’approfondimento professionale pur di entrare il prima possibile in questo mercato magari, come detto, accettando posizioni e posti di sottoccupazione dovuti alla congiuntura economica piuttosto sfavorevole. Nel 2001, secondo i dati del censimento Istat effettuato in quell’anno, il grado di istruzione in Italia prevedeva appena 3.480.535 in possesso di un diploma di laurea, 363.672 con diploma universitario, a fronte di ben 49.228.413 persone (dai 6 anni in su) fermatesi ad un diploma terziario di tipo non universitario: sebbene ai fini del discorso tali numeri andrebbero circoscritti alla popolazione in età lavorativa (15-64 anni), il problema della dispersione scolastica non cambierebbe molto. Tra tre anni sapremo come è cambiata la percentuale del grado di istruzione nella popolazione italiana, ma nel 2007 la percentuale di laureati era del 12,5% (parole dell’allora Ministro Mussi), a fronte di una media europea del 25%: aumenta la voglia di studiare, se è vero che la stragrande maggioranza degli universitari arriva almeno a concludere il 3+2, ma ciò non significa che la qualità del loro sapere sia elevata se poi, a conti fatti, lo studente italiano non è in grado di risolvere semplici problemi con la stessa qualità degli studenti stranieri, né il problema può ricadere solo in capo alle aziende che non fanno il dovuto aggiornamento professionale. Ma il problema della scuola italiana è molto più profondo e difficile, e non compete al tema di questo post.