Ma quale Climagate, è solo la scoperta dell’acqua calda!

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23 novembre 2009 No comments »
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Se lasci una pentola a bollire sul fuoco e te ne dimentichi, prima o poi capita qualcuno che passando vicino sentirà il rumore dell’acqua che bolle e avvertirà tutti dicendo: «Toh, l’acqua sta bollendo, buttiamo la pasta?». Lo scandalo che potrebbe avere conseguenze gravissime sul futuro immediato della scienza climatica non è infatti altro che la prova provata che qualcosa nel circolo mediatico del Global Warming non andava: da sempre, la principale accusa dei cosiddetti “scettici” (una categoria che per la verità coinvolge troppe persone per essere usata seriamente, poiché fa di tutta l’erba un fascio) è stata quella di aver reso la scienza climatica un arma al servizio della politica, la quale brandendola avrebbe ottenuto il consenso dei cittadini per gestire centinaia di miliardi di dollari in “azioni di contrasto”. Quando la politica trova il modo di gestire una massa immensa di soldi, tutti si dovrebbero preoccupare: invece ha vinto l’inconscio, l’instinto di conservazione di chi, di fronte alla minaccia di una catastrofe imminente e quasi irreparabile in grado di cancellare ogni cosa vivente sul pianeta a causa delle attività umane, sta lasciando che queste persone dall’alto di una poltrona decidano delle nostre vite sulla base di evidenze scientifiche che nella migliore delle ipotesi ancora non esistono. Poco tempo fa, per l’ennesima volta, un ricercatore italiano che lavora negli USA ha elaborato una teoria scientifica fondata su dati reali che spiega in maniera convincente come la maggior parte del GW sia causato dall’attività solare. Di giorno in giorno aumentano le certezze sul fatto che i modelli climatici calcolati al computer dagli scienziati che poi li usano per fare del catastrofismo sono per lo più sbagliati: temperature che non crescono, ghiacciai che non si sciolgono, dati che non coincidono, risultati non corrispondenti alla realtà dei fatti (gli unici dati realmente oggettivi sul riscaldamento globale sono quelli satellitari, i quali dimostrano come le teorie di questi scienziati sul riscaldamento via CO2 siano per lo più fantasiose).

Così, le persone ignoranti in materia che non hanno il tempo di informarsi seriamente (e che non hanno neanche la capacità per comprendere queste informazioni), si affidano a gente come Al Gore, ai gruppi ambientalisti ideologizzati, a certa sinistra che pensa solo a come gestire sempre più denaro, e la frittata è fatta. La boiata pazzesca del GWA è stata perfino suggellata da un Premio Nobel per la Pace, concesso per mettere una pietra miliare su un tema che già nel 2007, alla presentazione del terzo documento dell’IPCC, cominciava a scricchiolare seriamente.

Lo scambio di email che è stato divulgato attraverso un atto che di per sé è criminale (quando un cracker, e non un hacker come si legge sui giornali, viola un server privato e protetto e ne diffonde il contenuto, si è infatti di fronte ad un atto illegale), non rappresenta dunque in alcun modo un Climategate: rappresenta soltanto la prova provata di una scienza deviata che cerca il consenso del pubblico taroccando i dati, aggiustandoli nel miglior modo possibile e presentandoli corredati da una serie di insulti e di improperi verso chi non la pensa come lei: così, chi solo tenta di controbattere a queste ipotesi con altre ipotesi viene tacciato di essere addirittura un nemico dell’umanità, una persona venduta a petrolieri e multinazionali senza scrupoli che vogliono continuare i loro profitti. Quante volte abbiamo sentito screditare scienziati e ricercatori dietro i quali vi erano petrolieri e multinazionali del tabacco o chissà cos’altro che finanziavano le loro ricerche per lo 0.x% e per questo andavano cestinate? Molte, troppe volte per chi ha seguito il dibattito nel corso di questo decennio del nuovo millennio. Buoni vs. cattivi, i salvatori dell’umanità vs. i Lex Luthor della situazione.

I cittadini hanno due strade: prendere consapevolezza una volta per tutte di questa immane presa per i fondelli, e proteggere il pianeta nel miglior modo possibile, attraverso l’applicazione delle nuove tecnologie e prendendo coscienza vera di una vera civiltà e cittadinanza ambientale; oppure far finta di niente e lasciare che politici ed organizzazioni ideologizzate spillino centinaia di miliardi da distribuire a chissà chi per far finta di risolvere un problema senza in realtà risolverlo (anche perché non è possibile risolvere qualcosa di cui non si è causa), in modo da poter continuare vita natural durante a spillare altre centinaia di miliardi. Io preferisco la prima strada, perché solo una civiltà tecnologicamente avanzata e realmente cittadina del mondo potrà lasciare l’unico pianeta che ha a disposizione ai suoi figli e nipoti in condizioni ancora decenti. L’evoluzione della Terra e dell’universo in generale se ne è sempre sbattuta di chi vivesse sul pianeta: incredibili cambiamenti climatici ed estinzioni di massa ne hanno caratterizzato la vita, il problema è che oggi non ci sono più i dinosauri ma una specie animale che ha coscienza di quello che le succede, ecco perché le cose sono un tantinello più complicate: la nostra civiltà è cresciuta e si è sviluppata all’interno di un brevissimo periodo temporale in cui inevitabilmente la stabilità climatica era garantita. Ma gli anni, i decenni, i secoli passano, e la Terra continua a fare il suo corso: in realtà sono gli ambientalisti ad alterare l’evoluzione terrestre con le loro teorie sulla conservazione ed il contrasto (la Terra non si conserva, ma evolve), mentre il compito di oggi è studiarne gli effetti ed essere preparati al cambiamento. Mettiamocelo in testa, non vivremo per sempre in questa era: presto o tardi torneremo in una nuova era glaciale ed a quel punto quale sarà la soluzione di questi intelligentoni? Brciare tutto il petrolio fino all’ultima goccia per contrastare l’abbassamento delle temperature ed evitare la ritirata delle acque che potrebbero trasformare Venezia in una città gelata a chilometri dalla costa?

Per chi mastica l’inglese invitiamo a seguire l’ottimo blog di Steve McIntyre ClimateAudit, mentre per seguire la vicenda in italiano fate riferimento al blog giornalistico ClimateMonitor. Su TheReferenceFrame invece una serie di link dal quale scaricare i dati in oggetto. Magari, per una volta, un atto illegale potrebbe trasformarsi in un atto di servigio all’umanità ed alla vera scienza, affinché si torni a studiare seriamente il clima terrestre ed a dibattere in maniera neutra sui dati che vengono fuori, perché solo così si avanza nella conoscenza, non taroccando i dati ad uso e consumo dei politici parrucconi.

Un pezzo di storia:
Proteggiamo i nostri blog dall’assalto sinistrorso

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23 luglio 2008 1 comment »
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Mi sono accorto negli ultimi giorni che i blog collegati all’aggregatore del Popolo della Libertà è assalito da assatanati sinistrorsi che riempiono i nostri posts di commenti falsi e tendenziosi, conditi da bassa propaganda politica. Alcuni sono figli di Di Pietro (ci si accorge subito di loro, dal modo in cui scrivono), altri sono figli di Veltroni (ancora ci credono?), altri ancora sono apolidi della sinistra uniti dal loro spirito antiberlusconiano (chissà cosa faranno dal 2013 in poi). In questo, sono assolutamente fedeli alle linee del direttivo del partito, che fin dal 1947 ha insegnato ai suoi ad essere capillarmente presenti sul territorio: da qualche anno il territorio si è in parte trasferito sul web, ed è stato subito colonizzato. Camelot ha denunciato che sull’aggregatore OkNotizie, il social network di news curato da Alice, i suoi posts vengono negativizzati dai compagni, il blog di Aurora86 è assalito in netta prevalenza da questi uomini della sinistra, senza praticamente nessuna copertura di destra. Dobbiamo reagire, e abbiamo due strade per farlo:

  • ereditare la mentalità colonialista della sinistra, che è poi il progetto di Berlusconi con il costituendo partito del PdL, che prenderà il via agli inizi del 2009
  • commentare in massa i nostri blog, commentarci a vicenda, per sfiancare questo assalto alla radice

L’altra strada passa, per chi ha tempo e capacità di farlo, nell’essere presenti nei vari aggregatori (tipo Technorati per intenderci), per evitare che l’informazione sia di sinistra. Ci bastano i giornali come Repubblica a falsificare le notizie, spostando, occultando, minimizzando di volta in volta i risultati ottenuti dal Governo (si veda quanto accaduto per la spazzatura di Napoli, egregiamente descritto da Camelot nel suo blog). Bisogna cercare di riequilibrare l’informazione in rete, per quanto possibile.

Dal canto mio, ho già iniziato un’opera di divulgazione di documenti video ufficiali sul canale di YouTube, creando l’apposito lettore La TV della Libertà, raggiungibile al seguente indirizzo:

http://it.youtube.com/view_play_list?p=041079A76E3BE7A3

che potrete integrare nei vostri blog tramite il codice del player liberamente prelevabile qui di seguito da inserire come semplice html:

<object width=”746″ height=”413″><param name=”movie” value=”http://it.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFN6pwJHBK30w4Y3WYoEm5oZvn8q8f1mbRM=”></param><embed src=”http://it.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFN6pwJHBK30w4Y3WYoEm5oZvn8q8f1mbRM=” type=”application/x-shockwave-flash” width=”746″ height=”413″></embed></object>

Il canale viene regolarmente aggiornato, ogni settimana (tempi di creazione dei video permettendo) con le conferenze stampa del Consiglio dei Ministri, dei singoli Ministri e con i più ragguardevoli interventi dei parlamentari di destra nei due rami del Parlamento.

FACCIAMOCI SENTIRE!!!

Your email:

 

La sinistra squadrista e mafiosa: così l’università forma i giovani

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22 novembre 2009 1 comment »
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Che nell’Università ci sia una predominante aria di sinistra è noto perfino ai sassi: la cultura ed il potere di formare i giovani è per lo più in mano ai tesserati dei partiti rossi usciti fuori dai soviet post ‘68 e dal PCI formato anni ‘70 e ‘80, solo apparentemente riformatosi sotto le nuove vesti dei DS prima e del PD ora. Ma che la base dello studentato moderno sia fondamentalmente rappresentato dalle sigle della sinistra, Collettivi e Centri Sociali in primis, anche questo è noto perfino ai sassi: sono loro quelli che manifestano 363 giorni all’anno (gli altri 2 li passano a sbronzarsi dalle fumate e dalle ubriacature più forti del solito dopo Capodanno e Ferragosto), sono loro la sparuta minoranza che si arrogano il diritto di rappresentare gli studenti scendendo in piazza contro il Governo, sono loro che li ritrovi in 500 in piazza e poi leggi sui giornali che sono 150.000. Sono anche gli stessi che riempiono forum e blog delle peggiori nefandezze su Berlusconi, che scendono in campo insieme a Saviano contro il Dittatore e la mafia, che immagino un futuro dall’imprinting ateo-socialista, con l’assistenzialismo di Stato, gli imprenditori in galera ed il potere alla classe operaia (una volta lo chiamavano comunismo, poi dopo che il mondo ne ha conosciuto orrori e violenze ne hanno cambiato nome). Erano loro che 30 anni fa costituivano i movimenti terroristici rossi a partire dalle BR, sono loro oggi che le BR se le fanno in casa: vanno da Santoro a deprecare l’omertà mafiosa di chi sa ma non parla, poi riempiono le università di manifesti con scritto “infami” e picchiano quelli che denunciano le loro violenze ed i loro soprusi. Combattono la mafia di Cosa Nostra e della Camorra, ma sono loro stessi una mafia “collettiva”, giacché agiscono e si comportano esattamente come loro, ragionano come loro, costruiscono un sistema in cui non è concesso un pensiero diverso da quello loro. Ciò che avviene alla Statale di Milano con l’avallo evidente delle autorità accademiche, Rettore Decleva in primis, è ciò che finisce sui giornali, ma è ciò che avviene in tante università d’Italia senza che ciò finisca sui giornali. Renato Farina racconta questa storia di mafia e violenza che gli studenti di sinistra portano avanti da giorni dopo che qualcuno si è ribellato a quello che loro chiamano “esproprio proletario” ma che è a tutti gli effetti un atto criminale che la legge e lo Stato dovrebbe punire senza pietà ma che, come al solito, c’è sempre qualche giudice compiacente che interpreta il codice come meglio gli fa comodo.

In questi giorni a Milano si stanno palesando due Italie, anzi tre. La prima Italia è quella di alcuni studenti (di Comunione e Liberazione) dell’Università Statale di Milano. Raccontiamo cosa fanno. Lo fanno da tanti anni, dagli anni ’70. Invece di bruciare ciò che non gli va, costruiscono qualcosa. Studiano, sostengono i loro compagni di studi, aprono cooperative librarie, trovano appartamenti per i fuori sede, sono molto uniti, fanno anche politica, il tutto in nome di un ideale cristiano molto concreto. Lo dicono, ma si vede anche. Questo cattura fiducia, e anche molti risentimenti, c’est la vie. Fanno anche un’altra cosa: le prendono. Nel senso che sin da quarant’anni fa il metodo insegnato da don Giussani (essere presenti, essere se stessi, condividere i bisogni del prossimo) fa girare le scatole ai compagni, che menano. Spranghe eccetera. C’è stato qualche anno di tregua. Ma ora l’odio è ritornato, un odio tronfio, da picchiatori matricolati.
Questa Italia numero 1 ha il sostegno del popolo che lavora, delle famiglie che fanno fatica a mandare i loro ragazzi a studiare, magari senza neanche troppe prospettive. Questi ragazzi somigliano a quelli che aprono le piccole fabbriche artigiane al mattino presto, e cercano di inventare le strade di un certo benessere e di una vita buona. Drammatica come è drammatica la vita, ma buona. Con il desiderio di essere utili.
Passiamo alla seconda Italia. Questa Italia è quella degli sfaccendati, e siccome l’ozio è il padre dei vizi, loro li hanno tutti, in primis l’invidia, l’ira e l’accidia. Ma anche l’avarizia: gli altri lavorano, loro insaccocciano. In questo caso si dicono anarchici (figuriamoci) di un collettivo che si chiama «La ringhiera». Costoro giorni fa hanno praticato un esproprio proletario, il più cretino di tutti, perché non ha avuto per vittime le multinazionali del commercio, ma i loro colleghi che però hanno il difetto di alzarsi prima dell’alba e tirare su le saracinesche. Giovani che hanno il torto di darsi da fare e di non ringhiare. Tutto ciò è insopportabile per questi pirati urbani, i quali sono entrati nella cartolibreria chiamata Cusl (Cooperativa universitaria studio e lavoro), si sono fatti 800 fotocopie, e hanno preteso di pagare come a Chicago: con i cazzotti, sbraitando alla Al Capone. Erano convinti di farla franca. Sicuri di esercitare il potere della paura. Invece i ragazzi di Cielle hanno fatto quello che i cittadini debbono: denuncia. Nessuna omertà. La polizia ha verbalizzato, compresi i nomi dei denuncianti; e sono seguiti gli arresti, presto peraltro seguiti da scarcerazioni. Se rapini qualcuno, càpita persino in Italia di finire in galera.
Risultato: i cinque coraggiosi che hanno spezzato la catena di soprusi, peraltro tollerati dalle autorità accademiche, si sono ritrovati loro a essere trattati da banditi, circondati da manifesti e lenzuoli da Far West, con scritte tipo: wanted vivo o morto. Una vera taglia su di loro, considerati infami da estirpare dalla vita civile. Come se l’Università fosse Corleone sono apparsi striscioni dove quei ragazzi venivano indicati come gente che «nuoce gravemente alla libertà». Certo: alla libertà di rubare, alla libertà di essere violenti, e alla libertà di essere impuniti.

Da giorni, senza darla vinta alle intimidazioni dei guappi, i ciellini riaprono la cartolibreria. Dura poco: arrivano gli assaltatori, e la polizia fa chiudere per prudenza. I ragazzi di Cielle sono abituati a questo stato di cose. Hanno sempre resistito, non reagiscono con le stesse armi della teppa politica. Nei decenni dopo il ’68 è stata la loro presenza costruttiva, tenace, senza nessun giornale tranne il Giornale che li sostenesse, a impedire che le università diventassero giganteschi soviet gestiti da quelli che poi – quasi tutti i loro capi – hanno fatto carriera e ora pontificano di liberalismo e moralità in politica.
Gli pseudo-anarchici insistono, nel weekend c’è tregua, ma lunedì ricominceranno: capiscono che c’è un mare sporco dove gentaglia come loro può tranquillamente nuotare e azzannare, riscuotendo qualora fossero acciuffati – come ha scritto Paolo Del Debbio – la considerazione che si riserva agli eroi. Tale e quale i picciotti coi boss.
Ho detto che però c’è una terza Italia. Non so se è molto meglio di quella numero 2. È l’Italia del menefrego. Di quelli che lasciano fare e aspettano di vedere chi vince. Il rettore dell’Università Statale, un certo Enrico Decleva, osserva come un Principe sui cuscini di piume d’oca queste vicende, non muove un mignolo, non si espone in pubblico (almeno finora). Trasmissioni televisive tacciono, è un fatto minore? Be’, non ci va bene per niente.
Un tale, un consigliere regionale lombardo di Rifondazione comunista, Luciano Muhlbauer, rivendica addirittura queste aggressioni come reazione quasi dovuta. Opposti estremismi, ma la colpa per lui è di chi ha cominciato per primo, cioè si è rivolto alle autorità dello Stato. Ha detto Muhlbauer: «La denuncia dei collettivi è stata causata dalla denuncia esagerata di queste persone. In fondo gli avevano rubato 800 fotocopie, era un gesto politico. Facendo nomi e cognomi l’hanno trasformato in un gesto criminale». Ah ecco: è criminale fare i nomi, non rubare. Questa è la giustificazione ideologica dell’omertà e del linciaggio. Ma forse oggi è criminale anche lasciare queste notizie in fondo ai quotidiani, tacerne ai telegiornali. Permettere che queste acque di violenza vigliacca invadano l’università senza fare diga, senza scandalizzarsi, senza prosciugarla, sarebbe una resa non dei ciellini (quelli resistono), ma di tutti noi. Basta così.

Avete capito come funziona? Riunitevi in gruppi di 6-7 persone, mettetevi una khefia al collo e una maglia del Che addosso, entrate in un negozio, rubate quello che volete ma senza esagerare, dopodiché uscite con un paio di schiaffoni correttivi alla cassiera: tanto è un gesto politico, non un gesto criminale, e qualche politico nazicomunista e qualche giudice di egual natura pronto a difendervi ed a scusarvi lo troverete sempre…

Gigineddu flop: come De Magistris spreca i nostri soldi

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L’Italia è un Paese strano: si chiedono le dimissioni di uomini su cui vengono costruiti fantasiosi teoremi dagli avversari di turno, ma contemporaneamente si esaltano coloro che, costruendo quei teoremi, risultano essere i veri “criminali” della situazione. Pseudomagistrati che sfruttano i “pentiti” a loro uso e consumo, immacolati PM che sfruttano la loro posizione per finire sui giornali e mentre ancora indossano la toga si iscrivono ad un partito, ed in tutto questo abbiamo un Palamara segretario dell’ANM con lo sguardo costantemente rivolto altrove, ad ennesima riprova di come certe associazioni e certi sindacati deviati siano la vera rovina di questo Paese, coloro che lo hanno ridotto nel tempo ad essere l’avanguardia nell’Occidente del Terzo Mondo africano. Ecco allora una bella storiella su Luigi De Magistris, il nuovo anfitrione del giustizialismo immacolato italiano, tanto per ricordare ai suoi ferventi sostenitori chi stiano sostenendo in realtà, tanto per ricordare insomma (ma siamo sicuri che tutto sia inutile), la differenza che intercorre tra teorema giudiziario (quello che una volta si chiamava fumus persecutionis) e la giustizia vera che indaga sui criminali veri in silenzio e con olio di gomito.

Il gip del tribunale di Catanzaro ha archiviato la posizione dell’ex premier Romano Prodi indagato nell’ambito dell’inchiesta «Why not». La notizia non giunge inattesa, perché la stessa procura generale della città calabrese aveva chiesto l’archiviazione un anno fa: le accuse contro Prodi erano ritenute «generiche, vaghe e inidonee a fornire dati concreti su presunti favori a Saladino», cioè l’imprenditore che sarebbe il grande burattinaio della vicenda. Prodi non c’entrava con «Why not», così come Silvio Berlusconi era estraneo alle contestazioni rivoltegli dalla procura di Milano nel 1994 che lo costrinsero alle dimissioni. Caso chiuso anche per altre otto persone. «Why not» è l’inchiesta che ha portato alla caduta del governo Prodi. La istruì l’ex pubblico ministero Luigi De Magistris, ora eurodeputato dell’Italia dei valori e grande moralizzatore dell’italico suolo. Il pm indagò Prodi, il guardasigilli Mastella inviò gli ispettori, il fascicolo fu avocato, il magistrato trasferito, il ministro indagato al pari del vicepresidente del Csm, le procure messe una contro l’altra e subissate di avvisi e ricorsi, la poltrona del premier minata finché non saltò per aria. Ma quel botto fu contemporaneamente il trampolino di lancio per De Magistris. Lui che diceva di rifuggire la giustizia spettacolo subì una metamorfosi. Divenne un fenomeno mediatico, beniamino di Santoro & friends, ultimo (allora) epigono di quella giustizia-spettacolo inaugurata quando il pool di Milano affossò il decreto Conso sulla depenalizzazione del finanziamento pubblico ai partiti. De Magistris si trasformò nell’idolo di Grillo e Di Pietro, ennesima vittima del nuovo complotto di poteri occulti-massonerie-servizi deviati e chissà cos’altro. L’eroe fu trascinato a furor di popolo a Bruxelles, beatificato nel consesso dove siede anche Mastella e dal quale ora pontifica come un padreterno. Strada facendo, l’inchiesta «Why not» perde pezzi. Non è l’unico castello di carte giudiziarie eretto da De Magistris poi crollato. Inquisì la madre di una sua collega di tribunale, che fu prosciolta. Indagò il marito di un’altra collega: anche lui uscì immacolato. Il Consiglio giudiziario di Catanzaro bocciò la sua nomina a magistrato di Corte d’appello in quanto le sue «inconcludenti fonti di prova» erano in realtà «rapporti personali tra indagati». A Salerno è stato prosciolto da una cognata di Michele Santoro dalle accuse di abuso d’ufficio (indagò oltre i termini concessi) e concorso in diffusione di notizie coperte da segreto (nonostante incontrasse i giornalisti perfino a Eurodisney). Si è occupato di reati contro la pubblica amministrazione dal 1996, appena insediato a Catanzaro, ma nessuno dei suoi indagati è mai stato condannato per reati amministrativi. Ha fatto spendere montagne di soldi pubblici per consulenze che non hanno portato a nulla. Perfino Massimo Di Noia, avvocato di Tonino Di Pietro, chiese provvedimenti giudiziari contro il pm, soprannominato dagli addetti ai lavori (e ai livori) del tribunale calabro «Gigineddu flop». «I procedimenti da lui istruiti, di grande impatto sociale perché istruiti contro i cosiddetti colletti bianchi, erano quasi tutti abortiti con provvedimenti di archiviazione, con sentenze di non doversi procedere e con sentenze ampiamente assolutorie»: parole messe nero su bianco dal magistrato Bruno Arcuri del Consiglio giudiziario di Catanzaro, il quale ne propose di bocciare la promozione di De Magistris elencando «una serie numerosissima di insuccessi», di «procedimenti infausti e immotivati», di «errori evitabili ed evidenziati dall’organo giudicante», di «violazioni manifeste di legge, addirittura diritti costituzionali», di «tecniche di indagine discutibili». Una «patologia forse unica nel panorama delle iniziative di un pm». Nel 2003 De Magistris pose sotto sequestro due villaggi turistici a Botricello. Diciotto indagati. Un blocco di quattro anni con perdita dei finanziamenti europei già stanziati (nove miliardi di lire). Nel 2007 il gip Tiziana Macrì, la stessa che ha archiviato Prodi, prosciolse tutti lodandone «la condotta corretta e trasparente». Nel 2004 sequestrò un cantiere a Davoli Marina, subito dissequestrato dal tribunale della libertà. Nel 2007 mise i sigilli al centro turistico ecologico Marinagri: un investimento finanziato da Stato e regione, con opere per 100 milioni di euro, 47 imprese appaltatrici, 1.800 lavoratori. Tutto fermo perché il pm paventava inondazioni. Centinaia di famiglie della zona di Policoro rovinate dal sequestro hanno fondato l’associazione Vittime di De Magistris, con tanto di statuto, sito internet, rassegna stampa e recapiti telefonici. Magari domani si iscrive pure Prodi. Fonte

State pur certi che di queste cose, dalle parti di Santoro & Co., non ne parlerà mai nessuno… :roll:

Le fronde “partigiane” nella maggioranza: sarebbe ora di finirla

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14 novembre 2009 No comments »
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Gli accadimenti politici degli ultimi tempi sono la dimostrazione di quanto la discussione gossippara degli ultimi mesi stia dando i frutti di quanto avevamo fin da subito previsto: in Parlamento il dialogo tra maggioranza ed opposizione, se mai c’è stato, è defunto da un pezzo; nella maggioranza forse ci si crogiula troppo sul consenso popolare (che, si ricordi, è determinato anche da una sinistra totalmente inesistente); a livello sociale, si è perso il senso della misura della discussione politica, per cui oramai si vive solo giorno per giorno, senza nessuna lungimiranza, pensando soltanto a come affondare l’avversario di turno.

Questa grave situazione civile dell’Italia, che qui non si aveva avuto remore nel definire antidemocratica (e questo non certo per colpa del governo), esplode come sempre nel particolarismo partigiano: basta un po’ di confusione, e tutti cercano di arraffare il possibile per il proprio orticello. La manovra finanziaria “light” di quest’anno ne è stata l’ennesima dimostrazione: tutti, sinistra compresa, tentano di tornare al vecchio far west dell’assalto alla diligenza, in cui tutti, dato un testo base, possano recriminare la loro fetta di danaro ergo consenso politico (una mania questa che gli italici hanno ben imparato, essendo scritta nel dna fin dai tempi dei Romani). Non si può spiegare altrimenti il tentativo di disarcionare, senza mezzi termini, il Ministro Giulio Tremonti, reo di essere inflessibile sui conti pubblici italiani: se fosse per certi politicanti, di sinistra ma anche di destra, potrebbe anche schizzare al 150%, al 200%, al 1000%, tanto a loro cosa importa, l’importante è far vedere che “fanno”. È da troppo tempo che si è instaurato in Italia il concetto secondo il quale se qualcosa non funziona, basta ricoprirla di soldi: la giustizia non funziona? Più danaro… La scuola non funziona? Più danaro… Qualcosa non va? Più danaro… Peccato che quel danaro lo mettono i cittadini con le loro tasse, tanto per chiarire la faccenda.

In senato si è ieri conclusa la discussione sulla finanziaria 2010, che ricordiamo è una nota di variazione della vera finanziaria dello Stato, quel DPEF triennale varato nel 2008. Per un “errore”, ci si è dimenticati di discutere in commissione dell’istituzione della Banca del Sud, voluta da Tremonti e contenuta in un emendamento del relatore: così a questo giro non se ne farà niente, e la discussione è rinviata. Se il Ministro propone una manovra “light” da 200 milioni, è dalla stessa maggioranza che partono i siluri: Baldassarri (per altro uomo intelligente), propone una variazione da 37 miliardi di euro. Si, proprio così, 37 miliardi pari a 2 finanziarie e mezzo in regime normale (generalmente le finanziarie si attestavano sui 15-16 miliardi l’anno, cioè 1 punto del PIL), che dovevano servire a tagliare le tasse e ridurre la spesa. È lo stesso senatore a qualificare la sua azione “contro il superministro”, e questa a casa mia dove il dizionario esiste ancora si chiama fronda antiqualcuno o antiqualcosa. Oltre alla Banca spariscono anche 80 milioni che erano destinati alla ricerca nel senso più ampio del termine: bisogna mettersi d’accordo per capire a che gioco stiamo giocando, perché senza regole comuni si finisce che si lavora un anno per impiantare un certo tipo di discorso e poi al momento di quagliare si cambiano le carte in tavola. Su questo punto non c’è discussione, a Montecitorio quei soldi vanno rimessi nel testo, se non si vuole fomentare ancora di più lo scontro con un settore che è già sul piede di guerra perché gli si sta smontando il giochino dell’università come parcheggio di parenti, amici e raccomandati, che poi per forza di cose divengono precari e ritengono di avere il diritto di essere assunti dallo Stato pur senza aver dimostrato di essere realmente utili. Nella confusione generale, il testo ministeriale si salva in parte per pochissimi voti, ma passano 2 emendamenti del PD: 1 serve a tornare al far west, cioè il governo d’ora in poi potrà presentare solo uno “schema” di manovra e non più qualcosa in qualche modo vincolante. È così che, mentre senza soldi si stanno facendo ottime cose (si veda l’azione del ministro Brunetta ed il cambio di mentalità nel mondo dell’istruzione, dal ‘68 ad una scuola finalmente tale), quando bisogna mettere mano al portafogli tutti partono in quarta e nessuno rispetta più semafori e precedenze. Così, se qualche soldo in più nella tredicesima sarà soprattutto dovuto ad effetti congiunturali della situazione economica (inflazione più bassa e rivalutazione contrattuale), l’arrivo delle prime stime sullo scudo fiscale apre un vulnus che ho il terrore al solo pensiero di chi ci metterà le mani dentro. Voglio essere sincero e dire che pochissime volte mi sono sentito rassicurato dalla presenza della Lega, e questa è una di quelle volte.

Questa è la mia sensazione: che le vicende extra politiche del Cavaliere, per quanto in massima parte costruite ad arte da certa stampa di sinistra, abbiano dato buon gioco a chi nella maggioranza, Fini in testa, ha già lanciato la successione alla guida del partito: una successione non solo di uomini, ma proprio di gruppi e di idee. Come se, la campagna di Repubblica non avesse ottenuto effetti pubblici ma effetti dietro le quinte ben più devastanti: l’ultima parte della carriera politica di Silvio (per motivi evidentemente cronologici) ha dato la stura a chi vuole accorciare questa fase di transizione, disarcionando il 12° uomo più influente della terra (secondo Forbes) per via politica (ben sapendo che a livello popolare non ci sarebbe partita). Nel 2013 potremo ritrovarci con un PdL ad immagine e somiglianza di un AN diventato secolarista e socialista, con idee che più che “moderne” sembrano perbeniste e terzomondiste: se devo cominciare a votare l’UDC, cari amici del centrodestra, ditelo subito, almeno so che quelle idee sono già chiare, e non dovrò ritrovarmi a costruire un partito su delle fondamenta che porteranno ad elevato affatto differente. Se Berlusconi non riprende in mano la situazione e sbatte il pugno sul tavolo con l’espressione: “Cari minchioni, questo è il programma e questi sono i voti, ergo questo è quello che dobbiamo fare”, l’arrivo alle Regionali rischia di avere un atterraggio piuttosto turbolento. Ma questo gli viene impedito da un sistema (giustizia in primis, ma non ultima la “cara” Veronica) che sente di star per cominciare a raccogliere i frutti di una guerra totale cominciata qualche mese fa: “visto che noi – pensano – siamo così incapaci di batterti sul piano democratico, cominciamo a spalare cacca per distruggerti”. A tutti gli effetti si chiama colpo di Stato legalizzato, ed io credo che mai come questa volta anche il popolo debba fare la sua parte di contrasto a questi atteggiamenti eversivi: o si parla chiaro e tondo, oppure davvero è meglio tornare alle urne. Ma dopo, al primo che fiata 2 schiaffi correttivi come quelli che si danno ai bambini troppo discoli non glieli leva nessuno.

EDIT ore 23:00: prendiamo atto che il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha smentito categoricamente che vi sia stato il taglio di 80 milioni alla ricerca riportato dai giornali. Si sarebbe trattato di una confusione con un emendamento riguardante un vecchio taglio che nulla avrebbe a che fare con inesistenti ulteriori tagli. Partiamo da qui dunque affinché si lavori per aumentare i fondi a disposizione.

La giustizia è una piaga sociale dell’Italia, non di Berlusconi

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13 novembre 2009 No comments »
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Quando in Italia si parla di giustizia, il nome di Silvio Berlusconi viene fuori come fosse il fungo che spunta dopo la pioggia. Il binomio è oramai talmente stretto che manca poco verrà codificato in un dizionario: “giustizia, contrario di Silvio Berlusconi”. Aver vissuto questi ultimi 15 anni in Italia ha prodotto il seguente assunto: la giustizia è intoccabile perché se la tocchi favorisci Silvio Berlusconi. Io mi sono letto e riletto più volte la Costituzione per sapere se una legge, prima di essere approvata, debba essere passata al vaglio della lente che decide se è utile o no al Cavaliere, senza trovare nulla a tal proposito, eppure in Italia è così. Per di più, siccome la casta dei magistrati è diventata peggiore della casta degli arbitri di calcio, chiunque provi a mettere un po’ di ordine viene puntualmente indagato perfino nelle sue mutande, come successo a Mastella e Castelli, che dopo le loro proposte di riforma della giustizia sono finiti nei fascicoli di mezze procure italiane.

Per di più, dopo l’eliminazione dell’immunità parlamentare, a dimostrazione di come i giustizialisti a furor di popolo possano sfasciare un Paese, 2 governi sono caduti per inchieste infondate e basate sul nulla: il primo governo Berlusconi nel 1994 ed il secondo governo Prodi nel 2008. Berlusconi poi è stato indagato in maniera così alacre che se lo stesso olio di gomito fosse stato messo nell’ordinaria amministrazione della giustizia l’Italia sarebbe un Paese molto più pulito.

Eppure, ancora l’altra sera mi sono dovuto sorbire sul primo canale nazionale Luca Palamara, presidente dell’ANM: io chiedo solo una cosa, che Palamara si presenti in televisione e chieda scusa dello schifo di giustizia di questo Paese. È inaccettabile che ogni cosa che non funziona si imputi la colpa alla politica ergo a Berlusconi: è un giochetto che non funziona, infatti oramai queste argomentazioni da un orecchio entrano e dall’altro escono. Vespa l’altra sera ha ricordato come per non far finire in prescrizione Craxi si usò perfino il fax per trasmettere gli altri, onde evitare i ritardi delle buste postali; aggiungo io che per non far finire in prescrizione Berlusconi gli si è cambiato il capo d’accusa in corso d’opera; al contempo, il caso del signor De Benedetti è finito tranquillamente sul binario morto dei processi che finiscono per prescrizione. Subito Palamara si è sentito indignato: “Dott. Vespa mi vorrebbe dire che i magistrati stabiliscono come condurre le indagini in base al nome dell’imputato”? Sig. Palamara, ma lei pensa che noi siamo scemi che non lo capiamo da soli come funzionano certe cose? Ieri da Santoro il solito Travaglio ha chiesto a Belpietro: “Scusi ma come è possibile che se i magistrati napoletani arrestano i mafiosi sono vostri amici, se indagano Cosentino sono beceri comunisti?”. Lo dico io a TorqueMarco Travaglio: perché esistono 10 giudici leoni che combattono la mafia e 90 giudici fannulloni che pensano solo a finire sui giornali. Parola del PG Vincenzo Galgano, che definisce questi magistrati fanatici. Si moltiplicano sempre di più questo tipo di accuse: dal magistrato che si fa firmare un certificato medico di invalidità per andarsene a regatare in mare, al magistrato che spiega i trucchi su come evitare che una sentenza venga impugnata (basta riempire di fogli il faldone), ai magistrati che confessano di “militare”, e così via seguitando. E tanti saluti alle leggi ed alla Corte Costituzionale che ha deciso che il magistrato non deve solo essere imparziale nelle sue funzioni, deve anche apparire tale: quanti magistrati che indagano Berlusconi, i suoi uomini e più in generale la politica appaiono 100% o almeno 99% imparaziali?

Poi il colmo dei colmi: la giustizia in Italia non funziona perché il governo taglia i fondi. La realtà della malagiustizia italiana è rappresentata da questi dati, che dimostrano il degrado dell’amministrazione della giustizia in Italia, che dimostrano quanto sia diventata una piaga sociale. In Italia, anche a causa di errori tecnici e di distrazioni, ogni anno 200.000 processi finiscono per prescrizione, dall’estero non investono nel Bel Paese perché non solo non vi è certezza della pena ma non vi è proprio certezza che il processo si faccia, visti i tempi biblici di quanto dura e per i quali il nostro Stato si trova spesso a pagare multe della Corte Europea dei Diritti Umani. Quei dati sono la dimostrazione dello sperpero e del mal costume che avvolge l’italiota medio nell’amministrazione della risorsa pubblica: in Italia si spende come e più di altri Paesi, eppure si è anni luce dietro gli stessi.

Detto questo, mi si impone una riflessione su alcuni recenti accadimenti: il ddl della riforma del processo penale, che costringe entro i 6 anni (solo per gli incensurati e solo per alcune tipologie di reato) il completamento del processo, in particolare 2+2+2 nei tre gradi di giudizio, ha un non so che di non proprio convincente, in particolare per quanto riguarda i possibili rilievi di incostituzionalità che potrebbero essere sollevati. Nel suo percorso parlamentare andrà certamente modificato: non me ne può fregar di meno se questa legge avvantaggia Berlusconi, solo e soltanto a patto che avvantaggi tutti i cittadini. Bisognerà tornare su questo argomento. Il secondo aspetto riguarda la vicenda Cosentino: il sottosegretario all’economia e possibile futuro governatore della Campania si trova al centro di indagini per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa elaborata a partire da dichiarazione di alcuni soliti pentiti che diventano tali solo quando vengono arrestati. I fatti risalirebbero addirittura alla prima metà degli anni ‘90 del XX secolo, o per meglio dire non si sa esattamente a quando risalgano, visto che la memoria del pentito è alquanto ballerina, giacché cambia la sua dichiarazione ogni volta che gli viene fatta notare una incongruenza. Nonostante questo per il PM risulta vangelo, e quando il suo partito non si decide a rimuovere la sua candidatura, tanghete arriva bell’è pronta una richiesta di arresto preventiva, in attesa di accertare se questa presunta collusione con la camorra sia ancora in corso.

Personalmente ho profonda paura di un Paese in mano alla magistratura, nelle cui file si celano personaggi deviati e fanatici che sentono il dovere di fare il bello ed il cattivo tempo della politica, per cui non è più il popolo ma sono loro a scegliere quanto deve durare un governo e chi deve essere candidato alle elezioni. Detto questo, un ragionamento sulla posizione di Cosentino andrebbe indubbiamente condotto, così come la vera riforma della giustizia sarebbe questa: d’ora in avanti, qualunque magistrato di ogni ordine e grado che commette errori, verrà declassato, avrà lo stipendio decurtato fino alla radiazione totale dai pubblici uffici, con crescente grado di punizione. Per i parlamentari si reintroduce l’immunità, se si vuole copia-incollata dalla norma attualmente vigente nel Parlamento Europeo e votata anche da quella sinistra (come Santorescu e compagnia bella) che in Italia al solo sentirne parlare si straccia le vesti come i sacerdoti davanti a Gesù: ma al tempo stesso un bel regolamento per cui se tu vuoi entrare in politica devi dire a me cittadino cosa hai fatto nella vita, quali sono le tue frequentazioni abituali, qual’è il tuo livello culturale (una sorta di questionario come quello vigente negli USA), e così via seguitando. Si riorganizzi anche la distribuzione territoriale dei tribunali per recuperare ulteriori risorse, ma si stabilisca anche che se dentro un tribunale i fondi vengono spesi male io le mani te le taglio. E solo di fronte ad un codice di questo tipo che regoli l’attività del magistrato sono pronto a sostenere il principio per cui non solo chi è condannato, ma anche chi è indagato non ha l’accesso a cariche pubbliche: una norma del genere, tanto cara a Di Pietro, e che io estenderei almeno ai parenti di primo grado, se venisse approvata prima di tutto ciò rischierebbe di diventare un vulnus terribile per la democrazia, perché si legalizzerebbe l’azione fanatica di alcuni magistrati.

Il problema è che ci troviamo di fronte a due caste, che si pestano i piedi a vicenda ma che stanno bene attente a non pestarseli al loro interno. L’Italia è un Paese che va brutalmente picconato: non è la civiltà a dire che un impiegato pubblico deve usare cortesia verso i cittadini, bisogna imporlo per legge. Allora, imponiamo per legge quanto detto sopra, si vedrà che non ci sarà bisogno del processo breve (e neanche del Lodo Alfano) e soprattutto la giustizia smetterà di essere una piaga sociale di questo Paese.

EDIT 14/11:2009: segnalo questa intro dell’editoriale di Sergio Romano sul Corriere, che fotografa bene l’attuale situazione della politica italiana, a rischio naufragio in mare aperto.

Se fosse possibile scegliere tra la riforma della giustizia e una delle tante riforme di cui il Paese ha bi­sogno (pensioni, sistema fiscale, educazione, funzione pubblica) non avrei alcun dubbio. Sceglierei senza esi­tare la riforma della giustizia. Le cause civili sono interminabili e la durata dei procedimenti sta procurando danni irre­parabili, tra l’altro, all’economia nazio­nale. L’obbligatorietà dell’azione penale è l’alibi che copre la di­screzionalità dei magistra­ti inquirenti. Molti procu­ratori hanno ambizioni pubbliche che stravolgo­no la loro funzione origi­nale. Le indagini hanno talora un sapore politico o un senso dello spettaco­lo che nuoce alla loro cre­dibilità. Il Consiglio supe­riore è un parlamento in cui sono rappresentate correnti ideologiche. Un organo sindacale, l’Asso­ciazione nazionale magi­strati, agisce come una lobby e cerca di condizio­nare la decisione delle Ca­mere. Ripeto: se l’Italia vuole rimettere ordine tra i poteri dello Stato e restituire ai cittadini la fi­ducia nelle istituzioni, occorre partire dalla riforma della giustizia. Molti dei voti dati al centro-destra sono dovuti al­la sua promessa di agire su un terreno in cui i governi di centro-sinistra sono stati esitanti e, alla fine, carenti.


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