
Il Canone del Nuovo Testamento*
Il riconoscimento dello status canonico di numerosi Libri del Nuovo Testamento fu il risultato di un processo lungo e graduale, nel corso del quale taluni scritti considerati autoritativi furono separati da una massa molto più ampia di opere della prima letteratura cristiana. Sebbene questo fosse uno dei più importanti sviluppi nel pensiero e nella pratica della chiesa primitiva, la storia è in realtà muta su come, quando e da chi esso fu determinato. Nulla è più sorprendente negli annali della chiesa cristiana dell’assenza di resoconti particolareggiati su un processo tanto significativo.
È bene fin da subito sottolineare i molteplici aspetti e i molteplici problemi in cui si imbatte qualsiasi studioso che intenda prendere in esame una ricerca del genere. I critici sono in genere soliti dividere tali questioni in tre grandi categorie:
Questi sono solamente alcune delle innumerevoli domande alle quali si sta tentando oggi di dare una risposta. In realtà è possibile che alcuni di questi interrogativi non abbiano risposta, o almeno non abbiano una risposta che si possa considerare convincente.
I metodi della ricerca
Se è vero che l’assenza di testimonianze dirette degli scrittori patristici sul processo della messa in canone (considerando anche che spesso una lettera è “canonica” per questo autore ma non lo è per un altro, mentre vedremo che i quattro vangeli furono considerati “importanti” fin dagli albori della cristianità), è pur vero che oggi gli studiosi sono concordi nell’individuare alcuni fattori fondamentali che determinarono la formazione del canone del Nuovo Testamento. Sarà bene dunque prendere in esame questi fattori, a cominciare dalla classificazione delle fonti autorevoli riconosciute nel cristianesimo primitivo e vedere come queste esercitarono la loro influenza.
È fuor di dubbio che fin dal primo giorno della sua esistenza, la chiesa (o per meglio dire, la ekklesia) cristiana possedette un canone di scritti sacri identificati con le Scritture giudaiche (quelle che la tradizione cristiana raggruppa sotto il nome di Antico Testamento), conosciute ampiamente nella loro traduzione greca della Settanta (LXX). Anche se nel secondo quarto del I secolo non esisteva un canone giudaico definitivamente fissato1, i libri che lo componevano erano già sufficientemente definiti perché si potesse riferirsi a essi collettivamente come «Scrittura» () o «le Scritture» (); le relative citazioni erano introdotte dalla formula «sta scritto» ().
Gesù, in quanto ebreo, accettò le scritture ebraiche come parola di Dio, e in questo fu seguito dai primi maestri cristiani (ma già in Matteo), i quali tenevano in grande rispetto l’AT con la convinzione che i suoi contenuti fossero stati ispirati da Dio (1Tm 3,16; 2Pt 1,20ss.).
Nelle comunità cristiane più antiche anche un’altra fonte autorevole aveva preso posto accanto alle Scritture giudaiche: le parole di Gesù quali erano state trasmesse dalla tradizione orale (vedremo infatti che ancora diversi decenni oltre la composizione dei vangeli molti Padri consideravano più autorevole e affidabile la trasmissione orale). Sappiamo che Gesù accettò la Legge, ma allo stesso tempo aveva rivendicato un’autorità per nulla inferiore rispetto ad essa dei suoi insegnamenti, i quali a volte erano posti con l’intenzione di completare, correggere o addirittura revocare le disposizioni degli scritti giudaici. Ciò è particolarmente evidente dalla sua posizione sul problema del divorzio (Mc 10,2s. e parr.) e dei cibi impuri (Mc 7,14-19) ma anche e soprattutto nelle antitesi presenti nel discorso della montagna matteano (Mt 5,21-48: «Nel tempo antico è stato detto... ma io vi dico»).
Le parole del Signore, custodite e tramandate gelosamente, erano spesso considerate di autorità pari o anche superiore rispetto alla Legge e ai Profeti. Si pensi all’apostolo Paolo, che con tanta sicurezza si rifà alle Sue parole per dirimere qualche difficoltà (1Tess. 4,15; 1Cor. 7,10), per rafforzare qualche ammonimento (1Cor. 9,14; cfr. Lc 10,7), o a conferma di qualche rito (1Cor. 11,23)2. Dal prologo del vangelo di Luca (1,1-4) sappiamo che gli insegnamenti di Gesù inizialmente circolarono oralmente da ascoltatore ad ascoltatore, prima di confluire poi in narrazioni scritte alcune delle quali sono alla base della composizione degli stessi vangeli (si pensi alla fonte Q, il cui valore e la cui esistenza è tuttavia al centro di un forte dibattito internazionale)3.
Parallele alla circolazione orale degli insegnamenti di Gesù erano le interpretazione apostoliche dell’importanza della sua persona e della sua opera per la vita dei credenti. Si pensi per esempio alle lettere paoline, indirizzate tanto alle comunità ancora da visitare (Romani e Colossesi) quanto a quelle già visitate: tali lettere, come avevano ammesso perfino i critici di Paolo nella chiesa di Corinto, erano «dure e forti» (2Cor. 10,10). Analogamente, anche altri maestri dell’età apostolica rivendicano l’autorità di trasmettere precetti e direttive (Ebr. 10,26-27; 13,18-19; 3Gv. 5-10)4. Lo stesso Paolo diede prescrizione di far circolare copie delle sue lettere fra le varie comunità (fra Colossesi e Laodicesi in Col. 4,16) o alle varie chiese della stessa comunità (Gal. 1,2). Siamo abbastanza certi del fatto che Paolo scrisse per un proposito immediato senza la consapevolezza che le sue parole potessero essere considerate come modello durevole di dottrine e di vita nella chiesa cattolica, ma proprio come se parlasse accanto alle persone cui indirizzava le lettere5.
Tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo la letteratura cristiana crebbe in quantità e fu fatta circolare attraverso differenti comunità. Si ricordino ad es. la lettera di Clemente di Roma alla chiesa di Corinto o le sei brevi lettere del vescovo Ignazio di Antiochia scritte durante il suo viaggio verso il martirio a Roma. In queste lettere sono presenti idee e frasi familiari degli scrittori apostolici, in qualche caso citati espressamente. Quale che fosse il loro consapevole atteggiamento nei confronti di simili documenti apostolici, è chiaro che il loro pensiero si modellò fin da principio su essi.
Risulta evidente dalla lettura di questa produzione extra-apostolica come i loro autori tenessero in grande considerazione la maggiore autorevolezza degli scrittori apostolici, in quanto vissuti tanto vicini al ministero terreno di Gesù (o addirittura testimoni oculari dello stesso). Non sorprende dunque che i lettori potessero e dovessero distinguere fra il «tono» di certi documenti, che di conseguenza erano individuati come canonici (nel suo significato di modello, o nel latino di norma), e quello del corpo sempre crescente della letteratura patristica.
Nell’età successiva a quella degli apostoli, l’espressione «il Signore e gli apostoli» rappresentò la formula tipica alla quale sempre si rimandava in materia di fede e di rito. Intorno al 150 d.C., Giustino Martire ci informa sull’abitudine di «leggere i fatti memorabili degli apostoli [ossia i vangeli] oppure gli scritti dei profeti» (apol. 1,67,3). È ovvio dunque la particolare venerazione e il particolare rispetto che godevano certi vangeli e lettere nelle comunità cristiane antiche, per quanto diversi nelle diverse comunità6.
Nel secondo e terzo secolo furono fatte degli scritti apostolici traduzioni in latino e siriaco, e più tardi anche nei dialetti copti dell’Egitto7. È certo che inizialmente la traduzione sarà stata orale: la serie di libri che ne derivò formava in quei luoghi una raccolta scritturistica, sebbene in certi casi essa includesse libri non universalmente riconosciuti altrove; le chiese siriaca e armena, ad es., includevano la terza lettera di Paolo ai Corinti.
«A fianco dell’antico canone giudaico, e senza soppiantarlo in nessun modo, era così sorto un nuovo canone cristiano. [...] Fattori differenti operarono in tempi e luoghi diversi. Alcune influenze rimasero costanti, altre periodiche; alcune furono locali, altre agirono ovunque la chiesa avesse posto le sue radici»8. È bene ricordare fin da subito come anche il canone chiuso di Atanasio vescovo di Alessandria, che oggi utilizziamo, segnato per la prima volta in una sua lettera festale scritta nel 367 d.C., non venne accettato da tutti: come rivelano le testimonianze degli scrittori successivi, non tutti nella Chiesa erano disposti ad accogliere proprio il Canone individuato da Atanasio e nel corso dei secoli successivi vi furono fluttuazioni di minore entità sia in Oriente sia in Occidente.
* Per questo intervento ho fatto uso di alcune citazioni e conclusioni non segnalate nelle note riportate dall’insuperabile studio di Bruce Manning Metzger: Il Canone del Nuovo Testamento, Brescia: Paideia 1997, nella trad. it. di Dante Nardo (or. ing. The Canon of the New Testament. Its Origin, Development, and Significance, Oxford: Oxford University Press 1989). Per una “Rassegna della letteratura sul canone”, rimandiamo alla omonima parte prima dello stesso studio, alle pp. 19-41, nella quale vengono presentati i principali studi di cui dal XVII secolo è fatto oggetto il NT.
1 vd. pp. 102-103.
2 Nelle lettere paoline troviamo anche diversi riferimenti all’insegnamento etico di Gesù, specialmente in Rom. 12-14 e in 1Tess. 4-5. Cfr. A.M. Hunter: Paul and his Predecessor, Philadelphia 1961, pp. 47-51; D.L. Dugan: The Saying of Jesus in the Churches of Paul. The Use of the Synoptic Tradition in the Regulation of Early Church Life, Philadelphia 1971. È interessante notare in altri scritti del primo secolo la formula «ricorda le parole del Signore Gesù» (At 20,35 e 1Clem. 13,1).
3 Alcuni studiosi considerano la fonte Q (dal tedesco Quelle, “raccolta”), ipotizzata nel XIX secolo, un dato storico certo, attribuendo una cronologia media ai vangeli (Marco tra 63 e 70, Matteo e Luca tra 70 e 80; la cronologia bassa, che pone i vangeli nel II secolo, non è più oggi storicamente e scientificamente sostenibile). Altri studiosi, come E. Pagels, considerano la fonte Q con grande cautela.
In ogni caso, anche prendendo in considerazione la cronologia più alta possibile per i quattro vangeli, dobbiamo sempre considerare almeno 10-15 anni nei quali la predicazione del Cristo venne tramandata per via orale. Secondo una corrente di pensiero, la versione definitiva del primo vangelo, quello di Marco, va infatti posta intorno al 44 d.C. Molto dibattuta è invece l’esistenza di un proto-vangelo di Matteo, quella «raccolta di detti in ebraico» ricordata da Papia (citato in Eusebio, vd. oltre): secondo molti studiosi infatti, i primi padri attribuirono questa raccolta, sulla cui esistenza peraltro si è fortemente scettici, all’identificazione di Matteo con il Levi dei Vangeli, che in qualità di esattore delle tasse doveva essere in grado di scrivere; secondo invece un’altra corrente, non solo l’identificazione di Matteo con Levi sarebbe certa, ma sarebbe certa anche l’esistenza di questa raccolta: la lunghezza di alcuni discorsi pubblici di Gesù (si pensi ad es. al “discorso della montagna”) non sarebbe stata possibile senza quella capacità di prendere appunti tramite la stenografia certamente nota agli esattori delle tasse del I sec. d.C. Questa raccolta di appunti matteana non doveva tuttavia essere pubblica. Torneremo in altre sedi su questi aspetti legati alla trasmissione della predicazione del Cristo.
4 Sull’attribuzione a Paolo della lettera agli Ebrei, il dibattito fra gli studiosi continua da XVIII secoli!!!
5 Sulla prima circolazione delle lettere paoline, precedente al formarsi del corpus, cfr. Lucetta Mowry: “The Early Circulation of Paul’s Letters”, Journal of Biblical Literature 63 (1944), pp. 73-86 e il paragrafo relativo in questo intervento.
6 Adolf von Harnack: Bible Reading in the Early Church, London 1912 pone l’accento sull’uso privato delle scritture.
7 Per la storia della composizione di queste traduzioni, vd. B. Metzger: The Early Versions of the New Testament, their Origin, Trasmission, and Limitations, Oxford 1977, e il mio breve contributo “Il Testo del Nuovo Testamento”, ©2005.
8 Metzger B., Il Canone, p. 16. Come ha sottolineato von Harnack: The Origin of the New Testament, New York 1925, p. 5, quattro erano le possibilità per la chiesa: il solo Antico Testamento, un Antico Testamento ampliato, nessun Antico Testamento, e una seconda raccolta autoritativa.