Di nuovo i Di.co.

17 marzo 2007 di Simone82 Leave a reply »
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Come promesso qualche tempo fa, dopo gli accantonamenti e le crisi del Governo, si torna a parlare dei Di.co., tanto nella società quanto nella politica.

I Di.co. sono la versione italiana dei PACS francesi: sono i “diritti dei conviventi” redatti in modo che diano un colpo al cerchio (le esigenze delle coppie di fatto), e uno alla botte (dover mantenere il voto dei cattolici). Per questo sono politicamente inutili, perché redatti male, in una forma che la semplice, ma ragionata, modifica del codice civile forse sarebbe risultata migliore. Già nel mio precedente intervento mi chiedevo quanto fosse utile una legislazione ad hoc di tal genere, a quali esigenze risponda e se tali esigenze non possano essere risolte in un altro modo. Ora torno sull’argomento con qualche dato più pratico, cercando di rispondere anche ad alcune questioni sollevate nel dibattito nazionale.


1) I Di.co. servono a difendere i diritti individuali.
Questi sono i punti che sostanzialmente si prefigge di risolvere la legg: a) assistenza per malattia e ricovero; b) decisioni in materia di salute e in caso di morte; c) permesso di soggiorno; d) assegnazione di alloggi di edilizia pubblica; e) successione nel contratto di locazione; f) agevolazioni e tutele in materia di lavoro; g) trattamenti previdenziali e pensionistici; h) diritti successori; i) obbligo alimentare.
Così come proposti dal disegno di legge, questi diritti individuali sono perfettamente risolvibili tramite una modifica del codice civile, come molti esperti del settore asseriscono. Per altro, come ad esempio nel caso del punto a, già la Corte di Cassazione ha stabilito in una sentenza il diritto della convivente di accedere alla cartella clinica del suo partner: ciò significa che non serve una legge ad hoc per regolamentare alcune questioni pratiche come questa. Per altro, mi viene in mente perché due fidanzati, due ventenni che stanno insieme da 4 anni ad esempio senza però convivere, non possano fornirsi reciproco aiuto in tal senso, soprattutto nei casi disagiati nei quali la famiglia del malato è impossibilitata a seguire direttamente gli eventi. Non è anche questa una discriminazione, nella quale si introduce il concetto di amore di serie A e amore di serie B? Secondo il ragionamento adottato per i Dico, parrebbe proprio di sì. Inoltre, non tutti giudicano positivo il fatto che nel disegno di legge si parli di coppie conviventi senza specificare altro: conviventi potrebbero essere due vecchiette che si aiutano nei reciproci bisogni, ad es. Da una giurista italiana che lavora in Inghilterra è arrivato un plauso a tale soluzione, da un giurista italiano che lavora in Italia invece no.

2) Anche gli uomini dello stesso sesso hanno diritto a riconoscimenti formali.
Nulla da eccepire, a meno che non si intenda parificare il concetto di famiglia, ma su questo punto tornerò in seguito.

3) Oramai siamo l’unico Paese in Europa a non avere una legislazione simile.
E quindi? Possiamo anche essere l’unico Paese nel mondo a non averla, non capisco quale sia il passaggio logico che ci impone di dotarci di una norma soltanto perché presente anche negli altri Paesi. Se tutti gli Stati si dotano della pena di morte, cosa facciamo???

4) Il successo di tali unioni negli altri Paesi deve far riflettere.
Di nuovo, e quindi? A parte che sul successo negli altri Paesi si potrebbe avere anche qualche dubbio. E non mi sembra si possa dire (come pure a volte si legge), che negli altri Paesi l’individualismo liberista abbia prodotto società felici, anzi a giudicare dai dati a nostra disposizione sembrerebbe proprio il contrario. Ma non è tanto questo il problema di fondo da affrontare, quanto il fatto che la società italiana è assolutamente sui generis nei confronti degli altri Paesi, per storia, cultura e tradizione: affermare che un modello che ha avuto successo altrove possa averlo anche qui da noi è assolutamente fuorviante e un tantinello illogico.

5) La carta dei diritti umani dichiara che…
La Dichiarazione dei diritti umani non ha assolutamente alcun senso all’interno della discussione. Ai punti 1) e 2) la Carta dichiara che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. [...] Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione». Ciò significa che tale Dichiarazione si applica a tutte, tutte, tutte le persone che vivono su questo pianeta, e che dunque la stessa non fa alcuna differenza neanche a livello politico. Cosa c’entra tale Dichiarazione con il matrimonio alle coppie di fatto o ai gay? Fondamentalmente sembrerebbe nulla, a meno di non dichiarare il codice civile italiano e la Costituzione italiana inadempiente di fronte alla Dichiarazione ONU (ma non mi risulta che tale Dichiarazione costituisca un vincolo in tal senso). Il matrimonio, specificamente, è trattato all’art. 16:

Articolo 16

  1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.
  2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
  3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

La Dichiarazione ONU dunque specifica chiaramente che la famiglia è fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, senza distinzione di razza, cittadinanza o religione. Non vi si specifica anche di sesso, per tanto appare chiaro (almeno a me) come anche in tal caso il matrimonio venga espressamente riferito all’unione di un uomo e di una donna. Perché lo Stato sarebbe in difetto nel riconoscere come famiglia soltanto l’unione tra uomo e donna, cioè l’unione che l’uomo insegue fin dagli albori della sua presenza sulla Terra? Qui non si parla di discriminazione: non si vuole impedire ai gay di vivere, di amarsi tra loro, di camminare liberamente per le strade, di accedere al mondo del lavoro, di essere rispettati come esseri umani. Lo Stato Italia ha semplicemente stabilito che l’unica forma di famiglia che riconosce è quella naturale costituita da un uomo e da un donna. Poi, tutti dobbiamo operare per la concessione dei diritti civili, come l’assistenza a quella del malato, l’affitto, etc. etc. Per quale motivo l’amore di due persone è tale soltanto se si sposano? Quale miglioramento alla loro condizione apporta il matrimonio? Mi sento di condividere in tal senso le parole di un noto gay, Stefano Gabbana, che qualche mese or sono così si è espresso: «Io sono stato sposato per vent’anni e non ho mai firmato nessun contratto. Non occorre secondo me firmare un contratto per essere fedeli. Non occorre andare in comune, scambiarsi gli anelli. Sì, se ti piace fare una grande festa, falla, ma il matrimonio gay è una sorta di caricatura». Lo stilista ha poi aggiunto che anche il matrimonio tradizionale è una sorta di caricatura, soprattutto oggi che viene vissuto con molta disinvoltura. Sull’adozione poi è ancora più duro: «Un bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Io non posso pensare alla mia infanzia senza mia madre. E ritengo che sia crudele togliere a una madre il proprio bambino».

Il caso Francia

Prendiamo ora ad esempio il classico caso portato avanti dai favorevoli. Dai dati disponibili su internet, emergono diversi fattori contrastanti tra di loro. Si dice ad esempio che in Francia i PACS sono stati un successo. Qualche dato:

  • nei primi tre anni, furono registrati circa 65.000 contratti, dei quali sciolti già il 7,2%. Per completezza, si aggiunge che i matrimoni durano in media 14 anni, e che nel 2000 si registrarono 304.000 unioni matrimoniali.
  • nel 2005, l’Insee (Istituto di Statistica) comunicava che le coppie “pacsate” erano 60.200, con il 13% di rotture sul totale generale; i matrimoni tradizionali continuano ad essere molto più alti, 278.000.
  • con il passare degli anni, è aumentato il numero di coloro che si rivolgono ai PACS mentre è diminuito quello di coloro che si rivolgono al tradizionale matrimonio.

Dal punto 1) si evince un parametro importante: la poca flessibilità della legge francese. Infatti, il nodo principale come emergeva nel 2003 era il problema della proprietà congiunta e della responsabilità comune per i debiti, un problema che all’epoca era evidentemente estremamente inviso alla maggioranza delle coppie francesi conviventi (2milioni), che sceglievano di gran lunga il matrimonio. Ma sebbene i meri numeri diano ancora ragione al matrimonio, è in ogni caso preoccupante la tendenza emersa con il punto 3), che sconfessa apertamente chi sostiene che i PACS non sono né un simil matrimonio né possono in qualche modo contribuire al suo decadimento. Contribuiscono eccome, se li si fa passare come forme alternative di famiglia.
Una nota di colore: nei primi anni, sui giornali francesi si potevano leggere orgogliosi annunci di PACS soprattutto omosessuali, fra quelli matrimoniali; già nel 2003 tali annunci erano scomparsi.

La situazione in Italia
Cosa ci dice l’Istat in proposito alla situazione italiana? Ci dice che nel 2004 i matrimoni sono stati 250.764, circa diecimila in meno rispetto all’anno precedente: numero che corrisponde al minimo storico per l’Italia. Nel 2005 il numero dei matrimoni misti ha raggiunto il 12,5% del totale (250.968). I matrimoni civili, in aumento, sono arrivati al 32,4% dei casi, mentre i divorzi al 15% e la percentuale delle seconde nozze al 10%. A differenza della Francia poi, la media del divorzio in Italia scende drasticamente: 4 anni. Ci si sposa sempre più tardi (anagraficamente parlando) e si divorzia sempre più prima (in termini di durata). Aumenta il numero delle coppie di fatto, intendendo con questa parola una «modalità di formazione alternativa a quella del matrimonio» (parole del rapporto Istat): oggi siamo a poco più di 500.000 coppie di conviventi. Aumenta inoltre il numero dei figli al di fuori del matrimonio (ca. 15%). Così sintetizza questa situazione Aurora Luisardi, avvocato matrimonialista: «La famiglia vive sempre meno sulle idealità, sugli affetti e sulla complicità dei suoi componenti: le persone si scelgono, si innamorano e si sposano troppo spesso nella diffusa inconsapevolezza che si va a costruire una piccola società, nella quale l’amore gioca il ruolo dell’amministratore unico, certamente indispensabile ma non sufficiente da solo a reggere “finchè morte non separi”. [...] Credo che spesso si eviti il matrimonio per una questione economica e di insicurezza verso il futuro. Oppure ci si unisce con una mancanza di progetti». Detto da una persona che si occupa giornalmente e per professione di questioni matrimoniali, il dato è ancora più preoccupante. Da ciò si evincono due fattori ed una conclusione logica: le aumentate difficoltà economiche per le famiglie (che la Finanziaria di centrosinistra ha acuito invece di lenire), unitamente ad una cultura di fondo che idealizza l’amore oltre ogni più ragionevole senso e sentimento, creano una situazione italiana nella quale nel momento in cui bisogna produrre il massimo sforzo per salvaguardare il pilastro dello Stato secondo la Carta Costituzionale stessa, si producono forme alternative che vadano a sostituirlo: come dire, siccome la famiglia fondata sul matrimonio è in crisi, invece di aiutarla ne creiamo un’altra, attraverso una legge che non è né carne né pesce né arrosto, ma solo fumo.

Per approfondire:

Riconoscere le convivenze? Art. dell’Osservatore Romano del 14/01/2006

Indice Istat sui matrimoni

Il matrimonio in Italia: un’istituzione in mutamento Nota informativa dell’Istat del 12/02/07

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Documentazione sui PACS da fattisentire.net

Approfondimento sul tema Di.co. Forum delle Associazioni Familiari

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