Eccomi dopo una settimana dal mio precedente intervento su questo stesso argomento tornare a parlare del problema “violenza nel calcio”. Si è spesso sentito dire che il Governo non poteva fare diversamente, che le misure prese sono ottime, che quello che era possibile fare nell’immediato è stato fatto. A giudicare da quanto è accaduto alla ripresa del campionato, tanto di questo “entusiasmo” per aver trovato la via verso la risoluzione definitiva del problema andrebbe quantomeno ridimensionato.
È vero, non ci sono stati scontri all’interno delle strutture, e sicuramente è un punto di partenza da tenere fermo (ma come poteva essere diversamente alla ripresa?). Ma a quale prezzo? Al prezzo che molti stadi rimangono chiusi, e come sempre viene penalizzata la parte sana del pubblico sportivo, la parte che entra in uno stadio soltanto per applaudire una giocata di Kakà , un cucchiaio di Totti, un’azione devastante di Adriano, che vi entra per passare un pomeriggio con la propria ragazza o con la propria famiglia (almeno con i figli), condividendo un momento di festa. Tutte queste persone sono le vere colpite dalle ultime decisioni.
Ma i risultati concreti, quelli veramente utili sono arrivati? A Roma e Torino, due stadi dischiarati a norma, i tifosi hanno contestato il minuto di silenzio in memoria delle ultime vittime della violenza nel calcio, e in particolare in memoria di un servitore dello Stato qual’era l’ispettore capo Filippo Raciti. A Bergamo un petardo è stato lanciato dall’esterno all’interno dello stadio (il tifoso, tra l’altro con precedenti, fortunatamente è stato identificato e denunciato). A Verona (stadio a porte chiuse) quattro tifosi interisti (sic!) sono stati trovati in possesso di petardi definiti “pericolosi”. Quale tornello e quale biglietto nominativo avrebbe evitato questi atti osceni e vergognosi? E nelle categorie minori, quelle NON toccate dal decreto? Un arbitro picchiato da un giocatore argentino al “Viareggio”, un altro arbitro aggredito nei dilettanti, una megarissa tra dirigenti con tanto di spranghe e transenne utilizzate per colpire… E questa non è che la crema, ciò che giornalisti e televisioni hanno scovato nei meandri del dilettantismo calcistico italiano.
Il tutto risulta, purtroppo, come una chiara conferma di quanto già da me espresso in precedenza: il problema non è il calcio, né è nel calcio. Il problema è CULTURALE, e riguarda quelle frange estremistiche ed ideologiche che ogni giorno combattono la loro personale battaglia contro lo Stato identificandolo nelle forze dell’ordine, in particolare nella Polizia. E un problema culturale si risolve soltanto con una programmazione alla base della società italiana, e richiede un tempo molto lungo perché se ne possano vedere gli effetti (almeno 10-15 anni) su larga scala, e deve vedere impegnato ogni organo istituzionale, dalla scuola alla famiglia, spesso la prima responsabile delle devianze e dei problemi dei giovani ragazzi di oggi, incapace di comunicare con loro e di dare gli strumenti critici necessari che consentono di discernere il giusto dall’errore in una società sempre più individualista e narcisista.
Cosa fare intanto nell’attesa di questo lungo periodo? Ha ragione forse Blasi a dire che la chiusura degli stadi è un atto dovuto: ma penalizzare i cittadini, gli abbonati, è una misura eccessiva se reiterata nel tempo, che, come detto, non preclude che certa gente possa ancora entrare e/o comunque manifestare il proprio distorto pensiero. Tra l’altro la legge è facilmente aggirabile, perché ogni società che ha meno di 7500 abbonati potrà tranquillamente abbassare la capienza del proprio impianto sotto questa soglia e poter di conseguenza “aprire le porte”.
Ma mentre vengono fermamente attuate le misure del decreto Pisanu, al quale troppo spesso e troppo a lungo molte società minori hanno fatto spallucce, lamentandosi del decreto adesso dopo tutte le loro dimenticanze (altri casi, come quello di S. Siro, sono più complessi), altre che potrebbero essere più utili e immediate non vengono neanche prese in considerazione:
1) penalizzazione per responsabilità oggettiva delle società ;
2) dotare gli steward degli strumenti e delle prerogative necessarie per poter fermare determinati individui all’interno dello stadio;
3) dotare la polizia dei necessari strumenti antisommossa, a cominciare dagli idranti per finire con le pistole a pallottole di gomma;
4) dotare gli stadi, oltre che di cancelli e tornelli, di adeguate strutture di detenzione temporanea.
Vogliamo il modello inglese? Cominciamo a prenderlo alla lettera e interamente, perché nel modello inglese la responsabilità oggettiva ha funzionato eccome, mentre qui in Italia si dice in giro che costringe le società a porre il fianco ai ricatti di determinati gruppi di “tifosi” organizzati. Ma questo è un altro problema, di cui non è possibile parlare adesso. Come non è possibile soffermarci ora sulla violenza nel calcio in altri Paesi del mondo che, come vedremo, fanno sembrare il comprensorio degli stadi italiani come il luogo migliore per un pic-nic…
Alla prox.




