! 

La vita del profeta “profezia incarnata”

Osea e l’alleanza sponsale tra Dio e Israele (contributo di Waylander). Scarica la versione in pdf con la bibliografia di riferimento per la redazione di questo articolo.


Per poter comprendere appieno la portata della novità espressa da Osea, seppur classificato tra i dodici profeti minori, è necessario comprendere cosa significasse il profeta per l’antico Israele e quale fosse il suo ruolo. La parola profeta deriva dal greco prophetes e significa “parlare al posto di”, “essere portavoce di”, “parlare di fronte a qualcuno”, come indica la preposizione “pro” e il radicale del verbo greco φεμι, parlare, cosicché il profeta è l’uomo della parola divina, colui che annuncia la parola di Dio agli uomini, come si evince anche dall’uso di formule quali “così dice il Signore” (Am 1,3.6.9; Is 29,13), “il Signore mi disse” (Is 7,3; Os 1,6), “oracolo del Signore” (Os 2,15; Is 30,1; Ger 1,8) e simili. Solo in un secondo momento, molto tardi e forse per influenza cristiana, prophetes assumerà l’accezione moderna di “colui che preannuncia il futuro”. Il termine profeta traduce l’ebraico “navi”, e benché il profetismo fosse diffuso nell’intera area mediorientale, ben presto quello ebraico si distinse per le sue peculiarità, la prima e la più importante delle quali era che da un oracolo sollecitato dalla gente, come avveniva presso gli altri popoli, si passa, in Israele, a un oracolo dato spontaneamente da Dio e che coinvolge l’intero popolo. Secondo la tradizione, il profetismo in Israele è considerato come proveniente da Mosè, come partecipazione del suo spirito, per porsi alla guida del popolo. Il profeta dunque è uomo della storia, proviene dalla storia di Israele e condivide il dramma del suo popolo, è coinvolto nelle sue vicende concrete, nella società, nella politica e nell’economia del suo tempo, non vive in un mondo astratto e lontano. Egli è incomprensibile se sradicato dal suo tempo, poiché la sua missione è proprio quella di scoprire e annunciare i “segni dei tempi”, e porta con se, nella sua attività, tutta la propria personalità. Il profeta dunque è parola viva di Dio nella storia, parola efficace che agisce nella storia per indirizzarla verso il piano salvifico di Jhwh. La parola profetica non ha solo carattere poetico, rivelativo, ma anche dinamico e creativo, realizza quanto annuncia. La ragione di questa efficacia è da collegare con la “ruah”, lo Spirito che si posa sul profeta e ne sostiene la parola. Il dono dello Spirito è connesso necessariamente e inscindibilmente alla Parola (davar) che nella missione del profeta svolge il ruolo principale: nell’uomo Parola e Spirito si identificano. E’ lo stesso Dio che ispira e parla, e la Parola è efficace quanto il suo Spirito. Quando è inviata e cade su Israele, la Parola è capace di produrre effetti a lunga scadenza. La storia è diretta non in modo vistoso, con rivoluzioni e mediante la repressione, ma attraverso un coinvolgimento della libertà: diretta al cuore dell'uomo, la Parola produrrà vita, felicità, armonia, se è accolta; causerà odio, lacerazione, morte, se rifiutata. Il discorso profetico sulla conduzione divina della storia è finalizzato a inculcare la speranza. Questo avviene anche nei profeti dell’VIII secolo, cui appartiene Osea, nei quali predomina il giudizio. Essi iniziano con un invito pressante alla conversione (“cercate il Signore e vivrete”; “lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni”: Am 6,6; Is 1,16) e minacciano, perché il disastro non avvenga. Quando poi questo appare inevitabile, fondano la speranza sulla conversione, alla quale il popolo giunge facendo leva sull'esperienza del male e della sofferenza provate quando si è allontanato da Dio. L'esperienza del disastro e della desolazione può condurre alla convinzione che la Parola aveva ragione. Altra caratteristica comune e fondamentale dei profeti è ritenere che la salvezza può derivare solo da Dio: essi pertanto predicano la necessità di credere in Lui e combattono la presunzione di Israele di salvarsi con le proprie forze. I profeti propugnano uno stretto monoteismo che superi la monolatria del primo Israele e rigetti le tentazioni idolatriche che continuamente riaffioravano nel popolo a causa dei contatti con i popoli confinanti. Allo stesso tempo i profeti prendono posizione contro atti di culto compiuti senza la volontà di conversione e staccati dall'evento salvifico che in essi continua, condannando il gesto cultuale come mezzo di sicurezza religiosa e di banalizzazione di Jhwh (Am 4,4; Is 1,11-17; Ger 7 e soprattutto Os 4. 6,6. 11,1-3). Se dunque la storia è epifania dell’azione salvifica di Dio, Egli stipulerà con il suo popolo una nuova alleanza (berit), non più su tavole di pietra, come sul Sinai, ma direttamente nel cuore degli uomini (Ger 31,31-34), dando così origine a un popolo nuovo. I profeti presentano questa salvezza promessa ad Israele come conseguenza dell’amore di Jhwh, un amore fedele, eterno (Ger 31,3), incapace di abbandonare a lungo il popolo peccatore (Is 54, 6-7.10), ma che continuamente e instancabilmente lo chiama alla conversione. Dunque il profeta è davvero Parola incarnata, volontà viva del Signore comunicata agli uomini per la loro salvezza. Il profeta dimostra con la propria vita la chiamata di Jhwh, proprio perché tale Parola coinvolge l’uomo nella sua interezza, non è superficiale, semplice oracolo esterno, così che il profeta diviene un segno, la sua stessa vita comunica qualcosa di forte e importante, qualcosa di Dio, e le sue azioni sono azioni cariche di significati e simboliche. La funzione dell’azione simbolica si basa sull’analogia e rende visibile e reale, presente, ciò che la Parola esprime e la sua efficacia proviene direttamente da Dio, così che il profeta è davvero profezia vivente, incarna ciò che profetizza. Osea è uno di questi profeti che ha incarnato e vissuto la propria profezia come segno della volontà tangibile di Jhwh, tuttavia, per comprendere appieno l’opera di questo profeta, non è sufficiente una pur breve introduzione sul profetismo ebraico ma, essendo il profeta uomo della storia, è necessario delineare seppur brevemente il quadro storico nel quale visse e operò Osea.

Le notizie sulla vita di Osea sono scarse. Ci è ignota la sua città di origine così come la sua professione. Sappiamo tuttavia che era originario del nord e che iniziò la sua missione profetica attorno al 750 a.C. e la prolungò per oltre un quarto di secolo, fino alla vigilia del crollo di Samaria ad opera degli Assiri nel 722 a.C. La sua opera si svolse dunque in un’epoca turbolenta: alla morte di Geroboamo II il Regno del Nord fu caratterizzato da una grave instabilità. In meno di quindici anni si succedettero ben cinque re, alcuni dei quali regnarono solo per alcuni mesi. Questa situazione era assai grave soprattutto per le sequele di massacri e favoritismi che comportava e che proprio Osea si trovò a denunciare (Os 8,4; 10,3). Questione fondamentale che causava profonde divisioni erano le alleanze da stipulare, in particolare con l’Assiria o con l’Egitto, e come rispondere alle pretese territoriali, soprattutto dei primi. A questa situazione instabile si aggiunse la guerra siro-efraimita, che avrà come conseguenza la scomparsa del Regno di Israele nel 722 a.C. I problemi tuttavia non erano solo politici., ma anche sociali, con profonde fratture fra una minoranza ricca e una maggioranza povera, oppressa e sempre più emarginata. Il lusso sfrenato si contrapponeva alla miseria diffusa, le campagne erano sfruttate senza pietà e la corruzione e la dissolutezza erano sempre più estese. Le leggi dei padri non venivano rispettate e l’iniquità regnava sovrana. Anche in campo religioso la situazione era problematica. Sempre più le persone si allontanavano dalla dottrina rivelata sul Sinai per dedicarsi a gesti religiosi superficiali, a feste e pellegrinaggi ai santuari, ai riti della fertilità di origine cananea, rendendo culto a divinità straniere, dimenticando Jhwh. Questo era strettamente collegato alla situazione politica e al problema delle alleanze. Tali alleanze infatti non erano mantenute solamente tramite tributi onerosi, ma il più forte esigeva anche una sorta di riconoscimento religioso, con l’introduzione dei propri culti tra i vassalli. E’ proprio in questa caotica e assai difficile situazione che il profeta Osea svolge la propria missione profetica.

Con Osea la profezia da “comunicazione” diviene “comunione”, giacché egli vive nella sua carne, simultaneamente e simpateticamente, la sofferenza di Dio tradito da Israele, il quale ha dimenticato l’antica alleanza (Os 6,7). Nel testo vi è un continuo oscillare tra la realtà dei rapporti Osea – Gomer e la sua applicazione simbolica alle relazioni Jhwh-popolo (Os 1-3). Attraverso l’esperienza dolorosa dei suoi primi anni di matrimonio il profeta ha capito quanto il comportamento di Israele abbia ferito e ferisca il cuore amoroso e misericordioso di Dio, che vede il proprio popolo allontanarsi da Lui per rivolgersi ad altri Baalim. Tuttavia il Dio di Israele è un Dio misericordioso, che ama il suo popolo anche quando esso gli volta le spalle (Os 8,14), e non può dimenticarlo (Is 49,15), non lo abbandona (Os 11,8) ma invia la sua Parola, attraverso il profeta, affinché Israele si converta e torni, dopo una tappa nel deserto, il luogo del primo amore, al suo Dio (Os 2,9), per stipulare un patto nuovo, fedele ed eterno (Os 2,16-25). Così anche Osea, proprio come Jhwh, deve perdonare Gomer, aiutandola a cambiare e riprendendola con se, nonostante questo rappresenti addirittura una violazione della stessa Legge di Jhwh (Dt 24,1-4), a significare che le Leggi che Jhwh ha stabilito per la sclerocardia del suo popolo vengono travalicate dal suo amore salvifico, che non può trovare ostacoli, è superiore a tutto.

Anche i nomi dei tre figli avuti da Gomer sono un momento di questa azione profetica, in quanto rappresentano tre atti di accusa contro l’infedeltà di Israele nei confronti degli impegni dell’Alleanza (Es 19-24). Nei nomi e nelle figure di questi bambini si riassume la storia di idolatria, di rifiuto e di peccato del popolo eletto: Lo’-ruhamah, “Non-amata”, rievoca, negandolo, l’amore di Dio che, come indica la parola ebraica usata (rhm), è viscerale, come quello di una madre (Is 49,15); Lo’-ammi, “Non-popolo-mio” è la negazione della formula classica dell’alleanza tra Dio e Israele (“Sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” – I 26,12), Jhwh torna ad essere un estraneo; il nome del terzo figlio, Izre’el, indica che la prostituzione cui si è abbandonato l’intero paese esige anzitutto un castigo del re e della monarchia in generale, Izre’el è infatti il nome della città del massacro di Jehu (2Re 9,14 e seg.). Allora si capisce come davvero anche la famiglia del profeta, e non solo il profeta, sia il compendio cifrato di una lunga serie di peccati, il racconto di un’esperienza personale che si trasforma in un segno o un presagio per Israele da parte del Signore degli eserciti (Is 8,18).

Attraverso la sua esperienza personale, Osea sottopone la categoria israelitica dell’alleanza (berit) ad una originale reinterpretazione: laddove prima tale alleanza ricalcava gli schemi dei trattati politico-militari stipulati tra un sovrano e i suoi vassalli, in uso soprattutto nell’area mediorientale, ora Osea introduce invece il simbolismo nuziale come modello per descrivere l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Da Osea l’immagine del matrimonio passerà a Geremia, a Ezechiele e al Deuteroisaia, sino a trasformarsi in un elemento tipico della teologia biblica, presente anche nel Nuovo Testamento, si pensi all’autodesignazione di Cristo come sposo in Mt 9,14-15, e soprattutto, con motivazioni e profondità del tutto nuove, nella mistica cristiana. A partire da Osea vi è una rilettura e un approfondimento della storia dell’alleanza tra Dio e il popolo di Israele, proprio attraverso il simbolo sponsale. Una storia segnata da una parte dunque dalle numerose infedeltà del popolo che si prostituisce commettendo peccato di idolatria e, dall’altra, dalla fedeltà di Dio, il quale si mostra disposto ogni volta a riprendere con sé la sposa che lo ha tradito, perché la ama sinceramente e non intende rinunciare a lei per nessuna ragione, non la ripudierà mai definitivamente. Nell’amore verso Israele Egli manifesta la “fedeltà” a se stesso, un comportamento conforme alla sua identità: l’impegno preso nei confronti di Israele con il patto di alleanza è per Lui immutabile, eterno, definitivo, e gli uomini non possono spezzare la radicalità dell’amore di Dio (Os 11,8-9): Egli è la roccia sulla quale Israele, e ogni credente, poggia con sicurezza i suoi piedi, certo di stare ben saldo e di non essere rigettato. Il Dio degli eserciti diviene il Dio dell’amore eterno, caratterizzato dalla pietà e dalla misericordia, da una profonda tenerezza (Ger 31,20), così che assieme agli accenti tipici del sentimento sponsale Egli assume anche quelli del sentimento materno e paterno (Os 11; Is 1,2-4), sentimento che si ritroverà approfondito ed esplicitato in maniera totale nel Nuovo Testamento. A partire da Osea l’amore umano diventa il paradigma per parlare dell’amore di Dio per l’uomo e della riposta umana al Dio che è amore (1Gv 4,8.16): pur essendo Signore, Dio si presenta al suo popolo, agli uomini tutti, con l’atteggiamento di un “Sposo” che vuole essere amato e riconosciuto come l’unico al quale legarsi. Perciò l’intervento da Lui compiuto ha anche l’effetto di un rinnovamento interiore: farà in modo che dal cuore del popolo scompaia perfino il ricordo dei Baalim (Os 2,18-19). L’Alleanza viene rinnovata e inizia così una nuova fase paragonabile a un fidanzamento, preludio di quel legame indissolubile e definitivo che sarà sancito dal matrimonio. Il profeta insegna, attraverso la sua stessa storia ed esperienza, che l’amore sponsale di Dio ha la forza di trasformare il cuore perché lo conquista e lo lega definitivamente a se: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-22), laddove il verbo “conoscere” ebraico indica una intimità tutta nuova, una comunione piena. E anche i figli del profeta, che portavano in sé la testimonianza della rottura tra Israele e il suo Dio, diventano ora i simboli della comunione con Dio, trasformandosi in Ruhamah, “Amata”, ‘Ammi, “Popolo-mio”, Izre’el, “Seme di Dio”, fecondo e benedetto, così che, con la formula solenne dell’alleanza, la separazione si annulla per divenire il “si” di un matrimonio d’amore indissolubile: “Popolo mio – Dio mio” (Os 2,25).


©2007 Simone Gianolio DisclaimerContattaci