Famiglia: laicisti vs. cattolici?

12 maggio 2007 di Simone82 Leave a reply »
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famiglia

Sembrerebbe proprio di sì. Ho volutamente utilizzato la parola “laicisti” al posto di “laico” per evitare la grande confusione (voluta e programmata per altro) che l’utilizzo scorretto della lingua italiana ingenera nei lettori. Infatti, anche io come cattolico che non fa parte delle istituzioni ecclesiastiche SONO un laico, ma NON sono un laicista, che è colui che vuole a misura dell’uomo soltanto la propria razionalità , sottomettendola per altro ai propri desideri.


Oggi pomeriggio a Roma si è celebrato il Family Day, una festa per il riconoscimento di una maggiore e migliore politica sociale per le famiglie italiane, e soprattutto per la riaffermazione del fatto che lo Stato Italiano è fondato sulla unione di un uomo e di una donna legati nel vincolo del matrimonio. Ovviamente, non poteva mancare la contromanifestazione a P.zza Navona intitolata “Coraggio laico”, per affermare i diritti delle coppie di fatto e omosessuali e per celebrare l’anniversario del divorzio in Italia (quasi che si debba gioire del fatto che le coppie arrivino a questa estrema ratio) . Nella realtà , il solito becero scontro tra cattolici e novat ha prodotto come risultato lo scontro politico e ideologico delle due fazioni, con l’immancabile dose di confusione che ne è seguita, tanto on-line (ma su questo non avevo dubbi) quanto soprattutto in televisione, che dovrebbe essere il mezzo di comunicazione di massa maggiormente attento a rendere chiari i contenuti che propone e più “libero” dei giornali (perché sottoposto a minori pressioni editoriali) nel proporre i contenuti stessi. Questa mattina inoltre, mentre andavo a fare la spesa (eh sì, vivendo soli ogni tanto tocca fare anche questo!), sui manifesti del Family Day ho trovato cartelli attaccati del tenore “La famiglia uccide”, “Il 90% delle violenze sulle donne avviene all’interno delle famiglie” (con l’aggiunta a penna “e sui bambini”), e così via seguitando. Così ho compreso appieno il grado di qualunquismo, di dilettantismo e soprattutto di ignoranza che certa ideologia e certe fazioni politiche possono raggiungere in quella che loro chiamano «una battaglia di civiltà», espressione che non commento pubblicamente per non urtare la sensibilità  di chi legge, onde evitare che rimanga offeso. In un precedente post avevo cercato di rispondere ad alcune questioni che erano state sollevate a suo tempo; nella stretta attualità  sono stati presentati altri temi, dunque si rende necessario un nuovo commento. Vorrei innanzitutto partire dai manifesti di cui sopra.

È vero che il 90% delle violenze sulle donne (e sui bambini) avviene nella famiglia?
NO. «Un gruppo di ricercatori della Rutgers University (USA) ha dimostrato che su 4 bambini nati da coppie di fatto, 3 soffrono per la rottura dell’unione dei loro genitori prima dei 16 anni di età , e rimangono a vivere con un solo genitore. S. Brown, della Bowling Green State University (Usa), ha documentato che i figli delle coppie di fatto subiscono disordini psicologici (asocialità , depressione, difficoltà  di concentrazione) più frequentemente rispetto a quelli degli sposati. In più, il tasso di violenza domestica è molto più alto tra le coppie di fatto che tra quelle coniugate e la depressione è 3 volte maggiore tra i conviventi che tra gli sposati. Sono dati impressionanti, purtroppo sconosciuti ai più, ma significativi per motivare un giudizio negativo sui Pacs». Inoltre, da uno studio pubblicato nel 2000 nei Paesi che qualcuno ritiene più civilizzati, è emerso che «gli uomini che convivono sono 4 volte più infedeli dei mariti, e le donne conviventi tradiscono 8 volte di più delle mogli» (cfr. M. Gallagher – L. Waite, The Case for Marriage, Doubleday, 2000). Tradire non è una violenza morale nei confronti del proprio partner? Inoltre, da una recentissima indagine dell’Istat (dati aggiornati l’11 maggio), emerge che tra le 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni intervistate telefonicamente «il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner, [...] il 24,7% da un altro uomo» e che «la violenza fisica è più di frequente opera dei partner (12% contro 9,8%), l’inverso accade per la violenza sessuale (6,1% contro 20,4%) soprattutto per il peso delle molestie sessuali». Poi, mentre tra le mura domestiche le violenze sono più gravi, si sottolinea come la maggioranza delle violenze sia non denunciata, e che «il 21% delle vittime ha subito la violenza sia in famiglia che fuori, il 22,6% solo dal partner, il 56,4% solo da altri uomini non partner». «I partner, attuali ed ex, sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati, e subiti per paura delle conseguenze» e che «tra gli autori della violenza al primo posto si collocano gli ex mariti/ex conviventi (22,4%), seguiti dagli ex fidanzati (13,7%), dai mariti o conviventi attuali (7,5%) e infine dai fidanzati attuali (5,9%)». Nei rapporti Istat si parla quindi di violenza domestica in generale, non di violenza nella famiglia tradizionale: quindi siamo di fronte al tipico atteggiamento di ribaltamento dei risultati tanto caro alla sinistra estrema e massimalista, che per far passare come “civile” la propria ideologia, non esita a fare caciara con i dati. Da rilevare poi il dato che la maggior parte delle violenze avvengono nella casa della vittima e che le donne più colpite sono quelle separate e divorziate, seguite dalle nubili e infine dalle coniugate e dalle vedove, che le ragazze sono maggiormente vittima di violenze sia fisiche che sessuali e che le donne più colpite sono quelle che hanno un partner violento anche al di fuori della famiglia. Rimane infine da considerare che 1 donna su 4 (circa il 25%) subisce violenza da un uomo non-partner, che tale violenza sia in primo luogo sessuale e che «le vittime dei non partner sono meno spesso multivittimizzate di quelle dei partner». Sono dati sempre e comunque allarmanti, ma ancora più allarmante è che si utilizzino dati taroccati che giustamente colpiscono i lettori per attrarli verso la propria ideologia. Fonti: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/ http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=1771

Perché voi considerate come famiglia soltanto quella naturale?
Per un semplice motivo. Tanto nella costituzione italiana, quanto nell’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Onu nel 1948, oggi accettata da tutti gli Stati della terra e ripetuta in molti altri documenti internazionali, nell’art. 23 del patto sui diritti civili e politici, siglato nel 1966, nell’art. 10 del patto internazionale del 1966 sui diritti economici, sociali e culturali, nell’art. 16 della Carta sociale europea del 1961 e in molte Costituzioni nazionali, si trova scritto che «la famiglia è il nucleo fondamentale della società e dello Stato». Inoltre, la famiglia connota quello specifico in grado di accogliere la vita: ma, se è possibile che all’interno della famiglia naturale possa accadere che due persone non siano in grado di procreare, ciò è “naturalmente” escluso per le coppie omosessuali. La famiglia naturale è una istituzione che è sempre esistita, fin dagli albori dell’uomo, perché soltanto l’unione fisica di un uomo e di una donna è in grado di conservare nel tempo la specie umana (ergo, “naturale”). Il fatto che l’avanzamento tecnologico e scientifico rende possibili altre forme di procreazione, non parifica forme di famiglia alternative a quella naturale: si tratta di costruzioni culturali, né più né meno, frutto dunque della moda e della cultura del tempo. Ma, mentre la natura resta, la moda e la cultura passano, quindi ciò che oggi può apparire un bisogno, domani potrebbe non esserlo più se si mettessero in atto politiche familiari che rendono nuovamente appetibili le unioni stabili (civili o religiose non importa). “Famiglia” inoltre è parola che deriva dal latino familia, cioè il complesso degli schiavi che stanno sotto un dominus (in tal senso derivato dal latino famulus, asservito, sottomesso, obbediente), particolarmente come personale di una famiglia e parte di essa, quindi traslato, tutti i componenti di una casa, l’intera casa stessa, che comprende membri liberi e schiavi, i beni mobili e immobili. Si tratta quindi di una istituzione governata da regole e vincoli precisi, che hanno a loro volta regole e vincoli precisi nei confronti di uno Stato, quindi diritti ma anche e soprattutto doveri. Tornerò più avanti su questo punto.

Ma così facendo voi penalizzate i bambini, che tanto vi stanno cari, delle coppie di fatto, e penalizzate le coppie stesse, in quanto composte da donne e uomini che non hanno diritti! Voi in pratica negate diritti civili che dovreste invece condividere!
NO.
Non è così. I bambini vengono tutelati dalla legislazione in qualunque stato giuridico essi si trovino, quindi tanto se nati nel matrimonio quanto se nati fuori dal matrimonio. Mentre nell’antica legislazione romana vi erano distinzioni ben precise a riguardo dello stato giuridico del bambino. Anche per quanto riguarda il secondo punto NON è così. Infatti, alla base dei promotori delle unioni alternative viene portata l’esigenza di legalizzare diritti che altrimenti sarebbero assenti, di non discriminare chi non vuole legarsi nel matrimonio, etc. etc. Tutte cose NON vere. Per entrare nello specifico di alcuni casi: «l’art. 6 della L. 392/78 sulla disciplina delle locazioni degli immobili urbani, stabilisce, dopo l’intervento integrativo della Corte Costituzionale (n. 404/88) che in caso di morte del conduttore, nel contratto gli succedono non solo il coniuge, gli eredi, i parenti e gli affini con lui co-venti, ma anche il convivente “more uxorio”. La stessa sentenza ha deciso che nel caso di cessazione della convivenza, se vi siano figli naturali, l’alloggio può restare al convivente insieme ai figli anche se il conduttore sia altro convivente». Poi, «quanto all’eredità : è vero che il convivente non è per ciò stesso erede, ma assolutamente nulla vieta che egli sia nominato tale, come qualsiasi altra persona, mediante testamento, ben si intende, limitatamente alla quota disponibile». Sulla pensione di reversibilità il discorso è più complesso: «la Corte Costituzionale ha detto che la pensione di reversibilità non è un diritto umano fondamentale (Corte Cost. 461/2000) e che la sua attribuzione esige una certezza di rapporto che solo il matrimonio può dare». Questo perché il sistema previdenziale italiano è già al collasso e renderlo succube di facili quanto davvero poco controllabili e contrastabili frodi non appare come la migliore idea possibile… Queste sono soltanto le principali “obiezioni” che si vorrebbero contro il non riconoscimento delle coppie di fatto. Le presunte discriminazioni sono tali soltanto per chi non conosce il codice civile, ma come dicevano già i latini moltre centinaia di anni fa, “ignorantia legis non excusat“: alle tante altre che se ne potrebbero fare, come i diritti riguardanti il processo penale, i prelievi e i trapianti di organi, etc. etc., già attualmente il diritto civile garantisce il cittadino in quanto tale. Non c’è alcun bisogno che vengano riconosciute forme di matrimonio derivanti da prodotti ideologici e culturali per acquisire diritti che sono già esistenti. Il riconoscimento di tali coppie si configura in definitiva come nient’altro che il riconoscimento alla libertà sessuale dell’individuo: si vogliono i diritti del matrimonio senza i vincoli del matrimonio stesso, si vuole far passare l’idea dell’antichità di questa ultramillenaria istituzione, una banale cerimonia, si vuole far passare l’idea che il rifiuto di questa istituzione abbia un valore positivo e collettivamente riconosciuto. Tutte cose contro le quali si dovrebbe essere tutti uniti: come provocatoriamente disse un giornalista qualche tempo fa commentando la situazione delle scuole italiane, “non ci si può scandalizzare se una 14enne a scuola si gloria di fare atti sessuali espliciti davanti all’uditorio se poi ha una madre che ogni settimana si porta in casa un uomo diverso”. La libertà sessuale non può essere confusa con una deriva sessuale: sempre più oggi ci si trova di fronte a 20enni molto precoci che dicono di non credere più nell’amore, e questo non mi sembra certo il frutto di una società sessualmente repressa, una società che io per primo non voglio ripristinare, ma che non voglio sostituire con una società che ha come fondamento dei rapporti umani il sesso invece che l’amore. Fonti: http://www.mpv.org/a_281_IT_12261_1.html

http://www.avvenireonline.it/NR/exeres/C8DB82FF-773D-4D77-A9DD-30501449CD4D.htm

Ma perché il Vaticano si arroga il diritto di fare politica, di fare ingerenza sui politici di uno stato laico? Perché il Vaticano vuole infilarsi nel letto di tutti quanti?
Il Vaticano, in quanto istituzione che lavora a fianco, con l’uomo e per l’uomo alla costruzione di una società migliore, ha tutti i DIRITTI e i DOVERI di esprimere i suoi pareri e le sue opinioni sulle politiche sociali portate avanti da tutti i Paesi del mondo (quindi non soltanto dall’Italia). Il Vaticano parla ai cattolici, esattamente come pretendete voi che faccia: poi si può essere o non essere cattolici, ma non si può pretendere che il cattolico voti contro la propria morale. Ci possono essere, ovviamente, cattolici che votano secondo coscienza sulla base di ciò che serve ad uno Stato, ma quanto si “combattono” nient’altro che battaglie culturali, il cattolico può e deve essere difensore della propria cultura. Non vi sono discriminazioni (tant’è vero che contro i DiCo si pongono anche persone atee e varie personalità non cattoliche che non condividono tale disegno di legge), perché ognuno è libero di vivere secondo i propri bisogni, secondo i propri desideri, secondo le proprie necessità e secondo le proprie volontà: ma tutto ciò non può costituire di per sé un diritto inalienabile al riconoscimento legale di tali desideri e tali volontà, dal momento che esse sono frutto della moda e del tempo. Una legge è sì frutto del bisogno collettivo, ma crea anche cultura: una giusta legge è quella che si pone come obiettivo il bene della società a lungo termine, non a breve termine. Il fatto che la famiglia sia in difficoltà (ma poi è veramente così? È in difficoltà per suoi intrinseci motivi, o per la mancanza di politiche familiari adeguate?) non può essere un buon motivo per distruggerla: in una società consumistica si è abituati e buttare e sostituire ciò che si rompe o si danneggia, ma non è ammissibile applicare questo concetto alla vita delle persone. Quindi, nessuno impedisce alle coppie di fatto di essere tali e di vivere come tali, agli omosessuali di avere le pari opportunità che DEVONO avere come esseri umani cittadini di questo Stato; ma ciò non costituisce fondamento, ripeto, alla richiesta di legalizzazioni di comportamenti che non si configurano come un bene a lungo termine per la società nel suo complesso. Semmai, si assiste sempre più frequentemente a tentativi vari di fomentare lo scontro con la Chiesa, di creare inutili tensioni, di fare ingerenza nei suoi confronti arrogandosi il diritto di dire cosa la Chiesa deve pensare, di come deve dirlo, di quando deve dirlo.

Ma perché bisognerebbe impedire il desiderio di maternità e di paternità insito in ognuno di noi, tanto negli etero che negli omosessuali? Questa è una discriminazione bella e buona, e non vi sono motivi validi per non eliminarla!
Nella società odierna è invalso l’uso di pensare che ad ogni desiderio “degli adulti” debba corrispondere una legge, un riconoscimento giuridico. I bambini quindi diventano estensioni del proprio desiderio: anteporre il desiderio personale ai diritti dei bambini è il più grave crimine che l’uomo possa compiere, un crimine contro se stesso e contro l’umanità. I politici, ai quali interessa soltanto il voto per mantenersi in vita al potere, pensano che un bambino tanto più è piccolo, tanti meno diritti ha, tanto più è piccolo quanto più è in grado di adattarsi alle situazioni che gli vengono imposte. In realtà, i dati a nostra disposizione (sistematicamente ignorati e nascosti perché scomodi a certe “battaglie di civiltà”) dimostrano esattamente il contrario.
In Gran Bretagna, «il tasso di divorzi si è stabilizzato dal 1980, e il continuo aumento del numero di famiglie che crollano andando a colpire i bambini, è dovuto alla dissoluzione di coppie conviventi. La maggior parte di queste coppie è meno stabile rispetto ai matrimoni, in quanto sono doppiamente più soggette alla separazione».
I bambini adottati da coppie omosessuali hanno una alta probabilità di soffrire di gravi disturbi psicologici, di avere bassa autostima, maggiore propensione alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi (cfr. S. Deevy: “When mom or dad comes out”, Journal of Psycological Nursing 27 (1989), p. 34) per almeno cinque motivi:

  1. assenza della figura materna/paterna;
  2. brevità  dei legami omosessuali (dato dimostrato dallo studio di due ricercatori omosessuali, D. McWirther e A. Mattison, The male couple, Reward Books, 1984) che si riduce ad un anno e mezzo nella media con i maschi gay che hanno mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto principale (cfr. M. Xiridou, “The contribution of steady and casual partneships to the incidence of HIV infection among homosexual men in Amsterdam”, Aids 17 (2993), pp. 1029-1038);
  3. in Olanda, Paese dal clima molto tollerante sotto il profilo della libertà  sessuale, gli omosessuali hanno alta probabilità  di avere salute peggiore e problemi psicologici che si ripercuotono sui bambini (il tutto è ovviamente pubblicato in riviste scientifiche);
  4. l’ulteriore violenza che si viene a creare nei bambini usciti già  da storie di violenza e di sofferenze: l’adozione da coppie non analoghe a quelle precedenti costituisce di per sé una ulteriore difficoltà  (cfr. X. Lacroix, In principio la differenza. Omosessualità , matrimonio, adozione, Vita e Pensiero 2006);
  5. il bisogno del bambini di avere punti di riferimento certi, di divisione nei ruoli, di sapere “chi fa che cosa” e “da chi mi posso aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare quell’altro” (cfr. G- Lobbia – L. Traforini, Voglio una mamma e un papà . Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione, Ancora 2006). La stabilità  offerta dal matrimonio e la certezza dei ruoli di una coppia eterosessuale quindi. Ma se il matrimonio può crollare, è comunque contratto da due persone che si sono prese l’impegno di superare i momenti di difficoltà  e superare le tensioni; le coppie conviventi non si sono impegnate in nulla, quindi non hanno alcun obbligo in tal senso, né morale né giuridico.

Se una coppia si comporta esattamente come richiede un vincolo matrimoniale, non si capisce perché non debba contrarre questo vincolo. Non si capisce neanche perché chi non vuole legarsi tramite un pezzo di carta, debba volerne un altro più “vantaggioso” dal punto di vista dei diritti personali: lo Stato deve riconoscere giuridicamente ciò che si impegna nei suoi confronti per farne fondamento della propria società, non chi si impegna nei confronti del proprio ego e viene soltanto attratto dalle mode ideologiche e culturali.

Rimane però il fatto che in ogni caso la nostra richiesta non va a discriminare nessuno: chiunque è libero di vivere come meglio crede! E poi, perché noi dobbiamo essere sempre gli ultimi? Le altre grandi democrazie del mondo hanno già da anni l’ordinamento che noi vogliamo in Italia!
È proprio questo il problema. Non ha futuro alcuno la società che costruisce il proprio “modus vivendi” soltanto sulla base del proprio desiderio. Non ha futuro una società che non vuole avere una morale comune, che non vuole avere un’etica comune, che lascia tutto e soltanto alla libertà e all’idea del singolo decidere per sé e per gli altri. Non ha futuro la società individualista, perché genera persone egoiste che non hanno obiettivi, non hanno speranza, che passano su questa terra soltanto per fare una cosa, che intendono i rapporti con l’altro soltanto al fine di. Tutto questo sta diventando fin troppo evidente al giorno d’oggi, sta diventando evidente negli allarmanti messaggi sul disagio giovanile, negli allarmanti messaggi sull’aumento dell’uso di alcool e droga. Ma non s’era detto (ovvero, voi non avevate detto) che una società più libera è una società più felice? È davvero una società felice la nostra con tutte le libertà che si è preso dopo aver trasformato la propria morale in una coperta che oggi non copre una cacca di topo e domani riveste il mondo intero, oppure era più felice quella di tanti anni fa, che aveva sì qualche limitazione di troppo, ma almeno aveva un obiettivo, aveva dei valori, aveva il rispetto della vita?
Questo interrogativo introduce la risposta alla successiva tua domanda: tralasciando sempre il commento sull’espressione “battaglie di civiltà”, sono davvero migliori le società  francese o svedese (per citare due Stati molto ma molto laici)? I Paesi nordici sono luoghi in cui il tasso di alcolismo e di suicidi è il più alto d’Europa. Sono Paesi che dopo anni di laicismo spinto, stanno riscoprendo il fatto religioso: in Svezia ad esempio torna ad essere molto seguito il giudizio degli uomini che hanno un credo, in particolare quello cristiano, aggiungendo poi che una delle più seguite agenzie di informazione on-line è una agenzia cattolica (precisamente la Katolsk Observatör) che si dichiara d’orientamento tradizionale e vicino a Roma.
Infine, personalmente non mi convince affatto l’idea che un Paese debba diventare una copia di un altro Paese, oppure che ciò che ha uno Stato deve averlo anche un altro: ognuno ha la sua storia, ha la sua cultura e DEVE ragionare sulla base di queste, DEVE valutare ciò che è meglio per la propria società  sulla base di queste, perché ogni società  è il risultato della sua evoluzione e delle sue idee. Chi può dire se davvero Francia e Svezia siano meglio di noi? Ci sono Stati nel mondo che hanno regolato il matrimonio tra un uomo e una scimmia: la cosa potrà  far sorridere, potrà  sembrare irriverente, a noi. Vogliamo arrivare a quel punto con la scusa che altri Stati hanno regolato tale desiderio, tale volontà  dell’uomo? Spero proprio di no.

Da ultimo, sulle non discriminazioni delle coppie di fatto, si potrebbe continuare a discutere. Ma credo di aver parlato già  fin troppo, quindi lascio ad un grande filosofo del nostro tempo, Giacomo Samek Lodovici, l’esprimere questo concetto: http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=11619

Fonti: http://www.avvenireonline.it/Famiglia/Documenti+e+Rapporti/20060112.htm

http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=55661

http://www.mpv.org/downloadDoc.php?f=dca%5F19958%5F1%5FDico%2Epdf&id=19958&r=2

http://www.forumfamiglie.org/tema.php?tema=Di.co.&numero_tema=95

Alla prox.

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