Che il mondo della politica italiana (soprattutto ma non solo) stia attraversando una fase di regresso è risaputo… Che nonostante Mani Pulite (ma lo erano quelle dei giudici che allora conducevano le indagini?) forse non è mai cominciata una Seconda Repubblica pure… Che tutti siano ossessionati dalla “concertazione” un po’ meno. In effetti il verbo concertare è una delle parole d’ordine attualmente più in voga: ogni decisione va concertata con gli alleati, e prima di essere presa bisogna che tutti siano d’accordo. Ma, dal momento che da tutti quanti arriva il monito di avere una politica più veloce, efficace e incisiva, siamo sicuri che tutto questo concertare sia sempre la via migliore? Personalmente non ne sono sicuro, e proverò a spiegarlo con alcuni esempi.
In base alle attuali leggi, ogni volta che bisogna fare un’opera di interesse nazionale bisogna sempre scontrarsi con tanti soggetti a vari livelli: innanzitutto con gli alleati di coalizione (si pensi alle continue opposizioni ideologiche della sinistra estrema), poi a scendere con le regioni, le province ma soprattutto con i comuni, per non parlare delle comunità montane e loro simili. La nazione ha bisogno di un rigassificatore? Facciamolo, ma non sul mio territorio. La nazione ha bisogno di una discarica? Facciamola, ma non sul mio territorio. La nazione ha bisogno di un’arteria di collegamento importante con il resto d’Europa? Facciamola, ma non sul mio territorio. Questo atteggiamento, altrimenti noto come “fenomeno nimby“, è figlio di un errato concetto di concertazione, di accordo a tutti i costi. Se ad un amministratore gli si ricorda che l’interesse nazionale viene prima dell’interesse privato, probabilmente vi sentirete rispondere che invece è più importante il contrario, oppure che lui fa soltanto il suo lavoro, e tanti saluti.
Prendiamo ad esempio un caso limite, più banale: gli imbrattatori delle città, che “artisticamente” chiamiamo writers. Sapete perché non esiste alcun modo di fermarli , di impedire che rovinino interi quartieri se non anche centri storici? Perché impedire che si sporchino i muri significherebbe allo stesso tempo togliere lavoro a chi quei muri li deve pulire (e spesso sono aziende amiche degli amministranti), togliere lavoro a tutta quella schiera di sociologi, di filantropi, di critici d’arte, di associazioni culturali, alle quali appartengono tutti quei personaggi che campano su quello che chiamano disagio giovanile e di cui sparlano in dibattiti televisivi, in finti premi artistici, e chi più ne ha più ne metta. Tutti questi personaggi sono, in soldoni, voti elettorali, e se sparissero i writers o quanto meno venissero confinati lì dove meritano (periferie et similia), con chi si dovrebbe discutere, con chi si dovrebbe “concertare” per risolvere il problema? D’altronde, un problema risolto è un problema di meno, e si sa che meno problemi si hanno, meno si ha bisogno di gente che li risolva. E questo alla politica non può andar bene, perché la politica vive anche sulla necessità di piazzare amici, amici degli amici, financo amici degli imbucati, e non si può certo mandarli a lavorare nei campi o a spazzare le strade, per questi lavori ci sono gli extracomunitari o al massimo i laureati che non sono amici di nessuno, neanche degli sconosciuti…
Ancora recentemente, tornando più strettamente sul piano politico, ho sentito giovani di AN che dicevano (in soldoni): «Non si può far nascere un partito dalla sera alla mattina, c’è bisogno di concertare tra gli alleati». E perché? Per fare quel pastrocchio che a sinistra hanno chiamato PD e a capo del comitato romano di appoggio a Veltroni per la segreteria dello stesso hanno messo quel giovinotto di Oscar Luigi Scalfaro? Queste pirlate lasciamole fare alla sinitra, che ci si trova a suo agio: la destra doveva agire e farlo in fretta, doveva rispondere prontamente a quell’accelerazione che l’Ulivo ha dato al partito unitario in un momento nel quale il Governo veleggia sempre più verso uno stadio terminale. Concertare significa perdere anni di dibattiti estenuanti e inconcludenti, dove tutti avrebbero voluto ricevere il proprio personale tornaconto, a cominciare da coloro che si sentono già successori di Berlusconi.
Dobbiamo tornare ad un Paese dove cosa fare non venga deciso da una comunità montana, da due senatori del Sud Tirolo, da un partitino che ha raccolto lo 0,3% alle ultime elezioni. Ma per fare ciò, non bastano riforme elettorali, non bastano leggi di iniziativa parlamentare di dubbia utilità (impedire ai parlamentari indagati di candidarsi è astrattamente giusto, ma concretamente spero la gente si renda conto di quale potere politico si offre alla magistratura, e per di più lo si fa su un piatto di platino), serve una nuova concezione della res publica, serve una nuova concezione di cosa sia lo Stato, di quale siano i suoi interessi, e del rapporto che i cittadini devono avere con lo stesso: ricevere servizi e assistenza lo si può fare soltanto se la macchina burocratica funziona, ma per farla funzionare non possiamo più andare avanti con la concertazione sempre e ovunque, anche perché concertare, “in politica”, significa dare una fetta di torta a tutti quanti possibilmente ad ognuno in egual misura, cosa che in definitiva significa che per lo Stato il piatto rimarrà sempre vuoto. E quando il piatto è vuoto, lo Stato bussa ai cittadini per riempirlo, e credo che gli italiani lo abbiano capito fin troppo bene dall’andamento della tassazione ogni volta che un governo amante della concertazione come quello di centrosinistra finisce al potere. Non che nel centrodestra si sia immuni da atteggiamenti di questo genere, ma ciò richiederebbe altro spazio e altro tempo che non voglio portare via al gentile lettore che fin qui è arrivato.
Alla prox.




