Origini della critica testuale

L’influenza culturale di Alessandria fu di enorme portata non solo come erede del mondo greco classico, ma anche e soprattutto come punto di incontro fra questo e il giudaismo prima e il cristianesimo poi.

La fondazione risale al 332 a.C., quando Alessandro Magno, dopo aver conquistato l’Egitto, decise di costruire quella che sarebbe diventata la città epicentro della cultura ellenistica, crocevia di istituzioni e imprese culturali che ebbero spesso il primato nel loro genere. Fu anche la patria della traduzione greca della Bibbia ebraica, la cosiddetta “Septuaginta” (LXX). Per obiettività storica, dobbiamo ricordare come Alessandria si trovasse in un paese, l’Egitto, di antiche tradizioni [1] di cultura e di sapienza che i Tolomei seppero rispettare e continuare.

«La presenza della Biblioteca fornì la materia prima e lo scopo per lo studio del testo dei classici greci, perché si proponeva di raccogliere e conservare materialmente per i posteri il patrimonio culturale della Grecia classica», ricorda la prof.sa Passoni Dell’Acqua. È bene anche aggiungere come il concetto stesso di classicità provenga dalla scuola filologica alessandrina: sulla base della classificazione di Callimaco (nei celebri ) specialmente Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia determinarono quali autori sia necessario conoscere distinguendoli come classici. Questa operazione certamente portò alla distruzione di molti testi antichi, ma grazie ad essa furono lette e copiate le opere che ci sono pervenute, e non c’è motivo di dubitare che vennero scelte le migliori.

Bisogna aggiungere che la nascita della filologia non può essere anteriore al IV secolo a.C., perché la materia prima di cui cerca di ricostruire la storia e di ristabilire la forma originaria, il libro, appare proprio in quest’epoca: ancora nel IV secolo infatti Platone preferiva esprimersi attraverso il discorso orale più che scritto.

La filologia alessandrina si caratterizza per la sua disposizione critica di fronte alla tradizione e per l’autonomia di giudizio da presupposti filosofici o retorici: l’accertamento a cui viene sottoposto il testo è fondato su ricerche linguistiche, storiche e antiquarie [2]. Come è possibile intuire, il primo autore che venne studiato a fondo fu Omero: «Attraverso il confronto tra i vari esemplari a disposizione si sceglieva la lezione migliore caso per caso, in base sia all’autorità dei testimoni (la nostra “critica esterna”) sia alla coerenza di stile e di pensiero rispetto al resto dell’opera (la nostra “critica interna”)» [3]. Comparvero i primi segni convenzionali, antenati dei segni diacritici usati da Origene per il suo studio critico del testo dell’Antico Testamento (gli Hexapla) e attualmente dai filologi nelle edizioni critiche.

Ovviamente venivano redatti i “commentari”, opere a scopo esegetico che servivano ad illustrare i problemi testuali, interpretativi, linguistici, mitologici, storici, geografici e così via posti ad ogni citazione del passo originale e richiamati tramite il lēmma; comparvero anche le prime “monografie”. A partire dal III sec. a.C. l’attenzione si estese alle opere in poesia: fu il più grande filologo dell’antichità, Aristarco di Samotracia, ad inserire nelle indagini filologiche le opere in prosa, curando un commentario ad Erodoto.

Il Fraser distingue tre fasi nella storia della filologia alessandrina del periodo tolemaico: il periodo di formazione, che va dalla fondazione della Biblioteca alla fine della direzione di Eratostene; il periodo di sviluppo, che coincide con l’opera di Aristofane di Bisanzio e di Aristarco di Samotracia; il periodo di declino che comincia con la partenza di Aristarco e dure fino alla fine della dinastia lagide [4].

Non è questo il luogo per esaminare più a fondo i personaggi fondatori della filologia antica: da parte nostra basti il ringraziamento per averci tramandato migliaia di testi che sarebbero stati altrimenti sconosciuti. Bisogna tuttavia aggiungere che l’opera di critica e di esegesi dei filologi alessandrini sembra che non abbia avuto un grande influsso al di fuori della stretta cerchia degli “addetti ai lavori”, non riuscendo ad influenzare la tradizione dei testi che circolavano comunemente.

Inoltre, l’incendio che colpì la Biblioteca di Alessandria nel 4 a.C., benché non si conoscano con precisione né l’estensione che raggiunse né le dimensioni del danno che arrecò ai volumi, ebbe un’importanza decisiva nella perdita di tante opere antiche, molte delle quali dovevano essere conservate in copie singole ad uso degli studiosi.


La nascita della filologia biblica

Spostiamoci dunque verso l’aspetto che maggiormente ci interessa: la filologia biblica.

Lo studio esegetico e filologico della Bibbia è nato in ambito giudaico. Grazie alle scoperte archeologiche degli ultimi 50 anni, è chiaro oramai che studi grammaticali compiuti sul testo della Tôrâ venivano portati avanti fin dall’età precristiana. Il continuo bisogno di unificare la tradizione testuale per fissare un testo definitivo portò alla redazione del Testo Masoretico [5], cioè il testo della Bibbia ebraica che usiamo tuttora e che ci è conservato dai manoscritti ebraici di età medievale. Le cause sono certamente da ricercarsi nella versione della LXX, nei manoscritti di Qumrân e nella versione Samaritana (tutte di periodo precristiano), che in molti casi differivano anche in maniera importante dal testo base ebraico.

Ma sforzi sempre maggiori vennero concentrati sull’interpretazione, e questo determinò l’insorgere di diversi tipi di esegesi tra cui quella allegorica.

Nel III secolo a.C. sorse la letteratura midrašica, cioè di interpretazione del testo biblico, per risolvere i problemi da esso posti: dalle difficoltà linguistiche, alle interpretazioni di norme giuridiche (che, in quanto generali, bisognava adattare al particolare, o che condannavano pratiche oramai invalse nell’uso e che creavano dunque difficoltà nel lettore, alle differenti versioni testuali.

Inoltre la divisione in movimenti e gruppi rivali, che si ebbe nel giudaismo a partire dal II secolo a.C., faceva sì che ogni gruppo pretendesse di trarre dal testo biblico giustificazioni al proprio sistema di idee.

«Il midraš successivo, a partire dall’inizio dell’era cristiana, non nasceva dunque dalla Tôrâ per se stessa, ma dal tentativo di connettere con la scrittura e giustificare i costumi e le credenze contemporanee» [6].

Il metodo allegorico fu applicato alle Scritture sia in ambito giudaico sia in ambito cristiano, e ancora una volta ad Alessandria si ebbe il punto di incontro tra prassi giudaica e prassi greca: «Alessandria fu il centro principale dell’applicazione del metodo allegorico al testo biblico nella versione greca dei LXX, a cui si rifecero sia Filone sia gli scrittori ecclesiastici operanti nel Didascaleion, la scuola catechetica di Alessandria, una specie di università che era sorta per offrire ai cristiani una cultura tanto classica quanto religiosa» [7]. Questo portò peraltro la scuola alessandrina ad una contrapposizione con la scuola di Antiochia, la quale fondava il suo metodo esegetico sull’interpretazione letterale dei testi.

Concludiamo il nostro breve excursus sulla storia della filologia testuale introducendo l’opera di Origene, il grande pensatore cristiano nato ad Alessandria attorno al 185 e successore di Clemente. Origene viene considerato il fondatore della filologia e della critica testuale biblica in ambito cristiano per aver organizzato il primo lavoro critico sul testo dell’Antico Testamento: gli Hexapla, cioè un'edizione della Bibbia in sei colonne che riportavano a fronte il testo ebraico e le sue versioni greche allora circolanti. Il nome risale a Eusebio ed Epifanio, e deriva dal greco , «sestuplice» [8].

Per quanto concerne il Nuovo Testamento, ad Origene viene ascritta la prima applicazione, seppur rudimentale e non sistematica, di regole fondate sulla conoscenza di testimoni e sull’informazione circa le abitudini dei copisti per la critica del testo.


Note di paleografia. Le lingue bibliche

Nel presente intervento, non ci occuperemo di quelli che sono i problemi legati alla critica testuale [9]. È necessario però aggiungere almeno un paio di nozioni inerenti il materiale scrittorio.

Prima dell'invenzione della stampa, avvenuta nel XV sec., i testi venivano trasmessi attraverso la copiatura a mano, fatta sia da privati sia da scribi di professione.

L'archeologia ci ha consentito di recuperare interi archivi provenienti da civiltà antichissime: nell'antica Ebla (città semitica della Siria), sono state ritrovate migliaia di tavolette d'argilla, scritte in caratteri cuneiformi con termini sumerici tradotti in semitico. Le tavolette, che coprivano praticamente tutto il campo amministrativo della città antica, si conservarono grazie all'incendio che divampò nel Palazzio Reale (chiamato Palazzo G, sede dell'Archivio) nel 2240 a.C., anno dell'invasione akkadica condotta dal re Sargon [10]. Ancora più antichi sono i documenti rinvenuti negli scavi di Uruk (livelli IV e III nell'area sacra dell'Eanna): si tratta di documenti amministrativi redatti con un sistema di scrittura estremamente arcaico e palesemente pittografico (i segni riproducono oggetti riconoscibili) [11]. Rimanendo nel contesto italiano, possiamo ricordare le più antiche “mappe catastali” italiane ad oggi conosciute: risalgono al “periodo III BCD” (2500-1200 a.C.), realizzate su pietra a fini di registrazione e conservazione della “memoria” [12].

Non bisogna però pensare che i materiali più “duri” - pietra, argilla, ceramica, metalli – siano anche i più duraturi, rispetto al materiale animale – osso, pelle – o vegetale – carta, papiro, pergamena, legno – che è più fragile. Spesso infatti la conservazione dipende dalle vicende storiche del reperto stesso: la pietra può essere stata distrutta o reimpiegata, le lastre di metallo possono essere fuse da un incendio o venire ossidate. I “libri” (utilizzando questo termine del tutto generale) si prestano invece ad una migliore conservazione: possono essere nascosti (le biblioteche di Qumran e di Nag Hammadi sono l'esempio lampante), possono essere facilmente ricopiati e trasportati in ogni dove. In realtà, anche questi ultimi sono soggetti all'umidità, per cui generalmente solo le zone desertiche (con prevalente sabbia neutra) hanno portato alla luce papiri.

Insomma, non sempre una migliore conservabilità ha prodotto più reperti, e non sempre più reperti sono frutto di una migliore conservabilità.

La tecnica e lo stile della scrittura mutavano, per esigenze pratiche, a seconda del materiale impiegato. I manoscritti biblici ad es., erano per lo più su pergamena, scritti con inchiostro nero composto di nerofumo e acqua [13], ma sono stati ritrovati anche su frammenti di papiro [14]; i manoscritti del Nuovo Testamento invece sono attestati su pergamena (i più numerosi, a partire soprattutto dal IV sec.), su papiro (i più antichi, dalla fine del I sec. all'VIII), su alcuni óstraka (cocci di vasi di terracotta, scritti dalla parte convessa) e anche su amuleti di legno [15]. Sulle pergamene del NT l'inchiostro era nero o marrone – spesso di galla di quercia e acqua, in seguito con aggiunta di solfato di ferro e gomma – ma le lettere iniziali erano colorate in blu, giallo e soprattutto rosso, in latino ruber, da cui «rubrica».

Un ultimo velocissimo accenno alla carta: questa, composta di stracci, è un'invenzione cinese del I sec. d.C. In Europa fu importata dagli Arabi a partire dall'VIII sec.. La diffusione maggiore si ha a partire dal XII-XIII secolo. In alcuni codici fogli di pergamena si trovano uniti a fogli di carta.


Passiamo adesso a considerare la forma che assumevano i testi per essere consultati.

Il termine italiano volume deriva direttamente dal latino volumen, letteralmente «tutto ciò che viene avvolto in giro», quindi il rotolo, che poteva essere di papiro o pergamena, arrotolato intorno all'(=ombelico): questo era il bastoncino che veniva incollatto all'inizio del rotolo, al quale si legava una piccola lista riportante l'indicazione dell'autore e dell'opera in esso contenuta.

Per motivi di conservazione, la scrittura era disposta a colonne nel lato interno del rotolo: questo perché, sebbene siano conservati esempi di papiri scritti su entrambi i lati, quello esterno era sempre a contatto con le mani del lettore. Per poter leggere il rotolo, occorreva utilizzare entrambe le mani, una per svolgere la parte interna ancora da leggere, l'altra per riavvolgere quella esterna già letta.

Questa evidente difficoltà fu alla base della veloce diffusione del codice fin dalla fine del I secolo d.C. Questa forma di volume permetteva di radunare in un unico «libro» più testi: era più maneggevole, scrivibile in entrambi i lati delle pagine, e queste potevano essere girate da una sola mano per la lettura. Dagli studi fino ad ora condotti, sembra abbastanza evidente che i primi cristiani, fin dall'apparire delle prime scritture, utilizzarono la forma a codice: la praticità e l'economia erano senz'altro i motivi portanti di questa scelta, ma (probabilmente) anche la volontà di differenziare l'uso che si faceva delle sacre scritture nella Chiesa rispetto a quello della Sinagoga, che manteneva (e tutt'ora mantiene) l'uso della forma del rotolo a scopo liturgico, e la volontà di rompere con la cultura ufficiale di cui era depositaria solo la classe colta [16].

C'è anche un'altra suggestiva ipotesi: secondo lo studioso E.G. Turner, anche l'inchiostro utilizzato per scrivere indusse ad un cambiamento del materiale su cui scrivere. In pratica, la pelle, rispetto al papiro, resisteva maggiormente alla maggiore presenza di composti di ferro che rendevano gli inchiostri più corrosivi [17].

Codice o rotolo?

L'ipotesi che fin dall'inizio i cristiani usassero il codice, sebbene possa apparire scontata sulla base dei ritrovamenti considerati certi, tuttavia presenta dei problemi: se è vero che già nel 62, alla morte di Giacomo, si era verificata una prima incolmabile spaccatura tra giudeo-cristiani, e che anzi già ai tempi di Paolo, tra l'apostolo e Pietro (cfr. At 11,1-7; 15,7-11; Ga 3,10-14; 3,21-28; 5,1-6) c'erano divergenze tra giudeo-cristiani e cristiani gentili nell'uso di alcune usanze strettamente ebraiche, è pur vero che un'immediato abbandono dell'uso del rotolo avrebbe solamente causato discussioni inutili invece di suffragare l'affermazione degli evangelisti giudeo-cristiani che la fede nel Messia Gesù rappresentava la continuazione (per non dire il compimento stesso) delle profezie condivise da tutti gli Ebrei e adempiutesi adesso nell'Ebreo di Nazaret, Gesù. D'altronde i primi apostoli e discepoli, amici, compagni e testimoni oculari del Cristo erano Ebrei, e avevano dunque necessariamente una certa familiarità con i rotoli delle sacre scritture. Un più approfondito esame della questione sarà proposto alla fine del presente intervento, nell'Appendice II.


Allo stato attuale delle ricerche, i manoscritti del NT chiaramente identificati sono tutti a forma di codice, siano essi su papiro o su pergamena. I più antichi codici papiracei sono biblici: i due maggiori esempi sono costituiti dal P(apiro) Yale 1 della Genesi (80-100 d.C.) e il P. Rylands 457 del Vangelo di Giovanni (94-125 d.C.), “nome in codice” P52 [18].

I primi codici erano formati da un unico fascicolo di fogli piegati a metà – per lo più quattro, come attesta il latino quaternio – poi si unirono parecchi fascicoli di due o più fogli ripiegati. È interessante osservare la diversa disposizione delle fibre: nei codici papiracei si faceva in modo che le pagine a fronte mostrassero le fibre nella medesima direzione; nei codici pergamenacei si preferiva fare in modo che questo procedimento avvenisse per il lato (carne con carne e pelo con pelo) a causa della differenza di colore tra i due [19].

Come detto, il testo era disposto su colonne, larghe in genere da 6 a 9 cm sia nei rotoli sia nei codici. Le colonne nei manoscritti biblici greci variavano nel numero per folio da 2 a 4. Inoltre, la suddivisione dei testi veniva adattata alla lunghezza media di un rotolo, che per motivi pratici non poteva superare i 10 metri di lunghezza [20]. Ovviamente, sulla base di quanto esposto, i codici papiracei contenevano meno testo di quelli pergamenacei [21].

Qualche accenno adesso alla scrittura dei testi sacri nell'antichità. Nella storia testuale del NT bisogna sempre tenere conto di due aspetti fondamentali: da una parte la somiglianza paleografica delle lettere greche che ha dato origine alle cosiddette “varianti testuali”, dall'altra il fatto che le lettere greche hanno anche un valore numerico.

L'origine dell'alfabeto greco va posta nell'XI-X sec. a.C. come derivazione di quello fenicio, con adattamenti per poter esprimere le vocali (a differenza di quello semitico che è fondamentalmente consonantico e annovera solo semivocali) [22]. Bisogna aggiungere che le vocali greche sono derivate dalle consonanti fenicie: hêt > ēta, yôd > iota, 'ayin > o-micron (=”o” piccolo); waw ha dato origine col suono consonantico al digamma, con quello vocalico alla u-psilon (=”u” semplice, rispetto al dittongo ou). Alcune lettere hanno nomi semitici (betha, theta, mi, ni, sigma e molte altre). Anche la direzione della scrittura era originariamente uguale alla semitica, da destra a sinistra: in Grecia è attestata per l'età arcaica, soprattutto nelle iscrizioni di Thera. Da qui, a partire dal V sec. a.C., cominciò a svilupparsi il senso inverso (da sinistra a destra) dopo un periodo di transizione con l'uso della scrittura “bustrofedica” (=”che gira come il bue”, quando ara un campo), un tipo di scrittura attestato anche nel periodo arcaico di Roma (vd. il niger lapis, il cui originale è situato, poco visibile, davanti la Curia Iulia, mentre una copia ben visibile si trova nel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, p.zza dei Cinquecento, nella sez. di Epigrafia).

Gli alfabeti siriaci provengono da quello aramaico, che a sua volta, come il greco, deriva da quello fenicio. L'alfabeto etiopico trae origine dal sabeo, uno degli alfabeti sud-arabici, pure essi derivati dall'alfabeto semitico: la scrittura utilizzata è però quella destrorsa.

Dall'alfabeto greco sono derivati quelli adottati dalle lingue delle antiche versioni bibliche. Alcuni di questi vennero coniati ad hoc: tra essi ricordiamo il Gotico (creato dal vescovo Wulfila nel IV secolo) sulla base della scrittura maiuscola greca contemporanea con l'aggiunta di qualche lettera latina (il Gotico è la più antica lingua germanica); il glagolitico, di origine discussa, ma dalla tradizione attribuita ai santi Cirillo e Metodio per la traduzione in paleoslavo; il cirillico, basato sulla maiuscola greca del IX-X secolo, adottato dalle lingue slave e tuttora in uso presso Bulgari, Serbi, Ucraini e Russi..

L'alfabeto copto venne creato dai cristiani d'Egitto nel II sec. d.C.: deriva dall'alfabeto greco con l'aggiunta di sette lettere dall'alfabeto demotico, lo stadio più recente del geroglifico egiziano.

Di origine discussa sono l'armeno e il georgiano ecclesiastico: la tradizione li attribuisce all'opera di Mesrop Maštoc' fissata al V sec. d.C. Da diversi anni la discussione verte sull'eventuale origine dall'alfabeto greco o dal pahlavi, il più antico alfabeto persiano (solo consonantico).

Infine, influenze indirette dell'alfabeto greco si riscontrano su quello etrusco e latino [23].


Ovviamente non è questa la sezione per approfondire le lingue usate nell'AT, e cioè l'ebraico, l'aramaico e il greco, né ovviamente per approfondire gli aspetti legati al Canone dell'Antico Testamento.

La traduzione del libri veterotestamentari che formano la versione dei LXX è stata realizzata in greco intorno al II sec. a.C., che è la stessa lingua utilizzata per i libri neotestamentari: si definisce dunque “greco biblico”. Questa lingua non è altro che un esempio di greco ellenistico, cioè di 

, la lingua comune diffusasi con le conquiste di Alessandro Magno e parlata nei regni ellenistici (tra cui la Palestina) accanto alle lingue locali. La base della  è il dialetto attico (di cui conserva fonologia e flessione) con contributi degli altri dialetti, in particolare quello ionico [24]. La lingua del greco biblico venne utilizzata per produrre scritti che abbracciano un arco di almeno quattro secoli: dal III a.C. Al II d.C.: questi scritti appartengono a generi letterari anche molto diversi tra loro, sia in prosa che in poesia, per stile, lingua e livello culturale dell'autore o del traduttore. All'interno di questo lungo periodo è fondamentale lo studio del “lessico”, con la sua evoluzione semantica che dalla LXX giunge al NT e ai primi cristiani [25].

Per quanto riguarda la lingua del NT, attualmente possediamo solo manoscritti in greco. La possibilità di un originale in aramaico/ebraico (desunta dall'espressione di Papia, che intorno al 130 parla di un originale ebraico del Vangelo di Matteo) è stata studiata a lungo dallo studioso francese Jean Carmignac: dei suoi studi possediamo però soltanto la divulgazione preliminare, mentre la pubblicazione dell'esposizione scientifica (interrotta dalla prematura morte del padre) viene ancora dopo oltre 20 anni negata dalla fondazione cattolica francese proprietaria dei suoi manoscritti [26].

Non è nostro interesse in questa sede occuparci degli sviluppi e delle particolarità sintattiche del NT: un discorso corretto sulla lingua può essere fatto solo prendendo in considerazione ogni libro singolarmente, tenendo conto dello stile e dei caratteri propri di ogni autore. Possiamo solo dire che nello stilare una ipotetica classifica di “bellezza di stile”, il primo posto verrebbe occupato dal periodo iniziale del Vangelo di Luca e della Lettera agli Ebrei, mentre l'ultimo andrebbe certamente all'Apocalisse, che presenta un forte colorito semitico, una sintassi estremamente semplice e non poche irregolarità grammaticali.


I manoscritti biblici

I manoscritti greci in caratteri maiuscoli e molti di quelli redatti in caratteri minuscoli utilizzavano un particolare sistema di scrittura detto scriptio continua: questo sistema consiste nel non frapporre spazi tra una parola e l'altra, o al massimo di lasciarne molto piccoli. Ciò ha provocato problemi di suddivisione e l'insorgere di letture diverse.

Nei manoscritti ebraici con scrittura paleoebraica invece si possono trovare spesso dei puntini di separazione tra parola e parola, mentre in quelli con grafia «aramaica» si possono notare delle piccole spaziature [27]. Nonostante la difficoltà di leggere questo tipo di testi per chi non ne fosse preventivamente a conoscenza, è utile osservare come fossero presenti degli elementi che potevano soccorrere nella lettura: in greco le parole possono terminare solo in vocale (o dittongo) o in una delle tre consonanti  In ebraico cinque consonanti (k m n p s) presentano una differente forma finale, che è anche la più antica.

I manoscritti greci più antichi vennero scritti con i caratteri maiuscoli (dal latino maiusculus = “un po' più grande”), detta maiuscola biblica, generalmente privi di spiriti, accenti e altri segni diacritici [28]. Nel tempo, a partire soprattutto dal IX secolo d.C., i copisti si spsotarono verso la forma di scrittura minuscola: ciò consentiva loro un risparmio di tempo e di spazio (quindi un minor consumo di materiale scrittorio). Ciò permise anche una riduzione dei prezzi (la redazione di un testo veniva pagata a riga) e quindi la diffusione del libro anche nei ceti meno abbienti. I manoscritti in maiuscolo vennero copiati in minuscolo: ciò consentì la perpetrazione delle opere, sebbene comportasse la scomparsa dei manoscritti più antichi (riutilizzati per dar luogo a palinsesti).

All'interno delle scritture librarie è molto importante rilevare come, a differenza delle grafie corsive (strettamente personali), sia possibile rilevare una costanza ed una conservazione dello stile che, sebbene soggetta a mode sia temporalmente che geograficamente, ci consentono di collocare nel tempo e nello spazio quei manoscritti che non presentino altri dati in proposito. Questo dato vale meno per i manoscritti ebraici, dal momento che questa scrittura si è evoluta in minor misura.

Generalmente alla fine del libro venivano poste le maggiori informazioni sulla data e sullo scriba che redasse il testo: questa parte finale si chiama colofone (dal greco  «cima» dunque “compimento, termine” opposto a prologo).


Fin dall'antichità si è sentita la necessità di suddividere il testo biblico per facilitare la ricerca di singoli passi o brani a scopo liturgico e didattico. Nei manoscritti greci veterotestamentari si incontra ogni volta un diverso sistema di suddivisione, mentre per quelli neotestamentari le ripartizioni più antiche appaiono nei codici B (Vaticano) del IV secolo, e A (Alessandrino) del V secolo. La versione della Bibbia in capitoli (in gran parte ancora in uso) fu introdotta nella versione latina detta Vulgata, testo ufficiale della Chiesa d'Occidente, da Stephen Langton agli inizi del XIII secolo [29]. Inoltre, dal IV secolo furono in uso i cosiddetti «canoni di Eusebio», un sistema inventato da Eusebio di Cesarea per aiutare nella ricerca di passi paralleli nei Vangeli, ed utilizzato da moltissimi manoscritti in greco, latino, siriaco, copto, gotico ed armeno. L'opera si Eusebio si componeva di 10  o tavole: i rimandi venivano posti, di fianco o sotto, il numero della sezione e il numero del canone in cui la sezione era citata [30].


La produzione di copie

Non è difficile immaginare come le prime comunità di cristiani fin dalla fine del I secolo d.C. Si premurassero di ottenere copie degli scritti biblici: quest'opera veniva svolta soprattutto dai privati a vantaggio delle singole comunità locali. La velocità di copiatura per la diffusione delle opere neotestamentarie danneggiò certamente l'accuratezza dell'esecuzione.

Quando nel IV secolo il Cristianesimo venne ufficialmente riconosciuto dallo Stato, divenne usuale ricorrere agli scriptoria in cui si preparavano manoscritti e si copiavano testi. Anche in questi casi però si aveva premura di badare più al numero che all'accuratezza: l'opera veniva dettata a più scribi contemporaneamente, e vuoi per disattenzione, vuoi per errori di ricezione o per l'evoluzione della pronuncia del greco (che ovviamente variava da lettore a lettore), insorsero non pochi problemi di trascrizione.

Si cercò di risolvere questi problemi fin dall'antichità: le correzioni applicate direttamente sui testi da un correttore specializzato in revisioni, il , sono ben riconoscibili sia per la diversa mano di scrittura che per il colore dell'inchiostro utilizzato.

«Oltre a diverse cause psicologiche, anche cause fisiologiche ed esterne costituivano fonte di errori. L'atto di copiare è infatti difficile e faticoso sia per l'attenzione richiesta sia per la scomoda posizione adottata. Abbiamo attestazioni tanto letterarie quanto iconografiche che fino all'inizio del Medio Evo gli scribi impegnati in lavori lunghi stavano seduti su sgabelli (o sul pavimento) e tenevano sulle ginocchia il rotolo o il codice. I colofoni dei manoscritti spesso testimoniano la fatica del lavoro di copiatura» [31].


Almeno a partire dal IV sec., è attestato l'uso nella liturgia cristiana di leggere passi vetero e neotestamentari seguendo il sistema in uso nelle Sinagoghe. Vennero così redatti appositi manoscritti, che riportavano nei margini l'inizio () e la fine ) del passo da leggere, il giorno in cui andava letto e ulteriori note scritte anche con inchiostro di colore diverso. Col tempo, i passi biblici furono raccolti in libri ad uso specificatamente liturgico: questi libri hanno diversi nomi a seconda dell'uso, per cui abbiamo i Prophetologion, Evangeliaron e Apostolos (o Praxapostolos, da Praxeis, il termine greco per indicare Atti + apostolos) a seconda del contenuto. Gli evangeliari erano costituiti da due parti: il synaxarion e il menologion [32].


Abbiamo visto in precedenza come la classificazione dei manoscritti greci possa essere fatta in base al materiale di scrittura o all'uso a cui erano destinati.

I nomi oggi frequentemente usati per citare questi manoscritti deriva dall'uso di classificarli in base a diversi fattori: il luogo di provenienza (per cui Codex Alexandrinus [A,02], Codex Cyprius [Ke,017]), la città nel quale erano conservati (per cui Codex Basileensis [Ec,07], Codex Cantabrigiensis [Dea,05]), dal possessore del manoscritto (per cui Codex Bezae) o dalla segnatura con cui erano stati catalogati nelle biblioteche (Codex Vaticanus graecus 1209 [B,03]) o infine da qualche circostanza particolare (Codex Ephraemi rescriptus [C,04]). Tali denominazioni tuttavia erano soggettive e legate a fattori mutabili, come il possessore o il luogo di conservazione.

Il sistema di classificazione più seguito è oggi quello di C.R. Gregory (1846-1917), mentre l'edizione critica più utilizzata è oggi il “Nestle-Aland”, giunto alla 27ª edizione (1993). Secondo i dati offerti da Kurt e Barbara Aland i papiri sono 96, i maiuscoli 299, i minuscoli 1812, i lezionari 2281 per un totale convenzionale di 5488 manoscritti [33]. In realtà sono poco più di 5000, poiché guerre, calamità ed errori di catalogazione ne hanno distrutto diversi.

Per notizie inerenti fac-simili, riproduzioni fotografiche e fototipiche, a collazioni e a studi sulle caratteristiche testali è stata redatta da J.K. Elliott una bibliografia specifica [34].

Per i manoscritti su papiro vanno segnalati, oltre all'elenco di J. Van Haelst [35] i continui aggiornamenti nella rubrica “Testi recentemente pubblicati” in «Aegyptus», Rivista Italiana di Egittologia e di Papirologia, Milano.


I testimoni del testo del Nuovo Testamento

Esistono tre categorie di testimoni del testo del NT: i manoscritti greci, le antiche versioni in altre lingue e le citazioni del NT fatte dagli scrittori ecclesiastici o dai Padri della Chiesa.

La prima si definisce testimone diretto, in quanto riproduce il testo greco così come venne scritto, la seconda e la terza si definiscono indirette, poiché o sono traduzioni adattate alle lingue locali oppure i Padri della Chiesa, che spesso hanno usato una lingua diversa dal greco, citavano i passi a memoria o potevano adattarli per adeguarli al testo biblico più in uso nel luogo e nell'epoca del copista del manoscritto di quell'opera patristica. Va tenuto inoltre presente che a partire dal III secolo, dalla lingua comune e diffusa qual'era il greco si passa piano piano verso un uso sempre più estensivo delle lingue locali, e verso la metà dello stesso secolo la Chiesa occidentale utilizza la lingua latina.

Per quanto riguarda la prima categoria (Manoscritti Greci), non c'è accordo tra gli studiosi sul peso da attribuire a ciascun testimone: come detto in precedenza, esistono diversi sistemi di catalogazione che portano anche diversi criteri di valutazione.

I Luoghi dove attualmente sono conservate le raccolte più ricche di manoscritti (maiuscoli e minuscoli) si trovano in Grecia: i monasteri del Monte Athos (900 manoscritti), Atene (419), Patmos (81). Seguono Parigi (373), Roma (367), Londra (271), S. Pietroburgo (233), il monastero di S. Caterina sul Sinai (230), Oxford (158), Gerusalemme (146), Mosca (96), Firenze (79), Grottaferrata (69), Cambridge (66), Milano (50 + 20 salteri + frammenti) [36].

Per quanto riguarda i papiri, le due collezioni più importanti e cospicue risalgono al XX secolo: furono messe insieme l'una da Sir Chester Beatty di Londra (1930-1931) e conservata a Dublino nel Chester Beatty Museum, l'altra da Martin Bodmer di Ginevra (1955-1956) e conservata a Cologny presso Ginevra nella Bibliotheca Bodmeriana.

I papiri più antichi risalgono attualmente al II secolo [37]: il più antico in assoluto è il P52 (Gv 18,31-33.37-38), datato dal grande papirologo inglese Roberts nel 1935 al periodo compreso fra il 94 ed il 125. La comunità scientifica internazionale accetta la prima proposta di Roberts di datare il frammento al 125, considerando questa data come terminus ante quem [38]. Vengono poi il P32 (P. Ryl 5) conservato nella J. Rylands Library di Manchester, contenente Tt 1,11-15; 2,3-8; il P46; il P64 + 67, formato dal P. Barc. 1, conservato presso la Fundaciò Sant Lluc Evangelista di Barcellona, e dal P. Magd. College gr. 18 conservato nel Magdalene College di Oxford, con frammenti di Mt 3.5.26 [39]; infine il P66 (P. Bodmer II).

Del II-III secolo segnaliamo il P77 (P. Oxy XXXIV, 2683), conservato all'Ashmolaean Museum di Oxford, contenente Mt 23,30-39. Il numero maggiore di papiri è del III secolo (26); 7 sono del III-IV e 13 del IV, poi il numero diminuisce. L'ultimo appartiene all'VIII secolo [40].

Per studiare il testo sulla base dei papiri, è fondamentale la pubblicazione dei volumi dell'Institut für neutestamentliche Textforschung di Münster, appartenenti al progetto “Il Nuovo Testamento su Papiro”: i volumi presentano libro per libro il testo neotestamentario dei papiri più importanti disposto su linee parallele.

Per quanto riguarda i manoscritti, il discorso è molto più complesso, dato l'elevato numero totale e i problemi di attendibilità che ogni studioso tende ad attribuire all'uno piuttosto che all'altro.

I codici maiuscoli catalogati fino al 1987 erano 274, e di questi 95 avevano più di due fogli [41].

Del II-III secolo possediamo un solo manoscritto pergamenaceo (0189), custodito a Berlino nello Staatlicher Museum con la segnatura P 11765, contenente At 5,3-21. Del III secolo ci sono pervenuti due manoscritti: il primo (0121 = P. Dura 10) conservato alla Yale University di New Haven, appartenente al Diatessaron [42]; l'altro (0220) conservato a Boston nel Massachussets, comprendente frammenti di Romani 4 e 5.

Del III-IV secolo è lo 0162, conservato al Metropolitan Museum di New York, a cui va unito il P. Oxy 847: essi contengono Gv 2,11-22; attorno al 300 è datato lo 0171 (= PSI II, 124) custodito nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, con Matteo 10 e Luca 22, non completi.

Del IV secolo ci sono giunti 14 manoscritti, 8 tra il IV e il V, 36 del V, 10 tra V e VI e 50 del VI. Più che dell'epoca è importante la quantità e il tipo di testo che ogni frammento presenta. Poiché infatti i tipi di testo principali del NT si sono formati dopo il sec. IV, i manoscritti precedenti diventano fondamentali per la critica testuale [43].

א:

[01] (S nell'edizione di A. Merk), il Codice Sinaitico, così chiamato dallo studioso C. von Tischendorf che lo scoprì nel 1859 nel monastero di S. Caterina sul Sinai, dopo che nel 1844 ne aveva trovati 43 fogli in un cestino dei rifiuti. Il manoscritto, appartenente al sec. IV, in origine doveva contenere l'intera Bibbia greca: ora rimangono 347 fogli e solo il NT è completo. Il testo appare ampiamente alterato dalla mano di correttori, alcuni dei quali databili al VI-VII secolo. Il testo presentato è l'Alessandrino, con varianti di tipo occidentale.

A:

[02] l'Alessandrino, del V secolo, custodito al British Museum. La qualità del testo del manoscritto varia a seconda dei libri: scadente per i Vangeli, alta per il resto del NT e soprattutto per l'Apocalisse, dove testimonia il testo Alessandrino.

B:

[03] il Vaticano, del IV secolo, conservato nella Biblioteca Vaticana (Vaticanus graecus 1209). Il codice era già incluso nel primo inventario della Biblioteca, risalente al 1475. L'origine del codice dovrebbe potersi situare in Egitto. Un correttore più tardo ripassò le lettere sbiadite, tralasciando quelle che riteneva inesatte e rovinando la sobria bellezza della grafia originale. Nonostante le lacune, è uno dei migliori testimoni del tipo testuale Alessandrino [44].

D:

[05] il Bezae Cantabrigiensis del V secolo, conservato alla University Library di Cambridge (Nn II 41), è bilingue greco-latino, col testo greco sulla pagina a fronte del latino. I fogli sono 406. Nessun altro manoscritto ha così tante e notevoli varianti da quello che solitamente si ritiene essere il testo del NT: la caratteristica principale sono le libere aggiunte di parole e le omissioni occasionali di parole, frasi e persino brani. Per quanto riguarda l'origine del codice, negli ultimi tempi si propende per un'origine gerosolimitana, o anche ebraica, da parte dello scriba.


I codici minuscoli si dividono in genere in quattro categorie:

  1. Codices Vetustissimi, secolo IX – prima metà del X, con grafia straordinariamente regolare, annotazione degli spiriti coi segni quadrati e della iota ascritta, uso sporadico delle legature tra le lettere.

  2. Codices vetusti, metà del X – metà del XIII secolo, con una crescente varietà di grafie, gli spiriti ora quadrangolari ora arrotondati, iota sottoscritta dal XII secolo.

  3. Codices recentiores, copiati tra la metà del XII e la metà del XV secolo: presentano una grande varietà di scritture, con accenti e spiriti talvolta legati alle lettere causa velocità di scrittura.

  4. Codices novelli, prodotti dopo l'invenzione della stampa a caratteri mobili (1456).

In molti casi gli studiosi hanno scoperto una grande somiglianza di tipo testuale tale da poter proporre una stretta relazione di famiglie, come nel caso della famiglia 1 o Lake, e della 13 o Ferrar (dal nome dei loro identificatori). Possiamo citare due codici molto importanti:

461:

Conservato alla Biblioteca Pubblica di San Pietroburgo, è uno dei mansocritti più piccoli del IV vangelo. Testimone del testo bizantino, è anche il più antico manoscritto minuscolo greco datato: venne copiato infatti nell'835.

614:

Codice del XIII secolo, pergamenaceo, proveniente da Corfù, custodito alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (E 97 sup.), presenta lezioni vicine a quelle del maiuscolo D [05] ed è importante per la finale di Atti che in tale codice è perduta. Ha annotazioni liturgiche in inchiostro rosso [45].


I lezionari costituiscono una categoria assolutamente a parte. Come detto in precedenza, riportano il testo in relazione alle funzioni liturgiche: quindi è completamente assente l'Apocalisse (a causa delle lunghe questioni sulla sua canonicità) e parte degli Atti e delle lettere paoline.

Inoltre, il calendario liturgico variava nel corso dei secoli e in base al luogo di utilizzo del lezionario stesso. Tranne rare eccezioni, la maggior parte dei lezionari sono posteriori all'VIII secolo, e continuarono ad essere scritti in caratteri maiuscoli fino all'XI secolo.

Per quanto riguarda il testo, è stata notata una sorprendente stabilità nella trasmissione delle singole lezioni, mentre alcuni lezionari hanno influenzato direttamente il testo continuo dei manoscritti, come dimostra l'inserzione della pericope dell'adultera dopo Lc 21,38 nei codici minuscoli appartenenti alla famiglia 13 sopra citata. I quattro lezionari più importanti sono [46]:

l 1596:

Appartiene al V secolo. È il lezionario più antico in nostro possesso ed è conservato a Vienna: notevole la presenza di alcune varianti.

l 961 e l 1566:

Del IX secolo, conservati il primo a Parigi e il secondo a Friburgo (Svizzera), sono tra i pochi testimoni della finale “intermedia” di Marco.

Evangeliario greco:

Catalogato B 62 sup. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Appartiene all'XI secolo e presenta annotazioni liturgiche e canoni eusebiani (nel margine sinistro) in rosso.


Nella seconda categoria annoveriamo le antiche versioni: cominciano ad apparire verso il 180, e sono opera di missionari realizzate per aiutare la diffusione del Cristianesimo tra genti la cui lingua nativa era siriaca, latina o copta.

Nonostante l'importanza che rivestono per la critica testuale, in quanto versioni molto vicine all'originale essendo state realizzate nel II o III secolo, vanno sempre usate con molta prudenza: diverse traduzioni non sono e non volevano essere letterali, oppure più semplicemente la lingua utilizzata (come copto o siriaco) differisce troppo dall'originale greco utilizzato. Inoltre, persone diverse hanno fatto traduzioni diverse da manoscritti greci differenti: poi vennero addirittura usati altri manoscritti greci per correggere la traduzione effettuata.

Infine bisogna tenere conto delle modificazioni e revisioni intenzionali. Molte traduzioni venivano realizzate col procedere dell'evangelizzazione: così ci ritroviamo versioni bibliche che rappresentano il primo testo letterario nelle lingue come il gotico, l'armeno, il georgiano, il paleoslavo, alcune delle quali nate da alfabeti appositamente creati per la traduzione.

Per la critica testuale neotestamentaria interessano solo le traduzioni fatte direttamente sul greco o rivedute accuratamente su di questo, se fatte su una versione in altra lingua (come la georgiana condotta sull'armena e l'etiopica su una siriaca).


I più antichi testi del NT in latino si trovano nelle citazioni di Tertulliano, che probabilmente cominciò la sua attività letteraria verso il 195, ma che traduceva direttamente dal greco. Non è dato sapere se alla fine del II secolo esistessero già versioni latine: l'attestazione certa di manoscritti neotestamentari latini si ha con Cipriano, verso il 250.

Vetus latina:

Come detto, nel III secolo circolavano in Europa e Africa settentrionale molte antiche versioni latine. Non c'è pervenuto nessun codice che riporti l'intera Vetus latina. I vangeli sono presenti in 42 manoscritti mutili Fu continuata ad essere copiata fin verso il XIII secolo, mentre i più antichi manoscritti pervenutici risalgono al secolo IV.

È possibile individuare sia derivazioni dalla Vulgata alla Vetus (come attestato dai codici f, c, ff1, g1, l, aur, q) sia dalla Vetus alla Vulgata, come attestato dal manoscritto misto codice gig.

Il manoscritto più importante dell'antica versione latina africana (Afra) è k, il codex Bobbiensis, scritto in Africa verso il 400, portato nel monastero di Bobbio e da lì passato all'attuale sede, la Biblioteca Nazionale di Torino. È l'unico manoscritto del NT latino a tramandare la cosiddetta finale «intermedia» di Marco [47].

Per l'Europa, il manoscritto fondamentale della Vetus è il codice a del IV secolo, detto Vercellensis. In esso compare l'ordine occidentale più antico dei vangeli: Matteo, Giovanni, Luca, Marco.

Vulgata:

Si chiama Vulgata (cioè “diffusa”) quella forma del testo latino diffusasi nella Chiesa romana a partire dal VII secolo, riconosciuta come ufficiale con le edizioni promosse da Sisto V (1590: “Sistina”) e Clemente VIII (1492: “Clementina”) e rimasta in vigore fino al pontificato di Paolo VI, che ha promosso la neo-Vulgata, cioè la correzione della Vulgata sulla base dei testi originali (ebraico, aramaico, greco) e di criteri linguistici.

Sebbene molti studiosi tendano ad attribuire la Vulgata a san Gerolamo, una datazione certa è per ora impossibile. Le prime attestazioni di questa versione sono note a partire da Pelagio e suoi seguaci agli inizi del V secolo. Un compito di revisione affidato a san Gerolamo da papa Damaso potrebbe essere un indizio di partenza.

Sembra che i manoscritti della Vulgata esistenti ammontino a più di 8000: i manoscritti vengono indicati con le lettere maiuscole dell'alfabeto latino o con la prima sillaba del loro nome. La presenza di molteplici recensioni è causa anche di un elevato numero di contaminazioni incrociate di tipi testuali.

Codice A:

Amiatinus, degli inizi dell'VIII secolo, conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, è il più antico manoscritto latino che contenga tutta la Bibbia, scritto in Northumbria, lo Stato medievale che comprendeva parte dell'Inghilterra settentrionale e della Scozia.

Codice M:

Mediolanensis, degli inizi del VI secolo, conservato a Milano nella Biblioteca Ambrosiana, contenente i Vangeli, è uno dei testimoni migliori della Vulgata.

Codice S:

Sangallensis, scritto in Italia agli inizi del V secolo, il più antico manoscritto conosciuto della Vulgata, è conservato per metà, ora in parte al monastero di San Gallo, in parte in altre località.


Qualche accenno alle versioni delle altre lingue:

Versioni siriache:

La più antica è la citata versione di Taziano, il Diatessaron, per la quale non si è in grado di stabilire se l'originale fosse greco o siriaco. Le citazioni del padre siriaco Efrem costituiscono la fonte principale per la ricostruzione del testo di Taziano.

Vetus syra:

È la versione chiaramente siriaca più antica. Possediamo due manoscritti lacunosi di questa versione, redatti l'uno alla fine del IV secolo, detto siro-sinaitico (rinvenuto nel monastero di Santa Caterina sul Sinai, sys). L'altro è detto siro-curetoniano (syc), in quanto rinvenuto nel deserto di Nitria in Egitto da W. Cureton: oggi è conservato al British Museum di Londra.

Pešittâ:

Detta anche “Vulgata siriaca”, è la versione ancora in uso nella Chiesa sira. Dal momento che questa versione è stata accettata come ufficiale della Bibbia da entrambi i rami, orientale (o nestoriano) e occidentale(o monofisita o giacobita) della Chiesa sira, che si sono divisi nel 431, la sua redazione finale va posta prima di tale data. Possediamo più di 350 riguardanti la Pešittâ del NT, i più antichi dei quali datano al V e Vi secolo.

Filosseniana:

È la prima versione siriaca attribuibile ad un autore: il chorepiscopos di Malburg Policarpo, che la eseguì nel 507-508 basandosi sul testo greco, per invito del vescovo monofisita Filosseno (da cui Philoxeniana) di Mabbug (Gerapoli) sull'Eufrate. Tale versione è perduta e da anni se ne tenta la ricostruzione.

Harclense:

Detta così da Tommaso di Harqel, un monaco che fu anche vescovo di Mabbug nel 616, mentre era in esilio nel convento di Ennaton presso Alessandria, revisionò la versione Filosseniana collazionandola con tre manoscritti greci per i Vangeli e uno per gli Atti e le Lettere.

Siro-palestinese:

La versione del NT viene generalmente posta nel V secolo. La versione è caratterizzata da grecismi e i nomi semitici sono usati nella trascrizione greca.


Versioni copte:

Il copto è termine derivante da Qubt, nome collettivo degli Egiziani in arabo (dal greco [), e rappresenta l'ultimo stadio dell'evoluzione dell'antica lingua egiziana.

Le due versioni principali, anche perché più antiche, sono la sahidica e la bohairica. Verso la fine del III secolo doveva già esistere una tradizione manoscritta abbondante per il Ntin copto se Antonio e Pacomio potevano citarne i passi a memoria e consigliare la lettura del NT a monaci che non conoscevano il greco.

L'importanza delle versioni copte è grandissima per la conoscenza delle forme testuali del NT sviluppatesi in Egitto.

I manoscritti più importanti della versione sahidica sono il Morgan S 569, dell'VIII-IX secolo, conservato nella Pierpont Morgan Library di New York e tre codici della collezione Chester Beatty del VI-VII secolo.

Della versione bohairica il manoscritto con il più antico Vangelo completo è del 1174. I documenti più antichi invece sono il P. Bodmer III, codice papiraceo datato al IV secolo

Uno dei più antichi testimoni della versione fayumica è un codice di papiro degli inizi del IV secolo conservato all'Università del Michigan. Il più importante manoscritto della versione sub-ahmimica è un codice papiraceo di Giovanni, datato alla II metà del IV secolo.

Le versioni copte mostrano molte affinità col tipo testuale Alessandrino.


Versione armena:

Come numero di manoscritti, questa versione è seconda solo alla Vulgata. Sono oltre i 1200 i codici catalogati, ma sembra che moltissimi siano conservati sconosciuti nelle biblioteche del mondo intero dopo la diaspora armena. I più importanti in assoluto sono due: uno conservato al Patriarcato armeno di Gerusalemme e l'altro nel monastero di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. Sull'origine della versioni ci sono pareri discordanti. Il manoscritto neotestamentario armeno più antico è il tetravangelo dell'887.


Versione georgiana:

La Georgia caucasica fu evangelizzata nella prima metà del IV secolo da missionari armeni. Possiamo supporre che quest'opera si avvalse di manoscritti redatti in armeno. Il testo attualmente usato dalla Chiesa georgiana risale ad una versione dal greco compiuta agli inizi dell'XI secolo da Eutimio, un monaco georgiano che viveva sul monte Athos.

Fra i manoscritti più antichi dei Vangeli ci sono tre tetravangeli: il manoscritto di Adysh, dal luogo di conservazione, dell'897 (geo1), e due manoscritti dell'X secolo: il codice di Opiza, ivi scritto e attualmente conservato all'Athos, e quello Tbet, conservato a San Pietroburgo (geo2 A e B).


Versione etiopica:

Per questa versione sono assai controverse sia la data (IV o VI-VII secolo) sia la lingua del modello (greco o siriaco), soprattutto per i Vangeli. I manoscritti più antichi oggi conservati risalgono al X secolo. Bisogna però constatare una scarsezza d'interesse verso lo studio di questa versione.


Versione gotica:

Questa traduzione fu iniziata forse prima del 341, anno in cui Wulfila venne consacrato vescovo dei Goti, che vivevano nella zona a Nord del basso Danubio.

Il codice Argenteus, dal colore dell'inchiostro usato su pergamena purpurea, fu scritto nell'Italia settentrionale intorno al V-VI secolo ed è custodito nella Biblioteca Universitaria di Upsala.

Due fogli di un codice bilingue (con Luca 23 e 24), sono stati riportati alla luce in Egitto presso l'antica Arsinoe e sono conservati all'Università di Giessen.


Versione paleoslava:

Come detto in precedenza, il paleoslavo venne redatta da Cirillo e Metodio sulla base dell'alfabeto glagolitico da loro inventato: questa versione ebbe dunque inizio nel IX secolo. La tradizione manoscritta del paleoslavo ecclesiastico parte dal X-XI secolo. La traduzione fu fatta assai probabilmente su un testo greco di tipo bizantino.


Di altre lingue ricordiamo brevemente:

La versione araba deriva da manoscritti greci, e i manoscritti datano a partire dal IX secolo.

Della versione nubiana conosciamo dei frammenti. La traduzione deve essere stata realizzata a partire dalla cristianizzazione di questa regione dal VI secolo. La versione appare in accordo col tipo testuale Bizantino.

Ci sono giunti diversi manoscritti di una versione neopersiana arcaico redatta sul Diatessaron di Taziano fatta dal siriaco.

Dall'Asia centrale sono giunti pochi frammenti della versione in sogdiano, poco studiati.

La versione in anglosassone deriva dalla Vulgata. Se ne conoscono cinque manoscritti completi e cinque frammentari dei Vangeli, datati dall'XI al XIII sec.


Concludiamo con la terza categoria di testimonianze, le citazioni patristiche.

Le citazioni e allusioni di Clemente Alessandrino ai libri del NT msotrano di seguire un tipo testuale dell'antico gruppo Egiziano, che non si può classificare né orientale né occidentale.

Anche Epifanio di Salamina, morto nel 403, rivela nelle citazioni dai Vangeli la presenza di vari tipi testuali (Alessandrino, Bizantino e Cesariense).

Infine, il caso di Didimo il cieco (313-398), uno dei più importanti capi della Chiesa egiziana nel IV secolo e direttore della scuola catechetica di Alessandria. Generalmente le sue citazioni provengono dal tipo testuale Alessandrino.

L'importanza delle citazioni patristiche risiede nel fatto che documentano la diffusione di una o più varianti testuali in una certa epoca ed in una determinata area geografica. Bisogna però fare sempre attenzione, perché spesso i Padri citano a memoria, riprendono i passi da versioni diverse, e all'interno degli scritti di uno stesso Padre il medesimo passo può essere citato in due varianti testuali, in quanto nella redazione di copie essi potevano attingere a manoscritti diversi. Fondamentali sono invece le volute citazioni di stessi passi rinvenuti in più varianti testuali.

Per un elenco con notizie biografiche e bibliografiche del Padri greci cfr. K.-B. Aland, Il testo, pp. 194-205; per i Padri latini, la stessa opera pp. 238-244, mentre per quelli orientali pp. 244-245. Tra questi ultimi citiamo i Padri siri e sopra tutti Efrem: grazie alla sua opera siamo in grado di ricostruire il testo del Diatessaron di Taziano e le tappe della storia della versione siriaca [48].


Appendice I: i testimoni dei tipi testuali

Diamo di seguito un elenco dei tipi testuali con i testimoni che li rappresentano [49].

  1. Koiné o Bizantino

Questo tipo testuale si basa sulla recensione preparata alla fine del III secolo da Luciano di Antiochia. Nonostante l'abbondanza di testimonianze derivate dal fatto che la Chiesa greca lo adottò come Textus Receptus, è considerato di origine secondaria.

Per i Vangeli: i maiuscoli A [02], Ee [08] [50], Fe [09], Ge [011], He [013], Ke [017], Pe [024], S [028], V [031], W [032] (per Matteo e per Luca 8,13-24,53), P [041], [044] (Luca e Giovanni),[045] e la maggior parte dei minuscoli.

Per gli Atti: i maiuscoli Ha [014], Lap [020], Pa [025], 049 e la maggior parte dei minuscoli.

Per le Lettere: i maiuscoli Lap [020], 049 e la maggior parte dei minuscoli.

Per l'Apocalisse: i maiuscoli 046, 051, 052 e molti minuscoli.

  1. Pre-Koiné

Le forme di testo che precedono quella Koiné o Bizantina comprendono il gruppo di tipi testuali Occidentale (1), il cosiddetto tipo testuale Cesariense (2) e il tipo testuale Alessandrino (3).

    1. Il gruppo Occidentale:

La nascita di questo tipo testuale viene generalmente posta nel II secolo: le testimonianze più antiche si rinvengono nei testi di Marcione, Taziano (forse), Ireneo, Tertulliano e Cipriano. L'importanza che rivestita da questo tipo è variabile da studioso a studioso. I suoi testimoni più importanti sono il codice Dea [05], il Bezae Cantabrigiensis e i manoscritti della Vetus latina.

Per i Vangeli: i manoscritti maiuscoli Dea [05], W [032] (per Mc 1,1-5,30), 0171, le versioni Vetus Latina, siro-sinaitica e siro-curetoniana (in parte), scrittori ecclesiastici latini antichi, (il Diatessaron di Taziano).

Per gli Atti: P29 [P. Oxy XIII, 1597], P38 [P. Mich. III, 138, 300 crica], P48 [P.S.I. X, 1165]; il maiuscolo Dea [05], i minuscoli 383 e 614, le note marginali della versione siro-harclense, scrittori ecclesiastici latini antichi, il Commentario del Padre siro Efrem (conservato in armeno).

Per le Epistole paoline: i manoscritti bilingui Dp [06], Fp [010], Gp [012], i Padri greci alla fine del III secolo, la Vetus latina e gli scrittori ecclesiastici latini antichi; i Padri siri fino al 450 circa.

    1. Tipo testuale Cesariense:

La caratteristica del tipo testuale Cesariense sta nella commistione di lezioni tipiche del tipo testuale Occidentale e di quello Alessandrino. Secondo alcuni studiosi (principalmente Lake, Blake e New) avrebbe avuto origine in Egitto, e sarebbe stato portato da Origene a Cesarea, e poi a Gerusalemme. Gli studi più recenti hanno messo in evidenza due distinte fasi. I testimoni di questo tipo testuale sarebbero:

pre-Cesariense: il P45 [P. Chester Beatty I, 1; II, 2. P. Vindob Gr 31974, III secolo], W [032] (Mc 5,31-16,20), le famiglie 1 e 13, 28 lezionari.

Cesariense: [038], 565, 700, citazioni di Origene (in parte), Eusebio e Cirillo di Gerusalemme, le versioni armena e georgiana.

    1. Tipo testuale Alessandrino:

È comune convincimento che il tipo testuale Alessandrino sia frutto di una accurata opera filologica nella tradizione di studi alessandrina. I suoi curatori si basarono su un testi antico, risalente almeno al II secolo. Infatti, benché i testimoni principali di questo tipo testuale siano il B [03] e il א [01] (entrambi del IV secolo), il ritrovamento di alcuni papiri (P66 e P75) collocati cronologicamente alla fine del II secolo-inizi III dimostrano la presenza di un archetipo più antico da porre appunto nel II secolo. Si parla spesso perciò di due tradizioni: una forma primitiva detta tipo testuale proto-Alessandrino, e una forma più tarda che è il tipo testuale Alessandrino stesso.

Gli studiosi tendono a considerare questo tipo testuale nel suo insieme come la recensione antica migliore e quella più vicina al testo originale.

Proto-Alessandrino: P45 (per gli Atti), P46 [P. Chester Beatty II; III, 1.3.4, 200 circa], P66 [P. Bodmer II, 200 circa], P75 [P. Bodmer XIV-XV, III secolo], א [01], B [03], la versione copta sahidica (in parte), Clemente Alessandrino, Origene (in parte) e la maggioranza dei frammenti papiracei di Lettere paoline.

Alessandrino più tardo: per i Vangeli: i maiuscoli (C), Le [019], T [029], W [032] (in Luca 1,1-8,12 e Giovanni) (א), Z [035], [037] (in Marco), [040], [044] (in Marco e parzialmente in Luca e Giovanni), i minuscoli 33, 579, 892, 1241, la versione bohairica.

Per gli Atti: il P50 [P. Yale 1543, IV-V secolo], i maiuscoli A [02] e [044]; i minuscoli 33, 81, 104, 326.

Per le Lettere di Paolo: i maiuscoli A [02], Hp [015], I [016], [044], i medesimi minuscoli testimoni di Atti più 1739.

Per le Lettere cattoliche: P20 [P. Oxy IX, 1171, III secolo], P23 [P. Oxy X, 1229, III secolo], i minuscoli A [02], Y [044] e i medesimi minuscoli testimoni delle Lettere paoline.

Per l'Apocalisse: il maiuscolo A [02], i minuscoli 1006, 1611, 1854, 2053, 2344; i testimoni di minor valore sono il P47 [P. Chester Beatty III, 1.2, III secolo] e il codice א [01].

Per tutti i libri neotestamentari il Metzger cita anche il maiuscolo C [04] tra parentesi tonde a indicare che il tipo testuale da esso rappresentato è misto (così per X [033] nei Vangeli). [51]


Appendice II: Codice o rotolo?

Per rispondere a questa domanda, contrariamente ad una normale prassi storica, partiremo da un romanzo: gli Atti di Pietro. Un romanzo storico su Pietro, il primo apostolo nonché primo papa della cristianità, scritto da un anonimo (ma certamente a Roma) verso la fine del II secolo, intorno al 180. Sebbene la storia ci sia giunta in frammenti, alcuni in greco, altri in traduzione latina, la trama del romanzo ci racconta della predicazione di Pietro a Roma, della sua lotta contro Simon Mago, dei suoi discorsi, dei suoi miracoli, e infine dell'incontro con Cristo sulla via Appia mentre fuggiva via da Roma, convinto dalla chiesa locale per sfuggire ad una morte certa: la frase «Domine, quo vadis?» (in greco “Kyrie, pou hode?”), è stata resa celebre da un altro romanzo, quel Quo vadis? scritto dal premio Nobel polacco Henryk Sienkiewicz e grazie al film omonimo di cui era protagonista Peter Ustinov nella parte di Nerone. Appena varcate le mura (35,6), Cristo apparve a Pietro, il quale gli chiese appunto «Domine, quo vadis?», e il Signore rispose: «Sto andando a Roma per essere crocifisso un'altra volta»; l'apostolo, compreso il messaggio, tornò subito a Roma per affrontare il martirio [52].

Difficile stabilire quanta parte del romanzo è attribuibile alla mente dell'autore, quanta alle tradizioni popolari e quanta alla realtà autentica dei fatti. D'altronde non è questa la sede per affrontare il discorso, già ampiamente dibattuto dagli storici di tutto il mondo: ma davvero la fervida fantasia dell'autore ha contribuito a costruire un romanzo avvincente, un racconto che mescola suspence, divertimento e devozione. Ai fini della nostra indagine, ci interessa un solo passo, al capitolo 20: Pietro entra nella casa del senatore Marcello da lui convertito al cristianesimo, mentre è in corso un'assemblea liturgica. Quando entra nella sala della riunione si sta già leggendo il vangelo. Egli lo prende di mano al lettore, lo arrotola e comincia una sua predica [53]. Questo ventesimo capitolo degli Atti di Pietro nel suo nucleo storico ci dà informazioni interessanti: ancora attorno al 180, quando il codice, a forma di libro, si era da tempo imposto per il Nuovo Testamento (vedasi ad esempio il Canone Muratoniano), si sapeva che almeno il vangelo più antico, collegato a Pietro, quello di Marco, esisteva in forma di rotolo; infatti Pietro arrotola il vangelo che prende in mano. Il termine tecnico “involvens” in uno scritto posteriore di almeno 120 anni rispetto alla storia che vuole narrare, deve necessariamente avere delle fondamenta certe. Dal momento che gli studiosi sono abbastanza concordi nell'affermare che il cristianesimo, fin dai primi sviluppi della sua espansione al di fuori della Palestina (seconda metà del I secolo), si avvalse del codice, non riusciamo davvero a comprendere perché quest'anonimo autore avrebbe usato “involvens” invece del più idoneo “chiudere il libro”. In verità, gli studiosi hanno sempre, più o meno involontariamente, tralasciato questo passo, preferendo concentrare il loro studio sull'uso del codice [54], e sulla differenziazione sopra citata che questo permetteva rispetto all'originaria comunità giudaica e alla letteratura greco-romana contemporanea.

È bene sottolineare che l'opera di questi studiosi si basa esclusivamente sull'evidenza oggettiva dei resti conosciuti: senza alcuna eccezione infatti, tutti i frammenti papiracei del Nuovo Testamento appartenevano a codici [55]. Ma in questo caso la teoria o anche una semplice congettura, può essere più forte dell'evidenza: se il codice nasce intorno agli anni 70-80 del I secolo, su quali supporti vennero scritte le lettere di Paolo, da tutti indistintamente ritenute composte intorno alla metà del I secolo? Se i primi cristiani vollero subito scommettere sul codice, perché ancora verso la fine del II secolo, oltre agli Atti di Pietro sopra citati, la Passio Martyrum Scillitanorum (anch'essa composta intorno al 180) dice che i cristiani contemporanei avevano rotoli della Torà e rotoli delle lettere di Paolo conservate in una capsa (custodia cilindrica per i rotoli)? Infine perché nelle catacombe di Domitilla sono rappresentati Pietro e Paolo con rotoli nelle capsae (e più in generale nell'arte cristiana primitiva dominano rappresentazioni di rotoli)? E chissà che in mezzo alla vastissima collezione di papiri riportata alla luce negli scavi di Ercolano, non si celi qualche scritto cristiano...

È sempre rischioso trarre conclusioni storiche su ipotesi basate esclusivamente sul ragionamento: ma se in futuro qualche indizio storico dovesse avvalorare questa tesi, saremmo costretti anche a rivedere la teoria sulle origini e sull'uso del codice nel primo cristianesimo [56]



Diamo di seguito la trascrizione della descrizione di due fac-simili presente nel libro della Passoni Dell'Acqua, Il testo, pp. 177-185.

Tav. 1: P52 = P. Ryl 457 (125p circa): Gv 18,31-33 (recto). 37-38 (verso) (J. Rylands Library, Manchester). [57]

L'uso della dieresi è ora proprio (recto, r. 2 ), ora improprio (verso, r. 2  dopo consonante). La è ascritta ( verso, r. 4). L'unica variante testuale importante è la probabile omissione di  nel verso, r. 2 (v. 37) per la presenza della medesima espressione poco prima. L'ordine delle parole nel v. 33 (recto, r. 4 ) concorda con il P66, B C* L W 053 01 09 dei maiuscoli e la fam. 13 dei minuscoli. L'ordine inverso è attestato in א A C2  087 dei maiuscoli, la fam. 1 dei minuscoli e i rappresentanti del tipo testuale bizantino (cfr. sopra).


Tav. 2: Apostolo pentaglotto (XIV sec., carta), fol. 99V: 2 Cor 1,1-3 (Biblioteca Ambrosiana, Milano [B 20 inf.]).

Il manoscritto è formato da due volumi: il primo contiene le 4 lettere di Paolo, il secondo le lettere cattoliche e gli Atti degli Apostoli. Il numero totale dei fogli è 461. È detto Pentaglotto perché porta il testo biblico disposto in 5 colonne ognuna in lingua diversa. Nel foglio riprodotto abbiamo, partendo dalla sinistra, armeno, arabo, copto, siriaco ed etiopico. La disposizione è inversa nel foglio a fronte: al centro sta sempre la versione copta in posizione principale perché il mansocritto è stato approntato nel monastero copto di Deir Makar, di San Macario, in Skete (Nitria) Egitto. La scelta delle lingue non è casuale: etiopico, siriaco, copto e armeno sono le lingue delle chiese monofisite (staccatesi dopo il Concilio di Calcedonia, 451, da quelle di Roma e di Costantinopoli) e l'arabo lingua comune a tutti i cristiani residenti nell'area araba.



[1]: Burckhardt J.: Storia della civiltà greca, Firenze 1964.

[2]: Carlini A.: “Filologia ed erudizione”, in Bianchi Bandinelli R.: La cultura ellenistica. Filosofia, scienza, letteratura (Storia e civiltà dei Greci 9), Bompiani, Milano 1977-1991, pp. 342-343.

[3]: Passoni Dell’Acqua, Il Testo del Nuovo Testamento, EDC 1994, p. 12.

[4]: Fraser P.M.: Ptolemaic Alexandria, Oxford 1972, I, p. 447.

[5]: Sul lavoro degli Scribi e dei Masoreti (da massora = “tradizione”), cfr. Mulder M.J.: “The Trasmission of the Biblical Text”, cap. III, in Mulder M.J. (a cura di): Mikra. Text, Translation and Interpretation of the Hebrew Bible in Ancient Judaism and Early Christianity, Assen/Maastricht-Philadelphia 1988, pp. 87-136.

[6]: Passoni Dell’Acqua, op. cit., pp. 20-21.

[7]: Passoni Dell’Acqua, op. cit.,p. 22.

[8]: L’opera, formata da più di 50 volumi, richiese almeno 30 anni di lavoro; doveva essere in sola copia: andò perduta con la conquista araba di Cesarea nel 638. Venne consultata da Gerolamo agli inizi del IV secolo e da Paolo di Tella nel 616. Il contenuto delle colonne era il seguente: I testo ebraico in caratteri ebraici, II testo ebraico traslitterato in greco, III versione di Aquila, IV versione di Simmaco, V versione dei “Settanta”, VI versione di Teodozione. Paolo di Tella tradusse in Siro la quinta colonna, aggiungendo le varianti dedotte dalle altre versioni e dando origine alla cosiddetta versione siro-esaplare. Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano è custodito il manoscritto più importante di questa versione (C 113 inf.) dell'VIII-IX secolo, contenente la seconda metà dell'AT e proveniente dal deserto di Nitria (Egitto).

[9] A tal proposito, cfr. G. Bastia: Elementi di critica testuale del Nuovo Testamento, consultabile al seguente indirizzo: http://www.scienzeantiche.it/librerie/critica_testuale.pdf (controllato il 12/12/2005)

[10] Una valida introduzione al sito archeologico e all'importanza del ritrovamento della città di Ebla, è consultabile al seguente indirizzo: http://digilander.libero.it/jimdigriz/jor_syr/ebla.html (controllato il 11/12/2005).

[11] In termini archeologici, l'epoca di Uruk IV-III corrisponde al periodo tardo-Uruk, collocato tra il 3200 e il 3000 a.C. Per una valida introduzione alla complessità e all'importanza della prima città conosciuta della storia, cfr. M. Liverani: Uruk, la prima città, Laterza 1998.

[12] Nello studio condotto su queste mappe, Emmanuel Anati afferma: «sono i più antichi documenti topografici che si conoscano in Europa», da Alle origini della civiltà ruprestre. L'arte rupestre in Valcamonica, in “Archeo dossier”, n. 27 (1987), p. 15.

[13] «Mentre la carta di papiro è di uso corrente dal III millennio a.C. in Egitto e dal II nei paesi del Mediterraneo e del Vicino Oriente antico – in Palestina i papiri di Murabba'ât ne sembrano attestare la presenza nell'VIII sec. a.C. (secondo la datazione offerta dagli editori della pubblicazione: Benoit – Milik – De Vaux: Les grottes de Murabba'ât (DJD II), Oxford 1961, p. 93.) - la pelle, per lo più di ovini e bovini, è testimoniata come materiale scrittorio dall'VIII secolo a.C. a partire dalla Persia», Passoni Dell'Acqua, p. 31.

[14] A Qumran, nelle grotte 6 e 7, sono stati rinvenuti frammenti dei libri 1 e 2 Re, Daniele, Esodo e Lettera di Geremia. «Con il termine papiro (dal greco ) si indica tanto la pianta, una ciperacea che cresce in luoghi paludosi, umidi e caldi, con fusto a sezione triangoolare alto anche fino a cinque metri, quanto la carta da essa ottenuta», Passoni Dell'Acqua, p. 30.
Su papiro si scriveva generalmente con una penna di canna appuntita (), che permetteva di tracciare linee molto fini, e con inchiostro solitamente nero, formato da nerofumo, gomma e acqua, giuntoci spesso ancora nitido e colorito.

[15] Gli amuleti potevano anche essere di papiro, pergamena, di ceramica: quelli del N.T. Vengono indicati con la sigla T (in caratteri gotici, per Talismans) mentre gli óstraka sono indicati con la sigla O (sempre in caratteri gotici).

[16] Cfr. G. Cavallo: Libri, editori e pubblico nel mondo antico. Guida storica e critica, Roma-Bari: Laterza 1984, p. 84.

[17] E.G. Turner: Papiri greci, p. 33: «L'acido liberato dagli inchiostri ottenuti chimicamente agiva come mordente».

[18] Un'utile introduzione ai più importanti codici del Nuovo Testamento, può essere letta al seguente indirizzo: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Manoscritti.htm (controllato il 20/08/2008).

[19] Per le questioni tecniche relative alla struttura del codice, vd. E.G. Turner, Papiri greci, p. 35. La disposizione della pelle tuttavia, secondo la deduzione di F.G. Kenyon, sarebbe frutto più che altro della naturale piegatura di una pelle larga prima in senso verticale, poi in senso orizzontale, e forse ancora un terza volta in senso verticale.

[20] Il famoso “libro dei morti” egiziano poteva raggiungere e superare anche i 30 metri, ma ovviamente non era destinato alla lettura. Per il NT, i rotoli più lunghi sono quelli costituiti dagli scritti di Luca: Vangelo e Atti occupano entrambi un rotolo di 9 metri.

[21] Il codice Sinaitico comprendeva l'intera Bibbia e gli Apocrifi dell'AT in un unico volume, come attesta la legatura originale. Cfr. E.G. Turner: Papiri greci, p. 36 e bibliografia ivi menzionata.

[22] B. Sass: Studia Alphabetica. On the origin and early history of the North-west Semitic, South Semitic and Greek Alphabets (OBO 102), Freiburg Schweiz.Göttingen 1991, pp. 94-98.

[23] Per tutte le notizie riguardanti gli alfabeti e la loro origine, cfr. H. Jensen: Sign, Symbol and Script. An Accourt of Man's Efforts to Write, London 1970, p. 453 (trad. dall'originale tedesco: Die Schrift in Vergangenheit und Gegenwart, 1958).

[24] Per le variazioni grammaticali e sintattiche, cfr. N. Catone: Grammatica neo-ellenica (Bibliotheca Athena 4), Roma 1967.

[25] A. Rose: L'influence des Septante sur la tradition chrétienne, 1, Le vocabulaire, QLiPar 46 (1965), pp. 192-211.

[26] J. Carmignac: La nascita dei vangeli sinottici (trad. it. di La naissance des Évangiles Synoptiques, Paris 1984), Milano: Cinisello Balsamo 1985. L'anno successivo P. Grelot scrisse una confutazione dell'ipotesi di Carmignac, ma i suoi accenti estremamente polemici sono ben evidenti: L'origine des Évangiles. Controverse avec J. Carmignac, Paris 1986. Per una presentazione del problema cfr. P. Sacchi: I sinottici furono scritti in ebraico? Una valida ipotesi di lavoro, “Henoch” 8 (1986), pp. 67-78. Un ottimo riassunto delle tesi di Carmignac può essere letta al seguente indirizzo: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Linguaggio.htm (controllato il 20/08/2008).

[27] Cfr. i rotoli di Qumran: ma il rotolo di rame non presenta alcuna divisione tra le parole.

[28] Nella letteratura latina la scrittura maiuscola viene detta capitale (da caput, la prima lettera della prima parola nella prima riga), che riproduce la forma quadrangolare in uso nelle epigrafi perfezionatasi in epoca augustea: a partire dal IV secolo tende ad una forma di scrittura tondeggiante, chiamata onciale (l'etimologia del termine è incerta).

[29] Nel codice Vaticano compaiono le sezioni numerate, in quello Alessandrino la suddivisione in capitoli e titoli col contenuto dei brani.

[30] Per un confronto sul modo di citare i canoni eusebiani nelle edizioni critiche e nei manoscritti cfr. C. Nordenfalk: The Eusebian Canon-Table: Some Textual Problems, JTS 35 (1984), pp. 96-104.

[31] Passoni Dell'Acqua, op. cit., p. 53.

[32] Synaxarion significa raccolta per l'assemblea religiosa (da corradicale die), menologion è anche una raccolta di piccole biografie per ogni giorno del mese ( = mese).

[33] K. e B. Aland: The Text of the New Testament: an Introduction to the Critical Editions and to the Theory and Practice oh Modern Textual Criticism, Grand Rapids-Leiden 1989, pp. 82-83. Il Metzger menziona anche 25 ostraka e 9 amuleti: Il testo del Nuovo Testamento: trasmissione, corruzione e restituzione, Brescia Paideia 1996 (vers. or. The Text of the New Testament. Its Trasmission Corruption and Restoration).

[34] Elliott J.K.: A Bibliography of Greek New Testament Manuscripts (SNTS. MS 62), Cambridge 1989.

[35] van Haelst J.: Catalogue des Papyrus Littéraires Juifs et Chrétiens, Paris 1976.

[36] K. e B. Aland, op. cit., p. 91.

[37] Datato al I secolo è il frammento di Qumran 7Q5, ma la sua identificazione con Mc 6,52-53 non è certa. Il P46 è stato datato paleograficamente dal coreano Kyu Kim alla fine del I secolo, ma ci sono riserve su questa datazione per l'uso già ben sviluppato dei nomina sacra. Il P64 è stato retrodatato al I secolo dal papirologo tedesco Thiede, ma anche in questo caso non c'è accordo nella comunità internazionale.

[38] Generalmente si tende ad accettare la datazione più bassa, cioè il 125, ma è, dal punto di vista scientifico, un errore, in quanto questa datazione non tiene conto dell'epoca nella quale Roberts pubblicò il suo studio: alla metà degli anni '30 del XX secolo, l'accademia propendeva per una datazione del Vangelo di Giovanni alla fine del II secolo, e la proposta di Roberts era già di per sé decisamente esplosiva. Fu per questo motivo che lo studioso optò per la datazione più bassa, ma ci sono buoni motivi paleografici per retrodatarla almeno ai primissimi anni del II secolo.

[39] Il P64 viene sovente indicato con la collocazione P. Magd. College gr. 18: la biblioteca del College ha catalogato adesso il frammento di Matteo come “Gr. 17”.

[40] K.-B. Aland: Il testo, p. 87.

[41] K.-B- Aland: Il testo, p. 118. In realtà, come fa notare la Passoni, i codici maiuscoli erano 241, perché una trentina già catalogati come indipendenti erano parti di altri manoscritti.

[42] Il titolo greco di Diatessaron, , è mutuato dalla terminologia musicale. L'opera, composta intorno al 172 da Taziano, si proponeva di armonizzare, disponendo cronologicamente, i passi dei quattro Vangeli che si completavano a vicenda. Purtroppo dell'originale greco possediamo solo questo frammento, mentre ci sono giunte diverse tradizioni in lingue occidentali e orientali.

[43] Passoni: op. cit., p. 70.

[44] Sacchi P.: Alle origini del Nuovo Testamento. Saggio per la storia della tradizione e la critica del testo, pubblicazioni dell'Università degli Studi di Firenze, Fac. Di Lettere e Filosofia, IV Serie II), Firenze 1956, pp. 37-73.

[45] Passoni, op. cit., p. 75.

[46] Passoni, op. cit., p. 76.

[47] «Essi riferirono in breve a quelli che stavano intorno a Pietro le cose che erano state annunciate. Dopo queste cose lo stesso Gesù diffuse per mezzo loro da Oriente a Occidente l'annuncio sacro e incorruttibile della salvezza eterna. Amen». Cfr. B.M. Metzger: The Text, pp. 226-229.

[48] Nel 1990, 41 fogli del Commento di Efrem al Diatessaron sono stati acquisiti dalla Chester Beatty Library di Dublino.

[49] Sui metodi della critica testuale e sull'uso dei testimoni vd. Nota 9.

[50] Le lettere ad esponente indicano il contenuto dei manoscritti, quando più di uno sia designato dalla medesima lettera dell'alfabeto: e (=evangelia) Vangeli; A (=acta) Atti; p (=corpus paulinum) Lettere di Paolo; R (=revelation, termine inglese che traduce il greco ) Apocalisse.

[51] L'elenco dei testimoni testuali qui presentato è riprodotto dall'elenco della Passoni Dell'Acqua, Il testo, pp. 137-142.

[52] Per una presentazione e traduzione dei testi cfr. Moraldi L.: Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, pp. 41-140.

[53] Rispettivamente «videt evangelium legi»; «involvens eum dixit». G. Ficker, in Die Petruskakten: Beiträge zu ihrem Verständnis, Leipzig 1903, pp. 38-39, suggerì di identificare questo Marcello con il Grasso Marcello citato da Tacito, Annali 1,74.

[54] Magistrali sotto questo punto di vista sono le opere di C.H. Roberts – T.C. Skeat: The Birth of the Codex, London 1983, e il proseguimento di questo studio, pubblicato da T.C. Skeat sullo Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 102 (1994): “The Origin of Christian Codex”, pp. 263-268.

[55] Cfr. K. e B. Aland: Il testo del Nuovo Testamento, Genova 1987.

[56] Per una completa introduzione al tema e alla sua complessità, si rinvia alle opere del papirologo Carsten P. Thiede.

[57] Per la trascrizione del frammento, consultare http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Identif%20frammento%20P52%20_Rylands_.pdf (controllato il 20/08/2006).

 

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